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Verità fittizie. Così Pechino cerca di influenzare il risultato elettorale di Taiwan

Con le elezioni oramai prossime, la Repubblica Popolare ha intensificato l’attività di influenza a Taiwan. Diffondendo notizie false e manipolando lo spazio informativo. Anche grazie all’Ia

Può un sondaggio essere considerato uno strumento di guerra? La risposta è si, almeno nel contesto del Mar Cinese Meridionale. Negli ultimi giorni del 2023 le autorità taiwanesi hanno arrestato Lin Hsien-yuan, giornalista della testata online Fingermedia, colpevole di aver diffuso i risultati di un sondaggio da lui realizzato che preconizzava la vittoria del candidato più favorevole a Pechino nelle consultazioni presidenziali previste per il prossimo sabato. Peccato che questo sondaggio fosse creato ad arte.

Secondo i procuratori taiwanesi infatti i risultati di Lin sono stati falsificati e orchestrati da funzionari cinesi nella provincia del Fujian. I procuratori, che hanno portato avanti le indagini all’interno del framework della nuova legge “anti-infiltrazione” promulgata appositamente per contrastare l’interferenza cinese, hanno affermato che il campione di più di 300 cittadini millantato da Lin non esistesse, e che “gli otto round di interviste telefoniche” non abbiano mai avuto luogo. Rendendo il giornalista colpevole della fabbricazione di falsi sondaggi di popolarità.

I dati mostrati da Lin vedevano in testa (anche se con una marginale differenza di soli 1.22 punti percentuali) Hou yu-ih, candidato del Kuomintang. Rispetto al Democratic Progressive Party attualmente al potere, decisamente orientato verso il blocco occidentale, il Kuomintang è considerato avere un atteggiamento meno aspro nei confronti della Repubblica Popolare.

La diffusione di sondaggi falsi è solo una degli strumenti che compongono la campagna di disinformazione cinese, incentrata sulle figure del Ddp: essa dipinge il candidato William Lai come un dittatore in agguato, capace di scatenare una guerra con la sua sconsiderata ricerca dell’indipendenza formale dell’isola, mentre il vice-candidato Bi-khim Hsiao viene definito non eleggibile in quanto in possesso della cittadinanza statunitense.

Anche l’Intelligenza Artificiale, attraverso la creazione di video, immagini e clip audio fittizi, assume un ruolo-chiave nella conduzione della campagna di disinformazione. A dicembre è apparso su Youtube un video deepfake (rimosso prontamente dai gestori della piattaforma) in cui si affermava che, secondo quanto riportato dal ministero della Giustizia, Lai avesse tre amanti; poco tempo prima, era stato diffuso un file audio falsificato in cui un altro candidato alle presidenziali accusava Lai per essersi recato negli Stati Uniti per svolgere “un colloquio di lavoro”.

Ma così come viene impiegata per diffondere fake news e creare confusione, l’IA trova utilizzo anche nel loro contrasto. Come nel caso della società civile Cofacts: un’organizzazione di volontari, nata spontaneamente per combattere la disinformazione di matrice cinese, che si è di recente avvalsa del potenziale dell’IA generativa, sviluppando un modello linguistico capace di riconoscere i tentativi di manipolazione cinese.

Ma l’arsenale di strumenti di influenza di Pechino non si limita alla disinformazione. Il social network TikTok (controllata da una società con sede a Pechino), molto diffuso tra i giovani taiwanesi, è stato accusato di manipolare lo spazio informativo attraverso la sua politica di contenuti, agendo da cassa di risonanza per informazioni considerate vantaggiose e limitando la diffusione di altre ritenute più “scomode” per gli interessi del Dragone.

Un approccio da più lati, quello di Pechino, che cerca di modificare a suo vantaggio la situazione del Mar Cinese Meridionale seguendo i dettami dell’hybrid warfare. Mentre il rischio di un conflitto più convenzionale continua ad aleggiare all’orizzonte.

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