Skip to main content

La Via della Seta va in orbita. Pechino punta sullo spazio in Africa e nel Golfo

La Cina scalpita sempre di più nelle orbite, con lanci in aumento nel 2025 e la “prenotazione” di quasi 200mila ulteriori slot orbitali nei prossimi anni. Tuttavia, Pechino non guarda solo a spazi per sé, ma anche ai servizi che può offrire ai tanti Paesi che non hanno le capacità per mettere in piedi programmi spaziali autonomi. Così la nuova Via della seta cinese si fa anche spaziale

Sul finire del 2025 la Cina ha presentato presso l’International telecommunication union (Itu) — l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina la ripartizione delle frequenze radio e degli slot orbitali per le comunicazioni — una serie di richieste per l’assegnazione di frequenze e posizioni orbitali per oltre 200mila satelliti, distribuiti su almeno 14 costellazioni diverse. Due dei principali progetti, denominati CTC‑1 e CTC‑2, chiedono l’autorizzazione per 96.714 satelliti ciascuno, per un totale di circa 193.428 unità solo da queste due iniziative, la domanda numericamente più consistente mai recapitata presso l’Itu. Questo deposito non garantisce l’immediato lancio di tutti questi veicoli, ma rappresenta una mossa strategica. Secondo la normativa Itu, chi presenta per primo i piani delle costellazioni può assicurarsi priorità nell’accesso alle frequenze e agli slot orbitali, risorse limitate e sempre più contese. Alla base di questa mossa non c’è solo un discorso di privilegio nazionale, ma anche una strategia che guarda agli attori spaziali emergenti, di cui Pechino punta a farsi principale partner e sponsor. 

Come è cambiato il paradigma

Fino a pochi decenni fa, lo spazio era appannaggio esclusivo di pochissimi Paesi tecnologicamente e industrialmente più sviluppati. Oggi la situazione è radicalmente cambiata: alle agenzie statali si sono affiancati gli attori privati, soprattutto statunitensi, e un numero crescente di Stati emergenti sta sviluppando capacità spaziali proprie o è attivamente alla ricerca di partner con cui dare forma alle proprie ambizioni spaziali. La Cina ha colto questo cambiamento e sta trasformando lo spazio in un nuovo livello della sua Belt and road initiative (Bri), estendendone la logica alle orbite: servizi in cambio di denaro e influenza.

Il Dragone in orbita

Negli ultimi anni la Cina ha aumentato progressivamente la frequenza dei lanci orbitali e ha ampliato la gamma di veicoli di lancio. Nel 2025 ha stabilito un nuovo record nazionale, con 93 missioni spaziali in un solo anno, superando il suo precedente massimo di 68 nel 2024. In quelle missioni sono stati portati in orbita oltre 300 satelliti. La famiglia di razzi Long March, colonna portante del programma spaziale cinese, continua a dominare la scena. Nel 2025 sono stati utilizzati numerosi vettori della serie, con l’introduzione di nuovi modelli come il Long March 8A, il ZQ 3 e il Long March 12A, alcuni dei quali progettati con elementi (dichiara Pechino) riutilizzabili. Oltre ai vettori statali, stanno emergendo anche operatori cinesi “privati”, come LandSpace, che nel 2025 ha lanciato un razzo a metano migliorato (Zhuque-2E Y2), attestando i progressi tecnici riguardo la riduzione dei costi di lancio.

Tra gli elementi più importanti della strategia cinese c’è la costruzione di sistemi spaziali con portata globale. Il BeiDou Navigation satellite system (Bds) è oggi uno dei quattro sistemi di navigazione satellitare globali, insieme al Gps (USA), al Glonass (Russia) e a Galileo (Ue). A partire dal 2020, BeiDou è entrato in pieno servizio globale, con decine di satelliti attivi in orbita media e geosincrona. Nel settembre 2024 sono stati lanciati altri due satelliti di navigazione BeiDou, portando il sistema a oltre 60 unità complessive e consolidandone la capacità di fornire posizionamento, navigazione e timing (Pnt) su scala planetaria. Parallelamente a BeiDou, la Cina sta anche sviluppando costellazioni commerciali su larga scala. Progetti come Thousand Sails (o Qianfan) prevedono la messa in orbita di migliaia di satelliti per servizi di connettività globale, con centinaia di unità già lanciate e ulteriori buildout pianificati nei prossimi anni.

Le mosse (spaziali) di Pechino in Africa e nel Golfo

La Cina si sta posizionando per porsi come attore spaziale di riferimento per diversi Paesi in Medio Oriente, Nord Africa e nell’Africa subsahariana, proponendo pacchetti tecnici completi per costruire capacità spaziali nazionali. Questi “pacchetti” includono progettazione satellitare, infrastrutture di terra, formazione specialistica e, soprattutto, le capacità di lancio, che rimangono l’elemento più difficile e costoso da realizzare autonomamente.

Negli ultimi anni Pechino ha siglato memorandum, accordi di cooperazione e finanziato investimenti per supportare progetti spaziali nazionali lungo tutta la Bri. In Egitto, ad esempio, il governo cinese ha fornito quasi 140 milioni di dollari in sovvenzioni dal 2016 per costruire un centro di assemblaggio satellitare e sviluppare satelliti come il MisrSat-2. Questi centri hanno inoltre il plus di trasferire le competenze tecnologiche con l’obiettivo di supportare la nascita di capacità industriali locali. Altrove, accordi simili riguardano l’Arabia Saudita (con la cooperazione su BeiDou e le possibili installazioni di strutture permanenti), il Sudan, l’Oman e l’Algeria, che da tempo collabora con la Cina sui satelliti per le comunicazioni, come l’Alcomsat-1.

In questo contesto – e ritornando all’Itu –, la domanda presentata dalla Cina va oltre il piano della sola competizione con gli attori occidentali e permette a Pechino di “prenotarsi” una serie di posizioni orbitali molto vantaggiose, sia da sfruttare sul piano nazionale sia da offrire ai propri partner.

Perché riguarda (anche) noi

La strategia cinese ha una rilevanza diretta per l’Italia e per l’Europa. Roma, attraverso l’Agenzia spaziale italiana e la sua industria nazionale, ha sviluppato suoi progetti di cooperazione con i Paesi africani, supportando la costruzione di capacità locali — tra cui il recente lancio dell’Agenzia spaziale africana, con il contributo tecnico italiano. Queste iniziative rientrano anche nella logica del Piano Mattei, che mira a promuovere partenariati paritari e capacità autonome nei Paesi partner. L’offerta cinese — particolarmente attrattiva per Paesi con risorse limitate o con ambizioni rapide di sviluppo — può erodere la presenza italiana ed europea nei dossier tecnologici di Paesi come l’Egitto, l’Algeria o nel Golfo. 


×

Iscriviti alla newsletter