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Evergrande, cala il sipario. Fallisce il sogno del mattone cinese

Il colosso simbolo dei nuovi mali del Dragone presenta istanza a New York, avviandosi alla bancarotta. Finisce un’era fatta di crescita a base di debito e si aprono nuovi scenari. Ora il nemico pubblico numero uno per Pechino è il contagio, a cominciare da Country Garden

Forse era solo questione di tempo. Ma alla fine il redde rationem, se così lo si può chiamare, è arrivato. Evergrande, uno dei maggiori conglomerati industriali e immobiliari della Cina, è fallito. Sono ormai tre anni che Formiche.net racconta l’avvitamento di una crisi diventata nel tempo il simbolo dei nuovi mali cinesi, l’emblema di una debolezza che ha preso il posto della speranza, ponendo nei fatti fine al miracolo cinese dei primi anni Duemila. Una discesa negli abissi di un gruppo da decine di migliaia di dipendenti. E, con esso, risparmiatori, mercati e persino pezzi di partito.

L’ORIGINE DI UN DISASTRO

Il fallimento di Evergrande è anche il fallimento di una certa politica industriale, di una visione del partito che voleva nel pompaggio forsennato di soldi nell’economia senza badare alla loro allocazione la chiave di volta della crescita cinese. Evergrande in questi anni ha investito centinaia di miliardi di yuan nel mattone, nella convinzione che uno scatto del mercato immobiliare trainasse la Cina fuori dalle secche. Peccato che lo stesso mercato ha risposto picche: le case costruite non sono state comprate, i prezzi sono crollati, il comparto è imploso e il gruppo ha cominciato a collassare.

Nel marzo di quest’anno, Evergrande aveva presentato un piano di ristrutturazione multimiliardario per ripagare i suoi creditori internazionali, dal momento che la società aveva più di 270 miliardi di dollari di passività ed è la più indebitata al mondo nel settore. Il suo default, solo tecnico, alla fine del 2021 ha innescato un più ampio ciclo di insolvenze e progetti immobiliari sospesi in tutta la Cina. A marzo i vertici della società hanno annunciato un piano di ristrutturazione del debito, proponendo ai creditori un paniere di opzioni per scambiare il proprio debito con nuove obbligazioni e strumenti equity-linked.

Ma niente. E adesso che Evergrande ha presentato istanza di fallimento a New York, ricorrendo al famoso Chapter 15 della legge americana sulla bancarotta, inteso ad aiutare le aziende a gestire i casi di insolvenza che coinvolgono più di un Paese (l’azienda però ha respinto un’ipotesi di fallimento vero e proprio), è davvero tutto finito, la scommessa del mattone è perduta. E chissà cosa penseranno a Pechino, dove un anno fa il partito aveva persino pensato alla creazione di un fondo ad hoc per Evergrande, alimentato con soldi pubblici, per salvare il salvabile.

L’OMBRA DEL CONTAGIO

Ora la domanda che un po’ tutti si fanno in queste situazioni. E adesso? Adesso c’è da allacciarsi le cinture. Perché le mine cinesi sono più di una. Country Garden, altro colosso della stazza di Evergrande, boccheggia già dentro e fuori la Borsa. L’azienda appesantita dal forte calo dei prezzi degli immobili e da scelte gestionali sbagliate si trova oramai sull’orlo del default con miliardi di dollari di perdite e 200 miliardi di fatture non pagate. Country Garden, fondata dall’ex agricoltore Yang Guoqiang nel 1992, ha beneficiato del più grande boom immobiliare mondiale. Il suo successo ha trasformato il Yang in un miliardario ed è diventato un simbolo della notevole crescita del paese.

I cinesi, avendo poche altre opzioni affidabili per creare ricchezza, hanno investito i loro redditi e risparmi nel settore immobiliare. Come altri grandi sviluppatori privati, Country Garden ha continuato a prendere prestiti per ripagare i suoi stessi prestiti, operando sul presupposto che finché avesse continuato ad espandersi, avrebbe potuto continuare a ripagare il proprio debito. Ma i conti sono cresciuti così tanto che le autorità hanno iniziato a temere che il debito avrebbe minacciato il sistema finanziario nel suo complesso.

FUGA DALLA CINA

Morale, i mercati, gli investitori e gli acquirenti di case temono il peggio. All’inizio di agosto, Country Garden ha saltato due pagamenti di interessi sui prestiti. Se non paga entro l’inizio di settembre o se non convince i creditori a concedergli più tempo dopo un periodo di grazia di 30 giorni, l’azienda andrà in insolvenza rendendo molto improbabile il suo ulteriore accesso al credito. Il prezzo delle azioni della Country Garden è oramai sceso sotto quota un dollaro a Hong Kong mentre le sue perdite stanno aumentando, con una previsione di registrare una perdita fino a 7,6 miliardi di dollari nei primi sei mesi dell’anno.

E allora, chissà se è davvero un caso l’ondata di vendite da parte degli investitori stranieri su azioni e obbligazioni cinesi. I calcoli del Financial Times basati sui dati del sistema di contrattazioni Stock Connect di Hong Kong, lasciano poco spazio all’immaginazione e mostrano che gli investitori hanno quasi completamente invertito 54 miliardi di renminbi (7,4 miliardi di dollari) negli acquisti netti di azioni cinesi che seguivano l’impegno del 24 luglio del Politburo dei massimi leader del partito comunista di aumentare il sostegno all’economia.

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