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La strategia ibrida di Hamas va oltre l’aspetto militare. Parla Manciulli (Med-Or)

“La situazione è già grave”, spiega Andrea Manciulli a Formiche.net. Inoltre, guardando all’Europa, “possiamo assistere, in corrispondenza delle tornate elettorali europee e non solo, a un aumento della tensione indotto da quest’area, specialmente tramite i fenomeni dell’immigrazione e del terrorismo”

L’offensiva messa in atto dall’organizzazione islamista Hamas, al momento ancora in corso, rappresenta uno spartiacque nel rapporto tra Israele e i territori palestinesi. Con implicazioni che si estendono ben oltre i confini della Terra Santa. Ad spiegarle a Formiche.net è Andrea Manciulli, responsabile delle relazioni istituzionali della Fondazione MedOr e autore del report di recente pubblicazione “Il nemico silente – Presenza ed evoluzione della minaccia jihadista nel Mediterraneo allargato”.

L’attacco di Hamas va a rompere un periodo di relativa tranquillità nella regione. Perché, e con quali obiettivi, questa azione è stata messa in atto?

Non si può dire che le cose fossero tranquille. Già da quasi due anni nei territori palestinesi si assisteva a una crescita dei movimenti della jihad islamica, i quali hanno assunto un approccio a volte di concorrenza a volte di collaborazione con Hamas, e una dialettica spesso molto aggressiva verso gli accordi di Abramo e verso Israele. Questa crescita ha preoccupato e preoccupa tutt’ora gli analisti del settore. Naturalmente nessuno si aspettava un attacco su così larga scala. Neppure gli stessi israeliani, come purtroppo abbiamo constatato.

E militarmente invece?

Come analista di strategia militare, ritengo che la vera dinamica da analizzare sia il fatto che questo attacco assomiglia molto sia alla metodologia impiegata da Daesh nella sua espansione territoriale, che ai dettami del concetto strategico messo in piedi da Qasem Soleimani: è infatti un’enorme manifestazione di guerra asimmetrica, accuratamente studiata e, purtroppo, estremamente efficace, composta da un’aggressione fatta di mezzi improvvisati e artigianali ma capaci di eludere la supremazia tecnologica israeliana alla base del sistema di difesa. E un’altra caratteristica di questo attacco asimmetrico e ibrido è la non-distinzione tra militari e civili. Anche questo un aspetto presente sia nel metodo di Daesh che in quello di Soleimani. Siamo quindi di fronte ad un’evoluzione del concetto di attacco strategico, e la cosa ci deve preoccupare perché l’occidente è vulnerabile a questo tipo di attacco.

Anche per i suoi aspetti non-militari?

Assolutamente. Quest’azione è stata studiata per avere un fortissimo impatto comunicativo. Nei giorni scorsi tutti hanno visto le immagini di civili israeliani che assistono al rapimento o all’uccisione die propri cari. Ma anche l’accanimento sui cadaveri e la brutalità generale dell’azione sono frutto di una strategia precisa che è volta a perpetrare, in modo complementare e parallelo a quello fisico-militare, un attacco emotivo, di guerra comunicativa, che infligge danni sostanziali. Una tipologia d’attacco è tipica delle “nuove forme” del terrorismo. Il clima che si respirava in Israele nelle scorse ore è uguale a quello che si è respirato a Parigi durante l’attacco al Bataclan. L’impatto mediatico è lo stesso: si genera terrore, e quindi si colpisce psicologicamente oltre che cineticamente.

Lei ha fatto riferimento a Qasem Soleimani. Qual è il ruolo dell’Iran in questa crisi?

