Addis Abeba ha completato il processo di riempimento della Grande Diga del Rinascimento Etiope, un maxi-progetto con cui intende alimentare prosperità e sviluppo. Ma Egitto e Sudan, che dipendono dall’acqua degli altipiani etiopi, temono per la loro sicurezza. Così le premesse per un conflitto regionale peggiorano la prospettiva di stabilità del continente africano

Si ravvivano le tensioni lungo il corso del Nilo Blu. Domenica il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha annunciato che il quarto e ultimo stadio di riempimento della Grande Diga del Rinascimento Etiope si è concluso con successo. Esultando per il superamento delle “molte sfide” e “pressioni [esterne]”, si è complimentato con la popolazione etiope per “aver sopportato tutto questo”. Infine ha chiuso il post su X (ex Twitter) con quello che sembra un avvertimento al mondo: “Vorrei cogliere questa opportunità per promettere che continueremo a sostenere la diga fino alla fine”.

Il tono altisonante di Ahmed lascia trasparire l’importanza dell’evento. La diga del Rinascimento, la più grande del continente africano e costata più di quattro miliardi di dollari, è il fulcro di una contesa asperrima tra l’Etiopia e i Paesi a valle, Sudan ed Egitto, fortemente dipendenti dalle risorse idriche del Nilo. Alle prese con uno scontro tra fazioni rivali, Khartoum non ha ancora reagito, ma dal Cairo è arrivata una condanna rabbiosa: il ministro degli Esteri Sameh Shoukry ha accusato Addis Abeba di non rispettare gli interessi dei Paesi lungo il Nilo.

Si tratta di una questione esistenziale per tutte le parti in campo. L’Etiopia, oltre 120 milioni di abitanti di cui solo metà ha accesso all’elettricità, vuole sfruttare la produzione idroelettrica della diga (posta a pochi chilometri dal confine sudanese) per raddoppiare la generazione di energia elettrica e dare un impulso allo sviluppo. Di contro, Sudan ed Egitto sono preoccupati per la rispettiva sicurezza idrica e pretendono forme di garanzia da Addis Abeba – la quale insiste che la diga non impatterà le risorse di Khartoum e del Cairo, ma non sempre si è mostrata pronta al dialogo.

I tre Paesi hanno firmato una dichiarazione di intenti nel 2015 che prevede un certo livello di coordinazione sulla gestione della diga e funge da base per i negoziati trilaterali, riavviati a fine agosto dopo uno stallo di oltre due anni. Ma il post di Ahmed non fa presagire progressi. Su Facebook il ministero degli Esteri egiziano ha affermato che il riempimento “illegale” del bacino idrico etiope viola quella dichiarazione. “Le misure unilaterali dell’Etiopia sono considerate un disprezzo degli interessi e dei diritti dei Paesi a valle e della loro sicurezza idrica, come garantito dai principi del diritto internazionale”, ha scritto il dicastero guidato da Shoukry.

L’Egitto vanta una grande influenza regionale ma ottiene almeno il 95% della propria acqua dal Nilo, che a sua volta ne riceve l’85% dagli altipiani etiopi. Per questo avversa le mosse di Addis Abeba, che ha avviato il maxi-progetto nel 2011 nonostante l’opposizione egiziana sfruttando la confusione delle Primavere arabe. Il Cairo ha condannato ogni passo della messa in funzione della diga, dalla decisione di riempire la diga nel 2020 all’inizio del riempimento nell’estate del 2021 (quando si è sfiorato il conflitto armato tra sudanesi ed etiopi) e l’avvio della generazione di energia nel febbraio del 2022. Egitto e Sudan già sostenevano che il piano etiope di riempimento al 2028 fosse troppo veloce; il fatto che l’Etiopia l’abbia concluso domenica rappresenta, ai loro occhi, l’ultimo affronto.

Ora resta da vedere se le mediazioni trilaterali in seno alle Nazioni Unite porteranno a un accordo o una forma di governance condivisa, soluzione che Addis Abeba vede come una minaccia alla propria sovranità. L’utilizzo della diga è seguita con attenzione da Bruxelles, Washington, Mosca, Pechino (da cui sono arrivati costruttori, infrastrutture di connessione elettrica e prestiti miliardari). Le premesse per un eventuale conflitto non fanno che aggravarsi: per l’Onu l’Egitto potrebbe rimanere a corto di acqua entro il 2025,  mentre alcune zone del Sudan, dove l’accesso all’acqua è uno dei motori del conflitto, sono sempre più vulnerabili alla siccità a causa dei cambiamenti climatici.

L’eventuale deflagrare di una guerra per le risorse idriche del Nilo aumenterebbe in maniera esponenziale l’instabilità in Africa orientale, già culla di violenti scontri, in un momento in cui si susseguono i golpe nel vicino Sahel e l’inflazione (che risente delle mosse russe nel Mar Nero) sta impattando la sicurezza alimentare. Tutto questo sta provocando l’esodo di centinaia di migliaia di rifugiati. In questa cornice, la storia della diga etiope si conferma una parabola di cruciale importanza per le capitali, Roma in testa, che si muovono per offrire modelli di sviluppo sostenibili e alternativi a quelli cinesi e russi nel continente africano: non basta spostare i miliardi necessari, serve tener conto delle specificità dei Paesi e le interconnessioni tra le sfere di sicurezza energetica, idrica, alimentare e sociale, fornendo sostegno a tutto campo per non aggravare la lotta alle risorse.

Immagine: fermo immagine dal profilo X di Abiy Ahmed

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