L’Europa rischia di essere soverchiata da un mondo che sa usare la forza e la capacità strategica. Non dobbiamo correre questo rischio. Bisogna sapere che o l’Europa è in grado di rilanciare la Nato e l’Occidente rilanciando sé stessa e prendendosi delle responsabilità, oppure rischia di sprofondare nel declino. Intervista ad Andrea Manciulli, direttore delle Relazioni istituzionali della fondazione MedOr
Individuare un’opportunità di sviluppo e crescita da una crisi profonda e lacerante, come puó essere la situazione a Gaza o la guerra in Ucraina: questo l’imperativo per l’Ue secondo Andrea Manciulli, direttore delle Relazioni istituzionali della fondazione MedOr, che affida a Formiche.net un’articolata riflessione sul delicato momento internazionale con cui il Vecchio continente è chiamato a confrontarsi. E richiama Machiavelli sulla capacità degli Stati di crescere e riformarsi.
Che cosa può cambiare nella percezione europea dinanzi, non solo alla prima giornata del Board for peace, ma dinanzi un’assise che è diversa rispetto alle quelle classiche come le Nazioni Unite?
Al di là dell’effetto senza dubbio dirompente che la nuova presidenza Trump ha avuto sul panorama mondiale, ciò che dovrebbe fare l’Europa è per me abbastanza chiaro perché l’Europa, nel mondo come si va profilando, è un continente che non sta nella nuova realtà, dal momento che si tratta di realtà mutata. Occorre rendersi conto che, dopo la vicenda dell’Ucraina e dopo la scelta di Putin di far tornare l’elemento della forza centrale, l’Europa è un continente che è forte economicamente, ma che non è altrettanto capace di stare in un contesto mondiale e politico nel quale la forza è tornata un elemento imprescindibile. Così come è evidente che Trump abbia inaugurato una nuova stagione di unilateralismo che rischia di indebolire la tenuta dell’Occidente. La foto del Board of Peace di ieri ne era la plastica raffigurazione. Proprio per questo sull’Europa ricade una grande responsabilità quella di tenere vivi i valori e le fondamenta di un Occidente coeso e ancorato alla democrazia e alla libertà! Il legame transatlantico nasce da un comune sentire e da una comunità di valori, non si può fondare sulla scelta di seguire anche a prescindere le spinte unilaterali.
Cosa fare in questo senso da un punto di vista ideale, valoriale, di costrutto politico?
Innanzitutto è evidente che questa nuova dimensione rende il formato dell’Europa che abbiamo costruito, cioè un’Europa fatta di tantissimi Paesi, un formato inadeguato perché è troppo inclusivo: andava bene nel post-guerra fredda, perché permetteva di allargare lo spazio della democrazia. Ma se ora il tema è fare dell’Europa un elemento che contribuisce al rafforzamento dell’Occidente e che quindi ha un ruolo strategico e anche militare, bisogna cambiare: è importante mettere insieme i Paesi principali come l’Italia, la Germania, la Spagna, la Francia e la Polonia che è diventato il Paese leader dell’est europeo, senza dimenticare i Paesi scandinavi che rappresentano la porta verso l’Artico. E creando un legame sempre più forte con quegli alleati, lontani ma altamente strategici, come Giappone, Canada, Australia e Corea del sud. Partire da questo cuore dell’Europa serve a costruire una nuova prospettiva senza la quale sarà difficile vivere nella nuova fase.
Il rapporto con il Regno Unito come evolverà?
La prospettiva della Brexit si è esaurita ed è stata oggettivamente non un successo. Il rapporto va ricostruito e, a prescindere da Trump, è una cosa che farà bene all’Occidente.
Come potrà l’Europa perseguire questo obiettivo con un aggiornamento su elementi di contingenza come la difesa europea, la riforma della Nato e un tema fondamentale come il rafforzamento dell’atlantismo?
L’atlantismo, nato nel secondo dopoguerra dalle ceneri della seconda guerra mondiale, non è stato voluto per semplice simpatia fra Paesi, ma si basa su un’intercapedine di valori importantissima. La Nato è un’alleanza prima di tutto politica, fondata su una certa idea della società, della difesa della democrazia, della difesa della libertà, della difesa del mercato e della libera iniziativa, come portato di una seconda guerra mondiale che aveva caratterizzato lo scontro fra un mondo democratico e un mondo totalitario. Questo spaccato, se oggi lo trasportiamo qui, si è ulteriormente complicato, per più motivi.
Quali?
Si è complicato prima di tutto perché i regimi autocratici non sono diminuiti, hanno solo cambiato aspetto e per certi versi sono più difficilmente battibili perché sono meno totalitari nel senso classico del termine, ma molto più pervasivi. La Cina è un Paese con un forte carattere autocratico ma anche con una forza economica impressionante e ha saputo espandere la sua influenza “pacificamente” nel mondo in maniera impressionante: basti pensare a quello che ha fatto nel resto dell’Asia e in Africa. La sfida è tutta lì e l’Occidente non può che ripartire da questa vicenda, sapendo che oggi difendere la democrazia significa affrontare dei nodi che alla fine della seconda guerra mondiale non c’erano, penso alla società della comunicazione e alle nuove tecnologie. Non è la stessa cosa difendere la democrazia in un mondo statico come quello di ieri e farlo in un mondo nel quale i social media e le nuove tecnologie di comunicazione hanno dato l’illusione di una democrazia diretta e di una partecipazione che spesso è più illusoria che reale, ma che non ha nessuna regola.
