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Perché la proposta fair share relativa ad un network fee non è una buona idea

Di Enzo Mazza

Imporre una tariffa aggiuntiva ai servizi digitali, avrebbe un impatto negativo sul coinvolgimento dei consumatori con i servizi di streaming, che sono il principale motore dei recenti sviluppi positivi in Europa. Alla fine metterebbe a repentaglio la futura crescita del settore musicale europeo. L’intervento di Enzo Mazza, ceo Federazione industria musicale italiana (Fimi)

Equo contributo o tassa su internet? Formiche apre il dibattito. Inizia Preta

La fair contribution, utile a correggere (alcune) distorsioni. Scrive Basso (WindTre)

Non nuove regole, ma nuovo modello di business. Righetti (Dazn) sulla fair share

Il fair share non è un rimedio regolamentare ma una tassa. Scrive Denni

Fair Contribution, punti di forza della proposta secondo Dècina e Giangrande

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Di recente l’industria musicale ha partecipato alla consultazione Eu sul “fair share” o “contributo equo di tutti gli operatori digitali”. L’ipotesi, spinta dalle telco, per introdurre nuovo “canone di rete” a carico delle tech che offrono contenuti è assolutamente da respingere e Fimi, cosí come la federazione internazionale Ifpi hanno respinto la proposta ed esortato le istituzioni comunitarie, ma anche nazionali, ad astenersi da interventi politici ingiustificati che danneggerebbero le imprese e i consumatori europei, mettendo a rischio il settore musicale europeo e il lavoro delle case discografiche per consentire agli artisti europei emergenti e affermati di trovare artisti europei creativi e successo commerciale.

I fornitori di telecomunicazioni sono già compensati dai consumatori che pagano per accedere ai contenuti forniti dalle piattaforme online. I consumatori spesso scelgono la banda larga o i piani mobili più costosi, che forniscono più dati e larghezza di banda, a causa del contenuto che desiderano trasmettere o scaricare. L’impatto di un costo aggiuntivo sulle piattaforme online potrebbe non essere limitato al contributore primario. Il risultato sarebbe che i consumatori si troverebbero a pagare di più per il loro accesso online. Questo, a sua volta, avrebbe un impatto negativo sulla disponibilità dei consumatori a pagare per contenuti di alta qualità e, in ultima analisi, porterebbe a minori investimenti nei talenti europei e a una minore diversità.

Negli ultimi due decenni, l’industria della musica registrata ha attraversato due trasformazioni significative. Il primo è stato il passaggio dalle vendite prevalentemente fisiche ai download digitali iniziato nei primi anni 2000, guidato dall’ascesa di Internet. È stato un periodo in cui il settore musicale ha visto l’emergere di una diffusa pirateria digitale che alla fine ha portato alla perdita di oltre il 40% dei ricavi globali della musica registrata.

L’industria discografica ha risposto a questa sfida e ha inaugurato la seconda trasformazione, il passaggio dai download a un modello di streaming musicale. Questo cambiamento è stato reso possibile dal lavoro e dagli investimenti delle case discografiche che hanno sviluppato le persone, i sistemi e le infrastrutture per concedere in licenza decine di milioni di tracce a centinaia di servizi di streaming digitale in tutto il mondo.

Oggi quel lavoro sta dando i suoi frutti al settore musicale in Europa. Gli appassionati di musica hanno più opportunità che mai di interagire con il lavoro dei loro artisti preferiti. A loro volta, gli artisti hanno più libertà e più modi per condividere la loro musica e creare connessioni con la loro base di fan.

Parallelamente a questi sviluppi positivi, l’industria della musica registrata è tornata a crescere. Il fattore chiave di ciò è il modello di streaming a pagamento, che ora è responsabile di quasi la metà (48,3%) dei ricavi globali della musica registrata. In Italia rappresenta oltre il 60% di consumi di musica.

I servizi online che offrono questo servizio di abbonamento mensile ai consumatori europei fungono da canale principale attraverso il quale la musica viene distribuita e vi si accede.

Il valore restituito dal modello di streaming a pagamento consente alle etichette discografiche di continuare a fungere da maggiori investitori nella musica, investendo oltre $ 5,8 all’anno (€ 5,3 miliardi) solo in A&R e marketing. Attraverso queste collaborazioni artistiche stanno contribuendo alla creazione non solo di musica ma anche di contenuti più ampi, come film e giochi.

Alimentato da questo investimento, il settore musicale in Europa continua a svilupparsi e crescere, offrendo agli appassionati di musica europea modi sempre più ricchi e diversificati in cui accedere e sperimentare la musica degli artisti che amano. Nonostante la natura globalmente interconnessa del settore musicale odierno, la musica europea è fiorente. Ad esempio, nel 2022, i primi 10 album in Italia erano di artisti italiani per il terzo anno consecutivo, mentre le prime 10 canzoni in Spagna erano in spagnolo per il secondo anno consecutivo. Allo stesso modo, il 77% dei primi 200 album più venduti in Francia provenivano da artisti francesi e 9/10 dei migliori album in Polonia provenivano da artisti polacchi.

Imporre una tariffa aggiuntiva ai servizi digitali, avrebbe un impatto negativo sul coinvolgimento dei consumatori con i servizi di streaming, che sono il principale motore dei recenti sviluppi positivi in Europa. Alla fine metterebbe a repentaglio la futura crescita del settore musicale europeo.

Si ritiene pertanto che gli Stati membri, tra i quali l’Italia, dovrebbero astenersi da un intervento che destabilizzerebbe l’ecosistema musicale europeo e il più ampio settore creativo nel momento in cui sta dando un contributo così vitale ai creatori, alla cultura e all’economia dell’Europa.

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