Cito Soleimani purtroppo perché questa teoria dell’uso asimmetrico dell’attacco era tipica del suo pensiero, così come il non escludere le popolazioni civili dall’attacco. Lui aveva studiato quali fossero le vulnerabilità occidentali, e i frutti del suo lavoro si denotano tanto nell’azione di Daesh quanto nei i fatti di ieri ormai. Essi costituiscono chiari esempi di uno strutturato attacco asimmetrico, capaci di sortire effetti sostanziali, tanto che oggi siamo di fronte, a differenza di altre volte, a questa doppia problematica: non solo rispondere all’attacco militare ma anche occuparsi degli ostaggi e gestire emotivamente la vicenda stessa. Che Hamas sia legato all’Iran non vi è dubbio; ma che ci sia Teheran dietro a questa offensiva è ancora da vedere. In ogni un attacco così strutturato non si fa rapidamente. Per prepararlo servono tempo, risorse ed expertise. È evidente che Hamas non può averlo messo in atto da solo. E del resto, come ho scritto nel report, i sintomi di un attivismo destabilizzante iraniano si possono individuare in diverse dimensioni. Non si può dimenticare ad esempio che Saif al-Adel, il capo militare di Al Qaeda, è oggi ospite in Iran. E neanche il fatto che le milizie proxy iraniane agiscono su tutto il fronte medio-orientale, dal Libano alla Siria, fino all’Iraq e ai territori palestinesi.

Pensa che l’attacco di Hamas possa dare il via ad una spirale di eventi che renda ancora più instabile lo scenario regionale?

Il rischio c’è, ma la situazione è già grave. Basta un rapido sguardo alla regione: abbiamo il conflitto in Ucraina, dove sono coinvolti ceceni e caucasici che afferiscono ad entità radicalizzate; la vicenda del Nagorno Karabakh, a cui  abbiamo assistito nei giorni scorsi; il Libano è al collasso economico, e sappiamo qual è la situazione da tempo; in Iraq la situazione non è totalmente pacificata mentre in Siria la tensione è altissima; in Yemen si è chiusa una fase, ma non si può dimenticare che c’è stata una guerra di carattere settario fino a pochi mesi fa; nell’ultimo anno abbiamo avuto otto colpi di stato nella fascia d’Africa che va dal Sudan fino alla Mauritania, con la Wagner che sta da tutte le parti ed ha in mano i rubinetti dei fenomeni migratori e di stabilizzazione del terrorismo. A questo tragico quadro si aggiunge il divampare degli scontri tra israeliani e palestinesi.

Con quali conseguenze?

Tutto questo lascia preludere a una cosa: possiamo assistere, in corrispondenza delle tornate elettorali europee e non solo, a un aumento della tensione indotto da quest’area, specialmente tramite i fenomeni dell’immigrazione e del terrorismo. È evidente che non siamo in una situazione ordinaria, con la quale ce la possiamo cavare con soluzioni minime e burocratiche. Se l’Europa non realizza che negli ultimi dieci anni le più grandi crisi mondiali sono avvenute tutte ai nostri confini, e che fino a che l’Europa non è in grado di pacificare il mondo attorno a sé non vivrà mai in pace; al contempo, rischia di vedere crescere movimenti sovranisti e nazionalisti che disgregano l’Europa e minano la sua essenza. Se non capiamo questo, non possiamo purtroppo affrontare i problemi più grandi che abbiamo di fronte a noi. C’è bisogno di un salto di qualità.

C’è già stata una prima reazione immediata del governo, col rafforzamento dei controlli di sicurezza in seguito al verificarsi degli attacchi. Crede che ci sia margine per altri tipi di interventi?

È giusto aumentare le misure di sicurezza nei siti israeliani e palestinesi. Ora però bisogna anche portare avanti un’azione diplomatica. Ho molto apprezzato le parole di Marco Minniti, secondo cui la diplomazia europea e quella statunitense devono sforzarsi congiuntamente nell’esercitare pressione su Paesi-chiave. Come ad esempio il Qatar, uno dei maggiori finanziatori della realtà palestinese in questi anni. Non è possibile che il Qatar pensi che il rapporto con l’Occidente si estrinsechi soltanto finanziando le squadre di calcio e ospitando i mondiali, e allo stesso tempo non intervenire su quello che sta accadendo in questo momento. Il governo qatarino dovrebbe fare in modo che la questione degli ostaggi venga risolta, perlomeno facendo liberare donne, bambini e anziani. Deve svolgere una funzione di intermediazione diplomatica, e per spingerlo a fare ciò ci vuole una pressione forte, cosa che il nostro governo ha già iniziato a fare. Su questo tema, non si può pensare di giocare il gioco classico maggioranza-opposizione, né in sede Europea né sul piano nazionale. Sono cose talmente grandi che è necessario che la politica le affronti in maniera unitaria. La sfida di fronte a noi è troppo grande. All’evento di presentazione del report alla Luiss questo approccio condiviso è emerso. Lo spirito che c’era è quello che dobbiamo mantenere di fronte ai problemi che abbiamo e rischiamo di avere. Non è possibile chiudersi in noi stessi pensando che prima o poi passerà. Non è così. Bisogna capire che si è chiusa la fase della grande pace di quest’area del mondo.

