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Biotech, come sbloccare il potenziale italiano tra regole, capitali e talenti. Scrive Pastorella (Az)

Di Giulia Pastorella

Il biotech italiano rappresenta un’industria dinamica, ma ancora lontana dall’esprimere pienamente il proprio potenziale nel confronto europeo. Per trasformare la crescita in competitività strutturale servono regole più semplici, capitali pazienti e un ecosistema capace di trattenere talenti e valorizzare la ricerca. Parla Giulia Pastorella, deputata e vicepresidente di Azione

Il settore biotech italiano è in forte crescita, ma ancora lontano dall’esprimere tutto il suo potenziale. Secondo l’ultimo rapporto di Assobiotec, nel 2024 contava quasi seimila imprese, un fatturato di 53,4 miliardi di euro e una crescita del +5% sul 2023. Numeri che raccontano un’industria dinamica, strategica e ad alto valore aggiunto. Ma il confronto europeo mostra come il potenziale sia ancora in parte inespresso: Paesi come Francia e Germania, con circa 800 imprese biotech ciascuno, presentano ecosistemi più consolidati, sostenuti da cluster scientifici e produttivi strutturati. Se la politica italiana vuole puntare sul biotech per rafforzare la competitività del Paese e sostenere la crescita economica, è quindi legittimo chiedersi quali misure possano davvero liberarne il potenziale. Le leve principali sono tre: regole, capitali e competenze.

Ridurre tempi, costi e incertezza regolatoria

A livello europeo si sta lavorando al Biotech act, un’iniziativa pensata per rafforzare le biotecnologie e la bio-manifattura, portando l’innovazione “dal laboratorio alla fabbrica e al mercato”. Ma l’armonizzazione normativa, da sola, non basta. Le esperienze comparabili mostrano che la semplificazione funziona se accompagnata da strumenti operativi. In Francia, ad esempio, il piano France 2030 ha introdotto percorsi accelerati e ambienti di sperimentazione guidata per le biotecnologie sanitarie e industriali, con il coinvolgimento diretto delle autorità pubbliche fin dalle prime fasi. Anche in Italia sarebbe utile rafforzare strumenti come testbed e sandbox regolatorie, che consentano di testare le innovazioni in ambienti controllati prima dell’immissione sul mercato, riducendo tempi, costi e incertezza regolatoria. È un approccio già adottato in altri settori innovativi, dall’intelligenza artificiale al fintech, e che potrebbe ridurre significativamente tempi, costi e incertezza regolatoria anche nel biotech.

Rafforzare l’ecosistema dei capitali…

Il biotech è un settore ad alta intensità di capitale e con tempi di sviluppo lunghi. Anche in questo caso il confronto europeo è istruttivo: in Germania, l’ecosistema biotech si è sviluppato grazie a un uso sistematico di strumenti di co-investimento pubblico-privato, che affiancano il venture capital nelle fasi più rischiose e accompagnano le imprese fino allo scale up industriale. Le strutture di finanziamento tradizionali faticano a sostenere il percorso che va dalla ricerca di laboratorio alla commercializzazione. Per questo, le partnership pubblico-privato rappresentano spesso il mix più efficace: consentono di affiancare le imprese condividendo rischi e benefici in modo più equilibrato.

In questo quadro, gli incentivi fiscali per ricerca e innovazione devono essere non solo confermati, ma soprattutto resi stabili e prevedibili nel tempo. L’incertezza normativa è infatti uno dei principali deterrenti per gli investimenti di lungo periodo.

In Italia pesa inoltre una storica scarsa dimestichezza con il venture capital. Secondo l’EY venture capital barometer 2025, gli investimenti in venture capital in Italia rappresentano circa lo 0,07% del Pil, contro lo 0,22% della Francia e lo 0,15% della Germania: un divario che incide direttamente sulla capacità delle imprese biotech di crescere, scalare e restare sul territorio nazionale. Rafforzare questo ecosistema è cruciale per aumentare la liquidità disponibile, favorire la crescita dimensionale delle imprese e ridurre la spinta a trasferirsi all’estero. Infine, in una fase in cui gli investimenti nel settore della difesa stanno crescendo, anche il biotech può beneficiare del cosiddetto dual use, cioè di innovazioni nate per scopi militari e successivamente applicate in ambito civile. La sfida politica sarà spiegare con chiarezza che investire in difesa non significa investire solo in armi: molta dell’innovazione che oggi diamo per scontata nasce proprio da questo intreccio.

…e della ricerca

Le competenze sono probabilmente la leva più importante per la crescita del settore biotech. I regimi fiscali agevolati per attrarre profili altamente qualificati possono aiutare, ma restano palliativi se non si affrontano due problemi strutturali: salari poco competitivi e carenza di infrastrutture di ricerca avanzate.

L’Italia può contare su alcune eccellenze riconosciute a livello internazionale, capaci di attrarre talenti anche dall’estero. Ma si tratta ancora di eccezioni. In Francia e Germania, invece, le politiche pubbliche hanno puntato sulla costruzione di veri cluster biotech territoriali, collegando università, centri di ricerca, ospedali e imprese, con strumenti stabili di trasferimento tecnologico e sostegno agli spin off accademici. In Italia invece la ricerca universitaria, nel suo complesso, soffre di sottofinanziamento e di scarse possibilità di trasformare i risultati scientifici in progetti imprenditoriali.

Il tema della fuga dei cervelli, ben noto in tutti gli ambiti Stem, colpisce anche il biotech. Accanto alle ragioni economiche esiste un problema culturale più profondo. Da un lato, in Italia fatichiamo a sostenere davvero lo spirito imprenditoriale, mentre tra i talenti italiani all’estero è altissima la percentuale di chi aspira a fare impresa. Dall’altro, nel mondo della ricerca manca spesso una vera “mentalità del brevetto”: si privilegiano le pubblicazioni, fondamentali per bandi e carriere accademiche, ma insufficienti a creare valore industriale.

Una strategia coerente e di lungo periodo

Se vogliamo che il biotech diventi uno dei motori della competitività italiana, serve una strategia coerente e di lungo periodo. Norme che abilitino l’innovazione, capitali pazienti che accompagnino la crescita e un ecosistema capace di attrarre e trattenere talenti, valorizzando lo spirito imprenditoriale tanto del privato quanto della ricerca pubblica.

Il potenziale c’è. Ora serve la volontà politica di metterlo davvero a sistema.

(Pubblicato su Healthcare Policy 18)


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