C’è disaccordo tra i Paesi produttori di petrolio, abbastanza da far slittare una riunione per decidere sul da farsi nel 2024: una triade di nazioni africane vorrebbe ridurre i tagli. Intanto, tra prospettive di offerta solida e domanda anemica, gli indici del greggio guardano verso il basso. E Birol (Iea) parla di “momento della verità” alla Conferenza Onu sul clima

Continua a calare il prezzo del petrolio dopo la sorpresa di mercoledì: il rinvio della riunione Opec+ in cui i membri del cartello di produttori di petrolio (più la Russia) avrebbero discusso se e quanto tagliare la loro produzione. La riunione è rimandata di poco, dal 26 al 30 novembre, ma nel frattempo i principali indici sono in ribasso – meno 1% circa – dopo essere scesi e risaliti anche del 5% subito dopo all’annuncio.

Il trend segue il sentimento degli operatori, che hanno interpretato il rinvio inaspettato come un segnale del fatto che ci sia disaccordo all’interno dell’Opec+, e dunque che difficilmente i suoi membri condividono la volontà di estendere i tagli alla produzione nel 2024. In particolare, sembra che un trio di nazioni africane stia mettendo i bastoni tra le ruote ai pesi massimi del forum.

Reuters riporta che Angola, Congo e Nigeria vogliano portare le proprie quote di produzione al di sopra dei tagli concordati lo scorso giugno, viaggiando in senso contrario a Riyadh e Mosca, che a inizio novembre avevano confermato il loro mantenimento. Possibile che i membri riescano a mettersi d’accordo, ma il rinvio della decisione, abbastanza inusuale, indica anche la complessità della situazione a livello globale – e suggerisce che non ci sia consenso tra i membri dell’Opec+ riguardo alla strategia migliore da adottare.

Sul lato dell’offerta ci sono diversi fattori a gravare sulle aspettative dei produttori di petrolio, tra cui l’aumento delle riserve statunitensi oltre ogni previsione (8,7 milioni contro 1,16 milioni) e l’allentamento delle sanzioni statunitensi sul Venezuela, che permetterà a Caracas di quadruplicare la sua produzione nel 2024. Sul lato dell’offerta ci sono il rallentamento dell’economia cinese, scossa dalla fuga di capitali esteri e dalla crisi dell’immobiliare, e lo spettro della recessione nell’eurozona.

Stando così le cose, le fondamenta della strategia (anche politica) di tagli portata avanti dai Paesi più importanti nell’Opec+ sembrano più fragili. La crisi in Medioriente non ha avuto particolare impatto sui prezzi del petrolio, e i Paesi produttori – specie Russia e Arabia Saudita – continuano a dipendere dall’esportazione di idrocarburi per i loro obiettivi nazionali. Intanto il calo della domanda ha inibito l’effetto dei tagli, decisi dall’Opec+ a giugno; il picco del prezzo è stato a settembre, 93 dollari al barile secondo l’indice Brent, mentre mercoledì è slittato sotto agli 80 dollari.

In sottofondo c’è la transizione energetica, che pur scontando le sue difficoltà continua nella sua lenta conversione dei sistemi energetici globali: persino i rivali geopolitici per eccellenza, Usa e Cina, si sono accordati in vista della Cop28 per accelerare lo sviluppo di rinnovabili. Tanto che il leader dell’Agenzia internazionale per l’energia Fatih Birol – che alle strategie dell’Opec+ oppone una prospettiva di aumento “inarrestabile” dell’energia verde – pensa che sia arrivato il “momento della verità” per i produttori di idrocarburi e li esorta a indirizzare la metà dei loro investimenti su progetti di energia pulita al 2030.

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