Il direttore della Cia si sarebbe recato a Kyiv per sentire i dettagli della strategia ucraina che punta ad arrivare al negoziato. L’assedio della Crimea dopo la vittoria sulla terraferma per esercitare pressione su Mosca

Riprendere il controllo di buona parte dei territori occupati, per poi sedersi al tavolo negoziale entro la fine del 2023. Sarebbero questi gli obiettivi condivisi dalle alte sfere politico-militari ucraine con il direttore della Cia William Burns, durante uno viaggio a Kyiv che si sarebbe in un momento imprecisato del mese di giugno.

Durante il suo viaggio Burns avrebbe avuto modo di interfacciarsi direttamente con il presidente Zelensky, oltre che con i vertici dell’intelligence e delle forze armate di Kyiv. Durante questa serie di rendez-vous sarebbe emersa con maggior nitidezza la strategia ucraina di medio periodo: portare avanti con successo la controffensiva attualmente in corso fino a riprendere il controllo della quasi totalità dei territori ucraini sulla terra ferma; una volta stabilizzate le proprie posizioni, far convergere sistemi missilistici e pezzi d’artiglieria nell’area circostante la Penisola di Crimea per porla sotto assedio, senza lanciare un vero e proprio attacco; solo a quel punto, dopo aver messo la Russia in una situazione di relativa debolezza, aprire i negoziati con Mosca per un cessate il fuoco che aprirebbe la strada ad un più o meno definitivo accordo di pace.

Nel caso si verificassero le condizioni sopra descritte, Kyiv si renderebbe disponibile a delle trattative per la prima volta dal marzo 2022, quando le discussioni tra esponenti ucraini e rappresentanti russi incontratisi nel Bosforo portarono ad un nulla di fatto.

Ma per arrivare a questo punto c’è prima bisogno di una vittoria sul campo, che non sembra essere immediata. L’annunciata controffensiva ucraina, dopo un lungo periodo di preparazione e di accumulo di rifornimenti ed equipaggiamento, al momento sembra procedere a rilento. Ma questo è dovuto solo in parte alla tenacia e alla capacità difensiva delle Forze Armate russe. Come hanno riportato a Formiche alcuni esperti di sicurezza ucraini, le Forze Armate ucraine non vogliono bruciare tutto l’impeto in un unico grande slancio offensivo, ma preferiscono lavorare d’attrito e sfruttare ogni opportunità tattica che si presenti loro, limitando così le perdite umane e di equipaggiamento mentre il controllo di Mosca sui territori ucraini viene eroso in modo costante. Capitalizzando ogni piccolo vantaggio, lo Stato Maggiore Ucraino spera di far arrivare presto al collasso la capacità militare di Mosca nei territori occupati.

“Se l’Ucraina subisce troppe perdite, la sua offensiva potrebbe culminare presto. Ma se l’Ucraina riesce a infliggere un numero sufficiente di perdite alle forze e agli equipaggiamenti russi e a interdire il movimento dei rinforzi, potrebbe essere in grado di indebolire le difese di Mosca abbastanza da ottenere una svolta” è il commento dell’analista militare del Foreign Policy Research Institute Rob Lee sulle dinamiche che regolano l’azione militare di Kyiv.

L’esperto considera anche lo scenario, evocato dagli ucraini a Burns, di una Crimea posta sotto assedio. “È possibile che riescano a tagliare il ponte terrestre verso la penisola, conquistando il terreno o mettendolo nel raggio d’azione degli Himars e di altre artiglierie, ma molto dipende dal livello di logoramento” chiosa Lee.

Minacciare direttamente le capacità logistiche e infrastrutturali, assieme ai preziosi asset militari lì dispiegati (dalle navi della Flotta del Mar Nero alle componenti della cosiddetta “bolla Anti-Access/Area Denial”) permetterebbe all’Ucraina di esercitare su Mosca una pressione sufficientemente forte da spingerla ad un negoziato.

Non è ancora possibile capire quali saranno i pilastri su cui verrà costituito l’ordine post-bellico nella regione del Mar Nero. Mentre l’accessione di Kyiv all’Unione Europea comincia a vedere i primi ostacoli, anche l’entrata nella Nato rappresenta un tema di acceso dibattito tra strateghi e politici ucraini ed occidentali. E anche il destino della Crimea rimane incerto più che mai.

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