Conversazione con il presidente della fondazione Magna Carta, già parlamentare e ministro. “Destra radicale vs destra di governo? In occasione delle elezioni europee si comprenderà se la frattura tra queste due prospettive diventerà insanabile, oppure si rimarginerà. Resta, però, un problema: l’Europa, così come diceva Kissinger, non ha ancora trovato un suo numero di telefono al quale la si possa contattare”

Varare un programma per cambiare l’Europa di oggi senza rinunziare alla sua unità. Questa “la grande sfida” che attende la destra secondo l’ex ministro Gaetano Quagliarello, presidente della fondazione Magna Carta, che affida una riflessione a Formiche.net dopo il dibattito aperto dalla riflessione di Kori Schake, dello storico think tank conservatore “American Enterprise Institute” apparsa su Foreign Affairs, che ha acceso un faro negli Usa e nel Vecchio continente, sulle prospettive internazionali del conservatorismo.

Negli Stati Uniti il partito repubblicano vive una fase particolare, tra il leaderismo di Donald Trump (alle prese con processi e primarie) e la spaccatura sulla politica estera. In Europa la novità Meloni come sta influendo?

Partiamo dagli Stati Uniti, dove il Partito Repubblicano vive una fase particolare che si prolunga già da un po’ di tempo. Tradizionalmente i conservatori americani sono, molto più di altri, influenzati dalla cosiddetta dottrina Monroe per la quale gli Stati Uniti debbono occuparsi eminentemente dei problemi del continente americano. Questa teoria fu messa in dubbio fortemente dai neo-con con la tesi dell’esportazione della democrazia. La presidenza Trump, almeno agli esordi, rappresentò perciò un ritorno alla norma. Quel che ha fatto ricadere i repubblicani in “una situazione particolare” è stato il combinato disposto tra i comportamenti assunti da Trump dopo la sconfitta, così lontani dalla normalità conservatrice, e la situazione eccezionale nella quale il mondo si trova a partire dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. In questo contesto, evidentemente, l’isolazionismo non ha più nulla di tradizionale.

E in Europa?

Qui tra le destre che debbono il loro successo alla difesa della sovranità nazionale e alla lotta all’immigrazione, a me pare che per la prima volta si sia insinuata una differenziazione di carattere strategico e non più solamente tattico. Da un lato c’è la destra che persegue la “romanizzazione dei barbari”, anche perché investita di responsabilità di governo: rendere i suoi temi compatibili con una dimensione sistemica a livello sia nazionale che internazionale; dall’altro, c’è la destra che invece punta sulla ripresa dell’insorgenza populista, magari rinnovata nei suoi temi. Fondamentalmente è quella che ha radunato Salvini a Firenze. Il 2024 ci dirà se la frattura tra queste due prospettive diventerà strutturale e perciò insanabile, oppure si rimarginerà.

Quando?

Certamente in occasione delle elezioni europee: se prevarrà l’indicazione che è venuta dalla Polonia dove gli estremisti sono stati sconfitti è una storia, se invece dovesse prevalere la tendenza olandese lo scenario sarà completamente diverso. Vi sarà poi il momento del confronto con la governance europea: chi voterà il nuovo presidente e chi voterà contro? Infine si porrà un “problema Trump”. Perché, se sarà Trump il candidato repubblicano, com’è presumibile, bisognerà considerare l’attitudine nei confronti della sua candidatura. E, ovviamente, ancor più rilevante sarà l’esito che questa candidatura avrà.

Quante destre stanno convivendo oltre i loro leader? E quale lavoro programmatico i vari partiti della famiglia popolare-conservatore stanno compiendo per modernizzarsi?

A me pare che la frattura tra destra radicale e destra conservatrice, che è una frattura tipicamente francese (dal momento che storicamente destra radicale e destra in Francia non possono stare insieme perché di mezzo c’é Vichy, la Resistenza e poi l’Algeria) si stia ri-attualizzando. La destra radicale mi sembra che stia ampliando i suoi temi d’attacco. Accanto al sovranismo e all’immigrazione, c’è la politica estera con l’assunzione di posizioni fortemente anti-occidentali, sia per quanto concerne la guerra Russo-Ucraina sia in Medio Oriente. Un altro tema che vedo sempre più presente nell’agenda delle destre radicali è quello della reazione nei confronti delle cosiddette politiche di sostenibilità. La destra conservatrice e moderata ha, evidentemente, il problema di definire delle risposte su questi terreni, che non possono essere solamente proposte di mediazione. È in ritardo, anche se finalmente il problema se lo sta ponendo.

In Europa le sfide non si limitano soltanto a due macro emergenze come la guerra in Ucraina a Gaza, ma ad esempio ad altri dossier come Balcani, Mediterraneo, Africa, rigurgiti indipendentisti catalani, Cina. Quale la visione sta costruendo l’area conservatrice repubblicana in merito? (qui l’analisi di Paolo Alli)

Per la destra conservatrice europea esiste un problema che definirei di tipo kissingeriano. Quest’area politica, dalla pandemia in poi, ha riconosciuto l’esistenza di problemi che lo stato nazione da solo, per una questione di “massa critica”, non può più risolvere. E’ venuta meno, insomma, la polemica preconcetta nei confronti dell’Europa. Resta, però, un problema: l’Europa, così come diceva Kissinger, non ha ancora trovato un suo numero di telefono al quale la si possa contattare. Ciò vale, in particolare, per la dimensione politica che poi, quando si parla d’ Europa, vuol dire politica estera.

Come ovviare a questo problema?

Conservatori e moderati dovrebbero prendere atto che esiste una asimmetria tra l’integrazione in ambito economico e l’integrazione in ambito politico, perché il primo non ha trascinato il secondo così come si era sperato. Per cui, essi dovrebbero mettere a punto una strategia per riuscire ad annullare, o quanto meno a ridurre, questa sfasatura. Ciò significherebbe il varo di un programma per cambiare l’Europa di oggi senza rinunziare alla sua unità. Sarebbe questa “la grande sfida”.

@FDepalo

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