Quale potrebbe essere la reazione dell’Europa?

L’Europa deve agire su tre direttrici. Una è quella politico-diplomatica, che abbiamo già menzionato prima. Un’altra quella economico finanziaria: noi abbiamo avuto nel ‘98 il processo di Barcellona, che avrebbe dovuto portare nel 2011 alla creazione di un’area di libero scambio nel Mediterraneo. Dopo il suo fallimento, da allora ad oggi non abbiamo avuto più nulla. Se vogliamo prendere questa situazione sul serio, è necessario disporre di uno strumento finanziario per rilanciare l’Africa e l’altra sponda del Mediterraneo. Senza lo sviluppo economico di quell’area non sono immaginabili né una pace né una riduzione dei flussi migratori. È necessario farlo per tutelare i nostri confini. Infine la direttrice militare: l’Europa non può permettersi di non avere una forza militare a sostegno delle politiche di cui prima. Non si può pensare che ci sarà mai un’altra sponda del Mediterraneo, se nell’altra sponda la forza militarmente più avanzata è la Wagner, o se si lasciano proliferare le milizie proxy dal Medio-Oriente all’Africa. I paesi europei devono superare le loro divisioni sulle tematiche del Mediterraneo e dell’Africa, poiché queste divisioni sono state agilmente sfruttati da altri attori, come ad esempio la Federazione Russa, per guadagnare influenza e potere a scapito nostro. Il nostro governo deve coalizzarsi con altri paesi europei come Francia, Germania e Spagna per sviluppare una politica euro-mediterranea comune. Andando così anche a soddisfare le richieste di Washington sull’assunzione di responsabilità nei confronti dei nostri confini.

Qual è invece l’impatto delle ultime notizie sul fenomeno terroristico all’interno del continente europeo?

È evidente che le immagini di ieri, andandosi ad incastrare perfettamente all’interno della situazione appena descritta, sono una propaganda fortissima per i giovani simpatizzanti della Jihad. Giovani che in quelle immagini di festa (i video sono studiati proprio per scatenare questa reazione) vedono un rinnovato attivismo e una motivazione in più per radicalizzarsi e colpire. Dobbiamo sapere mettere in campo una risposta preventiva. La vera novità di introdotta da Daesh è stata quella di aver prodotto un’enorme Jihad mediatica, che proprio nelle ore scorse ha avuto punte incredibili di simpatia e di sensibilizzazione per quelle immagini orrende e per il mondo che esse rappresentano. Questo fenomeno non si combatte solo militarmente, si combatte anche culturalmente.

Si spieghi meglio

C’è bisogno di un enorme sforzo preventivo che l’Occidente intero deve portare avanti. Perché se non si prosciugano i giacimenti di odio ai quali si ispirano giovani ragazzi, che da casa loro, con il computer, simpatizzano con la Jihad e con gli attacchi degli ultimi giorni, non sarà mai possibile risolvere il problema. Repressione si, ma anche prevenzione. Nel 2004, Osama Bin Laden nel suo programma scriveva che l’Occidente può essere attaccato efficacemente facendo proliferare i fronti. E in tutti questi anni, dall’11 settembre ad oggi, la Jihad islamica è riuscita ad aprire molti di questi fronti, approfittando e degli spazi vuoti geopolitici e di quelli socio-culturali. Soltanto una strategia onnicomprensiva può permetterci di arginare questo fenomeno.

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