L’esempio della repressione dei social è calzante?
Sì, penso a società come la Cina e la Russia: sono Paesi che al proprio interno reprimono l’uso dei social media. Mentre i Paesi dove è più libero l’accesso, cioè l’Occidente, sono quelli che più subiscono l’offensiva degli altri Paesi: questo non è un fatto banale e sta a dimostrare in maniera abbastanza evidente la fragilità dello spazio democratico nel quale viviamo. Noi siamo i più liberi, ma siamo anche i più vulnerabili e questo necessita un avanzamento delle prospettive della democrazia che deve riuscire a difendere se stessa anche dall’uso distorto e aggressivo che gli altri ne possono fare.
Quali sono gli errori da evitare in questa fase in cui l’Europa si sta riprogettando, anche dinanzi a progetti importanti come le politiche mediterranee che impattano direttamente non solo su Gaza ma sull’intero fronte africano?
C’è prima di tutto un problema di metodo: l’Europa, che è cresciuta nel benessere e nella capacità di organizzare e legiferare, è un’Europa dominata da una venatura elitaria e tecnocratica che purtroppo ha difficoltà a fare questo sforzo di rilancio del ruolo della democrazia: c’è bisogno di un ritorno fortissimo alla politica e anche a una politica in grado di decidere. E se devo fare un esempio, in questi anni la preoccupazione dell’Europa è stata più quella di regolare il mercato interno e la competizione interna, piuttosto che occuparsi di come difendere le sue prerogative nello spazio che la circondava, ovvero l’est.
Si riferisce all’Asia, a cominciare dalla Russia e a sud, ovvero l’Africa?
L’Europa deve capire che questa epoca nella quale ha pensato più alla moneta e meno ai confini politici va completamente ripensata. Non è un caso che le due più grandi crisi degli ultimi anni siano avvenute entrambe ai confini dell’Europa, in Ucraina e in Medio Oriente. Se l’Europa non è in grado di stabilizzare e di avere un ruolo positivo verso i suoi confini non reggerà in futuro, questo è il tema centrale. Non ci si deve occupare dell’Africa perché si fa un gesto umanitario. Bisogna occuparsi dell’Africa perché è il principale fattore di sviluppo e di crescita demografica ai confini con l’Europa e, nel giro di qualche anno, avrà una popolazione sempre più grande e sempre più giovane mentre l’Europa una popolazione sempre più vecchia e sempre più bisognosa. Questa vicenda o la subiamo o la governiamo. Non ci sono alternative. Per questo, secondo me, l’iniziativa del Piano Mattei è una buona iniziativa.
Ma ci vorrà anche la capacità di difendere gli investimenti che noi facciamo. Se in questi anni l’Europa è stata cacciata dall’Africa, è perché l’Europa non è stata capace di difendere le proprie prerogative. I russi e i turchi invece sono arrivati in Libia perché loro non avevano, a differenza dell’Europa, nessuna remora ad aiutare militarmente quelle zona. Wagner è arrivata in Mali e poi ha fatto arrivare i russi esattamente nello stesso modo. Da questo punto di vista l’Europa non può fare lo stesso, perché ce lo vietano la nostra cultura democratica e le nostre leggi, ma non possiamo nemmeno rimanere così. Dobbiamo avere una dimensione militare e strategica rivolta a questo spazio e se ci sarà una domanda di aiuto legittimata, dovremo poterla ascoltare. L’Europa deve essere percepita come un attore dell’Occidente dentro la Nato che difende i valori dell’Occidente.
Che cosa rischia di fatto l’Europa?
Io sono uno storico militare a cavallo fra l’epoca medievale e l’epoca moderna. Mi viene in mente il pensiero che Machiavelli aveva sui piccoli Stati italiani come Venezia e Firenze, che ospitavano gli intellettuali che avevano la migliore innovazione tecnologica per l’epoca, oltre alla forza economica, ma non avevano né una dimensione statale adeguata né un esercito adeguato.
Machiavelli vedeva invece crescere grandi Stati nazionali intorno che erano meno forti economicamente, ma che stavano costruendo grandi eserciti e grandi strutture statali e che, come poi accadde, avrebbero avuto la meglio su questa galassia di Stati.
Riscontro una grande analogia con quello che stiamo vivendo, naturalmente con tutte le differenze. L’Europa rischia di essere, mutatis mutandis, come i piccoli Stati del benessere e dell’economia, soverchiati da un mondo che invece sa usare la forza e la capacità strategica. Non dobbiamo correre questo rischio. Bisogna sapere che o l’Europa è in grado di rilanciare la Nato e l’Occidente rilanciando sé stessa e prendendosi delle responsabilità, oppure rischia di sprofondare nel declino, come accadde ai piccoli Stati italiani.
















