Mentre si fa largo la riapertura del corridoio umanitario di Lachin, su cui restano pesanti dubbi di fattività, Russia e Iran provano a inserirsi nelle interlocuzioni di Azerbaijan e Armenia con l’Occidente. Il Primo ministro armeno si sta caratterizzando in questa fase per un dialogo costante e diretto con l’Occidente

Yerevan e Baku continuano ad accusarsi di aver radunato truppe vicino al confine del Nagorno-Karabakh, con la conseguenza di mettere a repentaglio la pace in un’area attraversata da numerose tensioni. La novità delle ultime ore è quella relativa alla riapertura del corridoio umanitario di Lachin, anche se le autorità azere non confermano. Passaggio sul quale si stanno concentrando le attenzioni “diplomatiche” della Turchia e quelle geopolitiche della Russia, entrambi con all’orizzonte un obiettivo preciso, mentre l’Occidente batte un colpo. 

Qui Ankara

“Non abbiamo altra scelta che invitare la regione del Karabakh alla calma”. Queste parole del Presidente Recep Tayyip Erdoğan pronunciate a margine del G20 rappresentano l’occasione per capire come potrà evolvere la crisi tra Yerevan e Baku, nella consapevolezza che le relazioni con i player esterni avranno un ruolo primario. Secondo Erdoğan attualmente, i passi compiuti in Karabakh non sono corretti. “Non è possibile accettarlo. Infatti, nemmeno i Paesi membri dell’Unione Europea lo accettano”.

In sostanza Erdogan spinge per l’accordo sulla riapertura del corridoio umanitario, al netto dei molteplici dubbi che si affacciano circa la tenuta dell’intesa: nello specifico, il fatto che gli aiuti russi dovrebbero transitare verso il Nagorno-Karabakh dove la minoranza armena è isolata da settimane rappresenta l’elemento maggiormente critico, che potrebbe far naufragare il tutto. Tra l’altro Ankara ha espresso forti perplessità sulle recenti elezioni in Nagorno Karabakh, con la nomina a presidente della regione di Samvel Šakhramanyan.

Eagle Partner

Usa e Armenia sono in campo da ieri per una serie di esercitazioni militari congiunte denominate “Eagle Partner” vicino alla capitale. Quasi dieci giorni di manovre con l’obiettivo del primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, di rafforzare le relazioni con Stati Uniti e altri alleati occidentali.

La reazione russa non si è fatta attendere: il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore armeno per presentare una protesta formale dal momento che Mosca è stato il principale partner economico dell’Armenia sin dal 1991.

Il Paese inoltre ospita una base militare russa e fa parte dell’alleanza di sicurezza delle nazioni ex sovietiche guidata da Mosca, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. I nodi sono ascrivibili alla gestione della crisi in Nagorno Karabah, dove la tregua mediata dalla Russia ha lasciato in eredità il solo “viadotto” Lachin, che però presenta vari aspetti critici.

Qui Mosca

Il Cremlino ha detto ufficialmente che la decisione dell’Armenia di organizzare esercitazioni di guerra congiunte con gli Stati Uniti richiede una “analisi approfondita”. Secondo il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, il presidente del parlamento armeno è stato scorretto, con riferimento agli accordi trilaterali firmati del 2020 tra Aliev e Pašinyan a Mosca, alla presenza di Putin, dove fu deciso che “lo status definitivo del Nagorno Karabakh sarà discusso una volta raggiunte le necessarie condizioni di pace e sicurezza”. Lavrov ha invitato i soggetti in campo a “non scaricare sulla Russia le responsabilità che non ci si vuole assumere”.

Scenari

Sullo sfondo della crisi in Nagorno-Karabah sono due i soggetti che emergono con più forza: Turchia e Iran. In primis c’è da registrare la posizione di Teheran, che ha annunciato di non permettere che Turchia e Azerbaigian tentino di modificare con la forza i confini statali dell’Armenia. Secondo i media armeni l’Iran starebbe radunando alcune truppe al confine con l’Azerbaigian, notizia smentita da Teheran, che però vede come un pugno nell’occhio l’esercitazioni con gli Usa. Il Primo Ministro armeno si sta caratterizzando in questa fase per un dialogo costante e diretto con Francia, Usa, Turchia, Germania e Iran.

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