Nasce un metodo, che cammina su solide gambe, spiega la premier che chiude il suo intervento ad Addis Abeba con un accenno alla saggezza africana: “Nessun sentiero si traccia senza incontrare pietre, ma è grazie a quelle pietre che noi possiamo camminare, grazie a quelle pietre che noi possiamo andare avanti”. Addis Abeba come laboratorio per una nuova forma di cooperazione, allargata e rafforzata, non con un singolo Stato ma con quei Paesi che rappresentano il futuro del mondo, dal momento che il 65% della popolazione ha meno di 25 anni
Sono due gli elementi messi a fuoco dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in occasione del suo intervento al secondo Vertice Italia-Africa in Etiopia: il metodo che è stato inaugurato tramite il Piano Mattei e l’obiettivo complessivo da inseguire, che sta permettendo all’iniziativa italiana di avere un ampio respiro internazionale, come dimostrano le attenzioni di Usa, Ue, Bei, Wordl Bank e Unione Africana. Ovvero due architravi, allo stesso tempo valoriali e pragmatici, che hanno permesso l’uso di concetti come rivoluzione e strategia.
Lo si estrapola dal suo discorso. In primis, nessuna celebrazione fine a se stessa ma l’occasione per dialogare in Africa e con l’Africa sul cammino compiuto in due anni, e quindi “ragionare insieme su cosa possiamo ancora fare per rendere il piano Mattei più efficace, più concreto, più aderente alle esigenze dei territori”. Il tema dell’ascolto è primario nella dialettica meloniana, anche perché a ben vedere è stato l’aspetto che da sempre gli africani hanno messo in evidenza quando si confrontavano con l’occidente: “Vogliamo essere ascoltati”, dicevano nelle varie assise internazionali. Oggi sta accadendo, con la possibilità di “correggere la rotta quando serve”, aggiunge la premier, “adattarci, a fare tesoro perfino degli errori che eventualmente commettiamo”.
Addis Abeba, dunque, come laboratorio per una nuova forma di cooperazione, allargata e rafforzata, non con un singolo stato ma con quella miriade di paesi che gioco-forza rappresentano il futuro del mondo, dal momento che il 65% della popolazione ha meno di 25 anni. Qui si inserisce, come un puzzle molto complicato ma a tratti scientifico, il tema della formazione come elemento trainante: la motivazione è pragmaticamente quella legata alle giovani generazioni. Meloni lo accenta con veemenza quando osserva che ogni progetto del piano non è quello di “creare nuove dipendenze, ma quello di sostenere il protagonismo dei popoli africani e costruire vere opportunità di riscatto e questo è possibile solo se si mette al centro la valorizzazione del capitale umano, fin dai primi anni di scuola”.
Altro elemento tocca il modo di guardare all’Africa, anticamera ad una nuova azione nel continente. Fino ad oggi, ad esempio, con Nigeria e Global partnership for education, è stata sostenuta la campagna per raccogliere 5 miliardi di dollari e migliorare la qualità dell’istruzione per 750 milioni di bambini in oltre 91 nazioni. Sul punto tra l’altro si terrà a Roma il prossimo giugno un vertice con il presidente Tinubu. E ancora, centrale è il tema migratorio, con un distinguo preciso: “Non ci interessa sfruttare la migrazione per avere mano d’opera a basso costo da impiegare nei nostri sistemi produttivi. Vogliamo invece combattere le cause profonde che spingono troppi giovani a dover lasciare il luogo nel quale sono nati e cresciuti e che impediscono loro di assicurare il contributo che vorrebbero dare al progresso e allo sviluppo delle loro nazioni. È una scelta di responsabilità condivisa, non di convenienza”, spiega la premier che chiude con un accenno alla saggezza africana: “Nessun sentiero si traccia senza incontrare pietre, ma è grazie a quelle pietre che noi possiamo camminare, grazie a quelle pietre che noi possiamo andare avanti”.
















