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Una Chiesa in cerca della sua pace. Verso il Concistoro straordinario di Papa Leone

Oggi si chiude il Giubileo ed è già tempo di occuparsi del primo Concistoro straordinario che inizierà domani con due giornate articolate in tre sessioni. L’agenda è aperta ma il pontefice ha già scelto di dedicare attenzione alla questione della liturgia. La riflessione di Riccardo Cristiano

Non sono tempi ordinari. Papa Leone chiude il Giubileo ed è già tempo di occuparsi del primo Concistoro straordinario, cioè l’incontro del papa con tutto il collegio cardinalizio per discutere dei grandi tempi presenti, nel corso di due giornate articolate in tre sessioni, con agenda aperta ma con la scelta di dedicare attenzione certamente alla questione della liturgia.

È come dire che la Chiesa cerca la sua pace interna, visto che il confronto sulla liturgia, sul diritto rivendicato dai tradizionalisti di seguire il rito tridentino, la vecchia messa in latino, è ormai questione tanto antica quanto esplosiva. Una questione molto più importante di quel che appare e che comunque va chiarita anche nella sua apparenza.

Molti infatti, parlando di Messa in latino, la definiscono la “messa di sempre”. In realtà nei primi secoli era celebrata in greco, poi con il ridursi della conoscenza del greco si preferì il rito in latino, che divenne quello ufficiale alla fine del IV secolo. Solo con il Concilio di Trento (1545-1563) fu definita quella che noi conosciamo e che è rimasta in vigore fino al Concilio Vaticano II, quando si è fatto proprio come si scelse di fare tra il III e il IV secolo.

La sostanza ovviamente è anche altro, molto altro: non solo la questione della posizione del sacerdote, di spalle rispetto ai fedeli nel rito tridentino, come una guida che da sola indica la strada, o rivolto verso i fedeli per concelebrare intorno alla mensa eucaristica? Ecclesia tutto sommato vuol dire assemblea.

Sono così emerse, da tempo, visioni molto diverse e di enorme importanza. Una fede incarnata, non solo clericale, o un giudice eterno, al di fuori e al di là della storia?

Papa Leone forse confida nel buon senso, ma il terreno è scivoloso e i segnali di apertura “nella forma” al tradizionalismo, con il noto ritorno all’uso del rosso imperiale, ad esempio, non sembrano bastare. È la liturgia il terreno di confronto.

È molto interessante leggere quanto Leone ha affermato in una recente intervista: per lui la questione liturgica era “come continuare il processo di rendere la liturgia più significativa all’interno di una cultura diversa, all’interno di una cultura specifica, in un luogo specifico in un dato momento”. Ma presto si è confrontato con la polarizzazione sulla messa in latino: “Questo è un tema che, secondo me, forse con la sinodalità, dobbiamo affrontare e discutere. È diventato un tema talmente polarizzato che spesso le persone non sono disposte ad ascoltarsi a vicenda. Ho sentito vescovi parlarmi di questo, mi hanno detto: ‘Li abbiamo invitati a questo e quello, ma non vogliono nemmeno ascoltarci’. Non vogliono nemmeno parlarne. Questo è un problema in sé. Significa che ora siamo entrati nell’ideologia, non siamo più nell’esperienza della comunione ecclesiale. Questo è uno dei temi all’ordine del giorno”.

Papa Francesco aveva capito che governare la Chiesa richiede un indirizzo, consapevoli delle opposizioni, da rispettare ma come tali. Per i tradizionalisti è risultato inammissibile, come la storia recente ha dimostrato. Scisma, eresia, sono diventate parole quotidianamente pronunciate.

Ora Leone cerca di riportare un po’ d’ordine in questo confronto che definire polarizzato è poco. Il punto rilevante però è che Leone, nel brano riportato, sembra indicare la necessità di discuterne sinodalmente, e questo nei termini odierni vorrebbe dire prioritariamente senza escludere il laicato cattolico. Non considerato per secoli, il laicato cattolico trova nella nuova Chiesa tutta sinodale, voluta da Francesco e confermata da Leone, il suo ruolo. Questa è una novità prodotta dalla grande innovazione sinodale.

Certamente non sarebbe poco. Ma in questo tempo di presunta “scristianizzazione” non bisognerebbe trovare il modo di coinvolgere davvero anche quei battezzati che pur ritenendosi ancora cattolici si sono distanziati dalla pratica?

Se la Chiesa ha ancora un’autorità morale riconosciuta ben più ampia dei confini indicati dai suoi praticanti è anche per merito loro. La situazione non è la stessa in tutto il mondo, ma in molti Paesi il modo di rapportarsi a questi battezzati che si sentono cattolici pur non praticando dovrebbe cominciare a emergere. Ne ha parlato il Censis, definendo questa “un’area grigia”. Forse sarebbe meglio cercare un’altra terminologia, per molti questo non è il tempo di escludere, ma di allargare.


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