Le visite che si muovono tra Usa, Cina, Ue e Taiwan segnano l’agenda degli affari globali. Taipei torna in cima alle priorità, con i riflettori puntati sull’inizio internazionale della campagna elettorale

La partita interna a Taiwan sta riportando il dossier in cima all’agenda degli affari globali. Gli incontri americani della presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, certificano la continuazione di relazioni in approfondimento (con gli Stati Uniti) e il tentativo di mantenere solide quelle con i Paesi centro-americani. Ma è la questione che riguarda la campagna presidenziale a Taipei a vivacizzare il tutto. A gennaio 2024 ci saranno le elezioni, e il prossimo leader a guidare il Paese potrebbe trovarsi davanti anni complessi (basta pensare che alcune componenti degli apparati statunitensi continuano a dire che nel 2027 la Cina lancerà il suo assalto, ragionando sulla base della richiesta di prontezza operativa avanzata dal Partito/Stato).

Incontri e tensioni

Tsai, che è passata da New York e ora si sta muovendo in America Centrale, potrebbe incontrare lo Speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy, quando mercoledì 5 aprile tornerà negli Usa per un evento alla Ronald Reagan Presidential Library in California di Simi Valley, in California. Poche ore dopo, il leader cinese, Xi Jinping, ospiterà la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, e il presidente francese, Emmanuel Macron, a Pechino — da dove è appena ripartito lo spagnolo Pedro Sanchez, mentre ancora vi si trova l’ex presidente taiwanese, Ma Ying-jeou. La coincidenza temporale di questi incontri produce opportunità e tensioni.

Venerdì, il ministero della Difesa di Taipei ha diffuso due comunicati sulle attività dell’Esercito popolare cinese. I taiwanesi stanno trasmettendo il messaggio di un cambio qualitativo delle intrusioni negli spazi di propria amministrazione. Ormai, dopo il cambiamento dello status quo forzato dai cinesi in occasione del viaggio di Nancy Pelosi la scorsa estate, le violazioni a cavallo della linea mediana dello Stretto sono usuali. Ma questa volta Taipei dice che i nove jet “entrati” nelle ultime ore erano in “modalità da combattimento” — e poi hanno costeggiato la linea inviolabile delle 12 miglia dalle coste taiwanesi.

Campagna elettorale anticipata

“Le visite di Tsai negli Usa e di Ma in Cina hanno molto a che vedere con le dinamiche politiche interne taiwanesi in vista delle elezioni a gennaio 2024”, commenta Michael Malinconi del Carnegie China. “Ma – continua Malinconi con Formiche.net – è da sempre un grande sostenitore della necessità di creare legami più stretti con Pechino, e vuole presentare il Kuomintang come grande pacificatore contro le azioni del Partito Progressista Democratico di Tsai, a cui viene imputato di aggravare le tensioni e di porre l’isola in pericolo. Tsai ha invece deciso di sfruttare un viaggio già programmato in America Centrale per effettuare due scali statunitensi e con una mossa intelligente ha evitato i rischi della visita a Taiwan dello Speaker McCarthy”.

La presidente sta raccogliendo grande consenso politico negli Stati Uniti in modo tendenzialmente bipartisan: ha ricevuto alcune onorificenze di rito, ha parlato alla comunità globale dei taiwanesi, ha calcato la mano sulla necessità di difendere l’isola – di cui ormai l’élite statunitense sembra essere persuasa. Tanto che in un’intervista su Defense One in cui consigliava di abbassare la retorica sulla Cina, il capo degli Stati maggiori congiunti degli Stati Uniti, il generale Mike Milley, esortava a muoversi il prima possibile per armare Taiwan in modo sufficiente da resistere a un’eventuale invasione, e dunque scongiurarla. “Questa benedizione da parte dell’Amministrazione Biden e del Congresso può essere determinante nello spostare voti. Mai come oggi, Taiwan reputa Washington come un partner essenziale”, aggiunge Malinconi.

