Gli esperti dell’Ecfr commentano il ruolo che l’Europa potrebbe giocare all’interno della Cop28 e dei temi che stanno emergendo, dalla competizione tra potenze al rapporto con il Global South, a quelli che riguardano l’energia e soprattutto alle necessità legate agli effetti stessi dei cambiamenti climatici (siccità, food security, fenomeni parossistici)

La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2023 è iniziata ieri a Dubai. L’incontro, a cui parteciperanno dozzine di leader internazionali, sarà un’occasione per sintetizzare pianificazioni e visioni su un macro-tema ormai percepito come urgenza. E in quanto tale, dal profondo valore politico e strategico. Lo ha sintetizzato su queste colonne il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, augurandosi a nome dell’Italia che gli incontri portino a risultati concreti, per intraprendere un processo di transizione che sia effettivo e proficuo per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione.

Più competizione tra potenze che clima?

“È chiaro che gli approcci cooperativi e multilaterali non sono ancora riusciti a portarci oltre le modeste riduzioni delle emissioni degli ultimi decenni”, commenta Susi Denison, direttrice dell’European Power Programme dell’Ecfr. “Piuttosto — continua — alimentato in parte da pressioni politiche interne, il motore del progresso climatico è sempre più la rivalità strategica sul cambiamento climatico e le dinamiche geopolitiche”.

È un meta-tema: i leader alla riunione si concentreranno su come garantire al loro Paese un livello competitivo in un mondo in via di decarbonizzazione e su come proteggere gli standard di vita dei loro cittadini in questo ambiente. Sarà questo l’obiettivo, più che a salvare il Pianeta? È probabilmente anche legato alle percezioni delle collettività. Una ricerca del think tank paneuropeo mostra per esempio che, rispetto ai cittadini di altre parti del mondo, gli europei sono meno fiduciosi che i loro Paesi si stiano posizionando bene per beneficiare delle opportunità della transizione verde. E mentre il 18% dei cittadini dell’Ue si aspetta che l’Europa diventi leader mondiale nella produzione di veicoli elettrici nei prossimi 10 anni, in Cina è il 46% che se lo aspetta.

La percezione della competizione in corso è chiara. In Cina, l’80% dei cittadini immagina la Repubblica popolare leader delle dinamiche globali, mentre le valutazioni sulle capacità delle altre potenze su questo fronte non superano il 10%. “Dato che l’Ue è responsabile di meno dell’8% delle emissioni globali e che questa percentuale continua a diminuire, il suo potere sul percorso globale verso il net-zero dipende in gran parte dalla sua capacità di persuadere gli altri ad agire. E la credibilità europea come leader climatico ruota attorno alla disponibilità a contribuire al finanziamento delle questioni climatiche, anche per le perdite e i danni causati dal climate change nei Paesi più vulnerabili”, aggiunge Denison in una serie di commenti che l’European Council on Foreign Relations ha inviato a Formiche.net.

Questo è un tema di azione che rientra anche nella costruzione dei rapporti tra l’Ue e le realtà del Global South, per esempio, Paesi che sono preoccupati più di tutti per l’impatto che subiranno da scelte come il meccanismo di aggiustamento dei limiti del carbonio o dal crescente uso di sussidi verdi per le imprese che decarbonizzano nei Paesi più ricchi. Misure con cui i più poveri non sono in grado di competere. Potrebbe essere “un’offerta sostanziale per sottolineare che l’Ue intende ancora lavorare insieme a loro sulla sfida climatica globale”, aggiunge Denison.

Diplomazia ambientale, non solo energia 

“In mezzo alle crescenti divisioni ideologiche sull’azione per il clima, gli europei dovrebbero coraggiosamente rompere l’impasse e rimanere concentrati sul compito da svolgere: trovare modi concreti per far avanzare la transizione verde”, spiega Cinzia Bianco, esperta di di Golfo Persico dell’Ecfr, secondo cui “un impegno critico ma vigoroso con l’ospite della COP28, gli Emirati Arabi Uniti, e con altri produttori di combustibili fossili sull’abbattimento e sull’economia circolare del carbonio, sulla finanza climatica e sull’efficienza energetica potrebbe essere la scossa necessaria per colmare il divario ideologico”.

Bianco fa notare che nonostante la crisi energetica globale, la COP28 non dovrebbe riguardare solo l’energia però. Nella regione vicina all’Europa, il Medio Oriente e il Nord Africa, l’emergenza climatica imminente è la scarsità d’acqua. “La riunione di Dubai offre un’opportunità unica per le iniziative europee sulla diplomazia ambientale come strumento essenziale per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale. Gli europei dovrebbero concentrarsi su questa diplomazia ambientale, sulla ricerca scientifica congiunta, sul rafforzamento delle capacità e sugli investimenti strategici”.

Consenso e cooperazione

“Trovare un consenso sulle perdite e i danni, sull’aumento dell’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili sono tra gli argomenti importanti all’ordine del giorno”, sintetizza Mats Engström, senior policy follow sempre a Ecfr. Ma aggiunge che sarà inoltre “fondamentale intensificare le azioni attraverso le coalizioni dei volenterosi, tra cui l’accelerazione della Breakthrough Agenda per le tecnologie critiche a basse emissioni di carbonio e gli impegni per gli acquisti verdi nel Climate Club”, aggiunge.

In definitiva, la politica internazionale, la competizione tra modelli di governance globale e le crescenti distanze tra “Nord” e “Sud” del mondo, nonché le tensioni commerciali connesse alla securitizzazione economica e delle catene di approvvigionamento delle tecnologie di frontiera (spesso anche collegate al mondo della transizione energetica) potrebbero far deragliare la COP28. Per questo, secondo Engström, “l’Europa deve aumentare la sua offerta sulla cooperazione tecnologica e sulla prossima fase di finanziamento del clima”.

(Foto: Consilium Europa)

 

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