Per Beniamino Irdi (Atlantic Council), l’azione statunitense in Venezuela va letta come una prima applicazione del “corollario Trump” della dottrina Monroe, coerente con la nuova National Security Strategy. Il fattore petrolifero conta, ma non è decisivo: la mossa risponde soprattutto a una logica di sicurezza e di contenimento della presenza russa e cinese nell’emisfero occidentale, con implicazioni anche per l’Europa, in un ordine internazionale sempre più fondato sui rapporti di forza
Nel dibattito sull’intervento statunitense in Venezuela, osserva Beniamino Irdi, non-resident senior fellow della Transatlantic Security Initiative dell’Atlantic Council, la variabile petrolifera ha occupato uno spazio rilevante nel dibattito pubblico, e non senza ragioni. Ma il punto centrale, sottolinea, va cercato altrove: quanto accaduto rappresenta una prima applicazione concreta del “Corollario Trump” della Dottrina Monroe, “pienamente coerente con l’impostazione delineata nella National Security Strategy recentemente pubblicata dall’amministrazione statunitense”.
Il Corollario Trump
Più che una mossa energetica, “l’intervento rappresenta la prima espressione tangibile della componente più rilevante della strategia di sicurezza nazionale statunitense, con cui Donald Trump ha segnato la mappa degli interessi strategici degli Usa. L’idea di fondo è che nel ‘giardino di casa’ degli Stati Uniti, l’emisfero occidentale, Washington rivendichi una forma di sovranità estesa, che fa sì che la legittimità politica dei governi della regione dipenda almeno in parte dalla loro postura di politica estera”.
In definitiva, il blitz — con la cattura di Nicolas Maduro da parte della Delta Force e l’annuncio del controllo sul Paese dopo una dimostrazione di potenza — è servito a dimostrare che, spiega Irdi, “l’intento americano è avere nel proprio vicinato governi allineati, anche al costo di rimuovere quelli che sono avamposti di attori rivali o ostili”. Da questo punto di vista, il Venezuela era il teatro di una “penetrazione russa e cinese molto profonda”: “Dopo la rimozione di Maduro, la posizione di Mosca e Pechino nel Paese, sia in termini di investimenti politici sia economici, è molto più debole e precaria”. Irdi evidenzia inoltre come, nelle ultime ore, il segretario di Stato Marco Rubio abbia definito anche Cuba “un reale problema”, “e questo ragionamento non è certamente legato al fattore petrolifero, visto che Cuba non ha quel genere di risorse”.
L’asse del male, oltre il petrolio
Sul piano energetico, il Venezuela resta un attore rilevante per le sue ingenti riserve di greggio pesante, di cui gli Stati Uniti sono strutturalmente importatori netti e per la quale dispongono di raffinerie apposite. Il quadro geopolitico — dai rapporti meno lineari con il Canada, primo fornitore di questo tipo di greggio, al ruolo della Russia come produttore concorrente, fino alla Cina come principale acquirente del petrolio venezuelano — spiega perché la variabile petrolifera abbia pesato nel dibattito. Un dibattito condizionato anche da riflessi antiamericani, che spesso ricadono nel tema delle “guerre per il petrolio”.
Ma, avverte Irdi, questa chiave di lettura “non va sopravvalutata: la capacità produttiva del Venezuela è fortemente degradata, richiederebbe investimenti e tempi lunghi per essere ripristinata e si inserisce in un mercato del greggio pesante strutturalmente saturo, con prezzi destinati a restare compressi. Un contesto che rende il fattore energetico insufficiente, da solo, a spiegare la portata strategica della mossa americana”.
Il Venezuela rappresenta dunque un caso emblematico. La penetrazione russa e cinese nel Paese era diventata eccessivamente articolata; inoltre, si muovevano interessi iraniani e Caracas aveva anche collegamenti con Pyongyang: ossia, in quello che Trump ha definito ieri “OUR Hemisphere”, c’era una piattaforma operativa del cosiddetto “Axis of Upheaval” (come lo aveva definito Richard Fontaine del CNAS, intervistato ieri da Formiche.net), un covo di nemici nel cortile di casa.
Irdi osserva anche come, “inserita in una prospettiva più ampia, la vicenda venezuelana si somma a una serie di battute d’arresto per la politica estera russa: negli ultimi anni, Mosca ha subito fallimenti rilevanti che hanno progressivamente smantellato la rete di alleanze costruita nel tempo, una rete che le consentiva una proiezione di potenza superiore a quanto giustificato dai suoi fondamentali economici e demografici”.
L’esperto si riferisce al ridimensionamento della presenza russa in Siria, ma anche all’indebolimento del rapporto strategico con l’Iran — basato soprattutto sulla cooperazione militare — e, ora, al venir meno del Venezuela come alleato chiave nell’emisfero occidentale: elementi che delineano una traiettoria chiara. “Anche per la Cina l’operazione rappresenta un colpo sensibile, anche di immagine, tanto più alla luce del fatto che una delegazione cinese si trovava nel Paese fino a pochi giorni prima degli eventi”.
E adesso? Cosa aspettarsi, anche per l’Europa
Ma adesso, cosa succederà? “Resta in effetti aperta una questione cruciale: la natura reale del rapporto che si sta formando tra Washington e il nuovo assetto di potere venezuelano. Non è ancora chiaro quanto sia solida la presa dell’amministrazione americana sulla nuova leadership, né fino a che punto essa sia disposta, o in grado, di allinearsi”.
Le dichiarazioni della vice di Maduro, Delcy Rodríguez, ora al potere, appaiono effettivamente ambigue e lasciano spazio a interpretazioni divergenti. “Non è chiaro se si tratti di una strategia negoziale, di una postura più assertiva in pubblico a fronte di un sostanziale allineamento, oppure se rifletta una reale incertezza sui margini di manovra politica. In definitiva, molto dipenderà dall’assestamento del rapporto di forza tra Washington e il nuovo governo venezuelano”, spiega Irdi.
Ma la crisi venezuelana offre un’ulteriore lezione indiretta all’Europa? “È l’ennesimo messaggio all’Unione Europea: in un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione tra potenze, la forza e la capacità di proiezione contano più delle regole. Le tensioni anche in altri quadranti, compresi Taiwan e altri teatri globali, confermano che il sistema internazionale si sta allontanando da un ordine basato sulle norme per avvicinarsi a uno fondato sui puri rapporti di potere. Un dato che dovrebbe spingere anche Bruxelles e i Paesi membri dell’Ue a trarne le dovute conseguenze”.
















