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Così la Russia conduce la guerra cognitiva contro l’Occidente. Il paper dell’Istituto Germani

Il paper Quando l’orso si traveste da serpente analizza la guerra cognitiva russa come strumento di pressione strategica sull’Occidente. Attraverso intelligence, disinformazione e controllo della reazione, Mosca mira a indebolire la capacità decisionale e la coesione cognitiva delle democrazie liberali

L’errore più frequente nel leggere l’azione russa contro l’Occidente è continuare a chiamarla propaganda. La propaganda presuppone un messaggio, un contenuto ideologico da trasmettere. La strategia russa contemporanea, viceversa, lavora per sottrazione, dissolvendo la possibilità stessa di giudizio.

È su questo terreno che si sviluppa la guerra cognitiva del Cremlino, un insieme coerente di dottrine, pratiche e apparati che affondano le radici nelle misure attive sovietiche e che trovano oggi piena espressione nella guerra ibrida contro le società occidentali. E, sullo stesso terreno, si struttura il paper firmato dal generale Cristadoro e pubblicato dall’Istituto Gino Germani.

Dalle “misure attive” alla destabilizzazione delle percezioni

Già durante la Guerra fredda, il Kgb, precisa lo studio, definiva le aktivnye meroprijatija come operazioni clandestine finalizzate a influenzare la vita politica, la politica estera e il processo decisionale dei Paesi bersaglio. Come spiegava Yuri Bezmenov negli anni Ottanta, oltre l’80% delle risorse era destinato alla sovversione ideologica, con l’obiettivo di alterare la percezione della realtà fino a rendere impossibile qualunque conclusione razionale.

Quel paradigma non è mai stato abbandonato, è stato aggiornato. Se la propaganda sovietica era rigidamente ideologica e selettiva, quella russa contemporanea è fluida, contraddittoria, adattiva. Non chiede adesione, induce confusione.

La folla come bersaglio strategico

La guerra cognitiva russa si muove nel solco delle teorie classiche sulla psicologia delle masse. Gustave Le Bon descriveva già a fine Ottocento la folla come entità emotiva, incapace di autonomia critica e incline alla delega. In un ecosistema digitale dominato da algoritmi e micro-narrazioni, quella fragilità viene amplificata.

Secondo Cristadoro, l’obiettivo non è orientare l’opinione pubblica verso una posizione filorussa, ma frammentare lo spazio cognitivo occidentale, alimentando polarizzazione, tribalismo e logiche da tifoseria. La moltiplicazione delle versioni, anche palesemente false o grottesche, serve a logorare la fiducia nei fatti e nelle istituzioni, non a costruire consenso.

Reflexive control. Decidere al posto dell’avversario

Il cuore dottrinale di questa strategia, precisa il paper dell’Istituto Germani, è il reflexive control, concetto elaborato dalla scuola militare sovietica e sviluppato in epoca post-sovietica. Il principio è quello di indurre l’avversario a prendere decisioni sfavorevoli convincendolo che siano frutto di una scelta autonoma. Questo attraverso informazioni selezionate, incomplete o distorte. Il bersaglio viene spinto a reagire secondo schemi prevedibili. In questo senso, l’informazione diventa un’arma vera e propria, capace di produrre effetti strategici senza ricorrere alla forza cinetica.

Caos organizzato e negabilità

A differenza delle democrazie, precisa Cristadoro, la Russia non separa nettamente apparato informativo, intelligence e potere politico. Fsb, Gru, Svr, Ministero degli Esteri, media statali e organismi di controllo digitale operano come un ecosistema coordinato, con sovrapposizioni deliberate che garantiscono ridondanza e negabilità plausibile.

L’uso di proxy, milizie informali, hacker unit e campagne di disinformazione consente al Cremlino di colpire senza rivendicare. Quando l’attribuzione diventa inevitabile, la risposta non smentisce, ma ribalta: chi denuncia l’ingerenza viene accusato di isteria, russofobia, manipolazione.

Il trolling geopolitico

Un elemento distintivo della fase più recente è l’uso deliberato del grottesco. Video generati artificialmente, narrazioni apertamente caricaturali, contenuti che non pretendono di essere creduti. Tutto questo con il chiaro obiettivo di raggiungere un processo di normalizzazione del falso.

Questo trolling geopolitico produce assuefazione, abbassa le difese cognitive e contribuisce a quella che Cristadoro definisce “dipendenza epistemica”: la rinuncia progressiva alla verifica autonoma in favore di flussi informativi emotivi e identitari.

Una guerra che non finisce

Il paper dell’Istituto Germani lancia infine un monito. La guerra cognitiva non conosce armistizi, non distingue pace e conflitto, interno ed esterno, civile e militare. È invece una condizione permanente, tanto più efficace quanto meno viene riconosciuta come tale.

L’Occidente continua a rispondere con categorie inadeguate, trattando la disinformazione come un problema comunicativo e non come una minaccia strategica. Nel frattempo, la capacità di formulare giudizi condivisi si erode, la fiducia si frantuma e il campo di battaglia si sposta stabilmente nella mente delle società democratiche.


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