Intanto in Europa

La questione taiwanese è destinata a essere anche tra i temi – magari trattati con basso livello di formalità per evitare di avvelenare il clima – che riguarderanno le visite europee a Pechino. Nel suo recente e altamente significativo discorso sulla Cina, von der Leyen ha sottolineato la necessità della stabilità lungo lo Stretto, e ha affermato come Xi abbia intensificato la sua posizione militare, le sue politiche di “disinformazione e coercizione economica e commerciale”. Temi non separati. “Questa è una politica deliberata che prende di mira altri Paesi per garantire che rispettino e si conformino” ha detto la presidente Ue, richiamando la questione di Taiwan: “Lo abbiamo visto quando la Cina ha risposto all’apertura di un ufficio di Taiwan a Vilnius adottando misure di ritorsione contro la Lituania e altre società europee”.

“Le visite europee a Pechino – continua Malinconi – rischiano di essere frutto delle schizofrenie europee e del costante peggioramento delle relazioni Ue-Cina. Da una parte abbiamo le istituzioni Ue che stanno adottando una postura sempre più rigida e competitiva vis-a-vis con Pechino, come il discorso di von der Leyen questa settimana mostra chiaramente. Dall’altra, abbiamo le posture di molti Stati membri che seppur allineandosi politicamente con Bruxelles cercano di proteggere i loro legami commerciali con il mercato cinese, su questo punto infatti si veda il discorso di Sanchez al Boao Forum o la lista di ceo che il tedesco Olaf Sholz si è portato con sé a Pechino alla fine dello scorso anno”.

Narrazioni e interessi

È molto difficile comprendere definitivamente quali siano i calcoli di Pechino in questa fase. Da un lato, il tentativo di ricucire con l’Europa è evidente, ma la linea dettata da von der Leyen è abbastanza netta – parla di “de-risking” con la Cina, ossia l’Ue dovrebbe cercare una forma di sganciamento perché essere troppo vicini viene considerato rischioso. Non è poco. E se con Bruxelles Xi vuole mostrarsi quanto meno aperto, formalmente, Pechino continua a comportarsi in modo bellicoso su altri dossier – come il Mar Cinese, come il confronto con gli Stati Uniti e soprattutto con Taiwan.

Pechino segue la strategia “escalation to de-escalate“, mostrando sempre più spesso la propria forza nella speranza di costringere l’avversario a fare marcia indietro o almeno a impegnarsi in un negoziato favorevole. Ma con le relazioni tra Stati Uniti e Cina ai minimi storici, soprattutto in campo militare, con dossier come quello taiwanese altamente sensibilizzati dalla fase elettorale, tutto diventa ancora più complesso. Una sfida enorme per Bruxelles e per i Paesi europei.

Intanto a Taipei

In queste dinamiche, come dicevamo, molto di quel che conta di più per Pechino — perché è quel che conta su Taiwan — ruota attorno alla sfera interna a Taipei. Tant’è che nei giorni scorsi, l’ex presidente dell’opposizione Kuomintang (Kmt), Johnny Chiang, ha espresso estrema preoccupazione dopo che gli ultimi sondaggi mostrano il vicepresidente, Lai Ching-te, in testa nel collegio elettorale del sindaco di Nuova Taipei, Hou Yu-ih.

Conosciuto come la migliore possibilità per il Kmt di entrare nell’ufficio presidenziale nel 2024, Hou non ha ancora annunciato la sua candidatura presidenziale, mentre Lai, del Partito Democratico Progressista (Dpp) al governo, si è iscritto il 15 marzo alle elezioni primarie presidenziali del suo partito. Il sostegno a Lai è cresciuto in diversi sondaggi condotti da diversi media nell’ultimo mese. Per esempio, all’inizio di marzo, un sondaggio condotto dalla Broadcasting Corporation of China (BCC) di Taiwan con Gallup ha mostrato che Lai — con il vicepremier Cheng Wen-tsan come compagno di corsa — si attesterebbe attorno al 36,45%. Hou viaggia con la metà dei consensi.

Il punto è questo: Lai lanciato e Tsai impegnata in un’articolata anticipazione (apertura?) internazionale della campagna elettorale, l’ex presidente Ma a Pechino a rilanciare il “1992 consensus”, nuove violazioni sullo Stretto e i potenziali coinvolgimenti statunitensi dopo l’incontro Tsai-McCarthy, la discussione europea con Pechino (e con Taiwan per altri argomenti, come i chip), il fascicolo Taiwan torna in cima all’agenda degli affari internazionali. Ed è destinato chiaramente a restarci da qui al voto — e dopo.

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