Intervista all’economista della Cattolica e presidente emerito dell’Accademia dei Lincei. L’Europa fa bene a temere il piano americano, ma un modo per non soccombere c’è: emettere grandi quantità di titoli comunitari per finanziare i sussidi. Anche cambiando le regole del Mes

Fa bene l’Europa a essere preoccupata dal mastodontico piano di sussidi americano (l’Ira, Inflation reduction act) con cui l’amministrazione di Joe Biden mira a trasformare gli Stati Uniti in una gigantesca calamita per investimenti e competitività. In gioco c’è il futuro industriale del Vecchio continente, a onor del vero ancora tutto da scrivere dal momento che, senza una risposta adeguata da parte di Bruxelles (il Consiglio europeo chiamato ad approvare il piano di sostegni alternativo a quello Usa è convocato per l’8 dicembre), molte aziende oggi in Ue potrebbero valicare l’Atlantico.

Di questo è più che convinto Alberto Quadrio Curzio, economista e docente alla Cattolica, presidente emerito dell’Accademia dei Lincei. “L’Europa deve essere preoccupata, perché un piano di sostegni di dimensioni tali, quasi 400 miliardi, non può certo far stare tranquilli. Anche perché i sussidi in questione sono finalizzati in modo abbastanza chiaro a ridurre i costi di produzione. Tutte cose che finora oggi l’Europa non ha fatto, scoprendosi sguarnita”, spiega Quadrio Curzio. “La scelta americana, di fatto altera gli equilibri commerciali tra Stati Uniti ed Ue e questo è un problema che non può non essere affrontato. E mi auguro che accada”.

Quadrio Curzio affronta poi il delicato tema degli aiuti di Stato. Con Bruxelles ormai decisa ad allentare le regole che finora hanno limitato il ricorso ai sussidi nazionali da parte dei Paesi membri, Nazioni come la Germania, dai conti pubblici decisamente in salute, potranno erogare una quantità di fondi che l’Italia può solo sognarsi. Il che, agli occhi di molti osservatori, non pare granché giusto. “Sono convinto che un alleggerimento delle regole sugli aiuti non sposti molto, perché c’è una enorme frammentazione in partenza. Per questo l’Europa deve agire in modo unitario, emettendo titoli europei, che io chiamo euro union bond, alimentando così un grande fondo. In questo modo si eviterebbe un’Europa a due velocità sugli aiuti di Stato”.

C’è di più. “Facciamo l’esempio del Mes, il meccanismo di stabilità. Ha un capitale garantito, che non vuol dire versato, di 700 miliardi. Ora, il Mes può emettere titoli, qualora si modifichi la sua missione, per centinaia di miliardi, per giunta a tassi bassi. Questo per dire che l’Ue ha paura di se stessa, perché invece di accedere al mercato, come dovrebbe fare, non ha titoli unici sul mercato o ne ha troppi pochi e questo la danneggia. Se non si farà questo salto, arrivando all’emissione di grosse quantità di titoli continentali, la stessa Unione non riuscirà mai a vincere la sfida con gli Stati Uniti”, spiega l’economista. Che, incalzato sul Mes e sul fatto che l’Italia sia l’unico Paese membro a non aver ratificato il trattato a monte del meccanismo, dice la sua.

“Non ratificare il Mes non ha alcun senso, tutti nell’Eurozona lo hanno fatto, ratificarlo sarebbe un atto dovuto e anche intelligente perché eviterebbe a Roma di inimicarsi gli altri Paesi. Io quindi dico che un conto è il trattato, un conto è la richiesta di attivazione del Mes, su cui l’Italia può comunque sempre dire di no. Io credo che sia arrivato il momento di ratificare il Mes, ma poi adoperarsi per modificarne lo scopo, visto che oggi è uno strumento sottoutilizzato. Cambiarne le finalità significherebbe sfruttare le sue potenzialità, a cominciare dalla sua capacità di emissione di titoli, come dicevo prima. E allora sì che potrebbe avere un po’ meno paura degli Usa”.

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