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L’Italia può tornare motore dell’integrazione Ue, ma serve un salto politico. Parla Cangelosi

“La Francia? Indubbiamente in grande difficoltà. La Germania? Positivo l’accordo Meloni–Merz ma attenzione alle conseguenze industriali. La vicinanza Starmer-Xi? Uk costretta a trovare forme di intesa. Roma promuova quelle riforme istituzionali necessarie a rendere l’Unione più funzionale”. Conversazione con l’esperto ambasciatore, già consigliere diplomatico del presidente Giorgio Napolitano

Quale il ruolo dell’Italia nella Ue di oggi e, soprattutto, di domani alla luce della situazione in cui si trovano soggetti di primo piano come Francia, Germania e Regno Unito? Formiche.net lo ha chiesto all’ambasciatore Rocco Cangelosi, già rappresentante permanente per l’Italia a Bruxelles e consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Una voce esperta e dalla lunga esperienza, che in questa conversazione ha scomposto i fattori politici ed economici dei Paesi coinvolti, al fine di consegnare un quadro di insieme in cui spicca la postura italiana e il contributo valoriale che potrà dare a quell’Unione europea che deve confrontarsi con dossier impegnativi e delicati, come Cina, Stati Uniti, difesa e programmazione industriale.

Da un lato Londra chiama Bruxelles per il programma Safe sulla difesa, dall’altro l’Italia sta rafforzando le sue relazioni con la Germania. In questo momento è la Francia il Paese europeo più in difficoltà secondo lei?

La Francia è indubbiamente in difficoltà per molte ragioni. Innanzitutto per la situazione politica interna: il governo è molto debole e c’è il rischio di un blocco del bilancio, con la possibilità di uno scioglimento dell’Assemblea. La situazione si chiarirà soltanto con le elezioni presidenziali; solo allora vedremo come evolverà il quadro. Allo stesso tempo Macron cerca di svolgere un ruolo internazionale anche per rafforzarsi sul piano interno, e dunque non abdica alla sua funzione nella politica estera.

I recenti accordi stipulati fra Giorgia Meloni e Friedrich Merz vanno nella giusta direzione?

Certamente l’incontro Meloni–Merz rappresenta un fatto positivo e si inserisce nella tradizione della speciale relazione italo tedesca, che ha contribuito enormemente alla costruzione europea. Tuttavia, per quanto riguarda le politiche industriali, occorre prestare attenzione ai diversi interessi in gioco. Una delle proposte discusse riguarda la deregolamentazione, che può essere condivisibile. L’altra riguarda una maggiore libertà sugli aiuti di Stato: per la Germania, che dispone di ampio spazio fiscale, significherebbe poter attuare una politica industriale molto aggressiva. L’Italia, invece, ha margini fiscali molto più ridotti; bisogna quindi essere cauti, perché potremmo finire per concedere alla Germania un vantaggio competitivo superiore a ciò che otterremmo in cambio.

Italia e Germania sono le prime due manifatture d’Europa. Questo dialogo può segnare l’inizio di una nuova fase europea sulle dinamiche industriali, dall’automotive alla difesa?

Il tema della politica industriale europea rappresenta un aspetto tuttora irrisolto in sede comunitaria. Va affrontato con determinazione e in modo analitico. È auspicabile che da questo incontro emergano indicazioni più incisive. Finora la politica industriale dell’Unione si è tradotta sostanzialmente nella politica di concorrenza, con effetti talvolta negativi: basti pensare al blocco della fusione Siemens Alstom, giudicata dominante sul mercato europeo senza considerare che il vero riferimento dovrebbe essere il mercato globale. Se un asse italo tedesco riuscisse a orientare gli Stati membri verso una politica industriale più ambiziosa, sarebbe un fatto positivo. L’Unione ha bisogno di strumenti che facilitino gli investimenti nei settori di punta. In questo senso il rapporto Draghi è molto chiaro e indica le strade da seguire.

Venendo al Regno Unito: la nuova relazione speciale tra Starmer e Xi, dettata anche dalle difficoltà britanniche nel dialogo con gli Stati Uniti, può rappresentare un problema per l’Europa? Penso allo spionaggio industriale, ai pannelli solari, alla nuova ambasciata cinese a Londra, fino ai diritti civili di Taiwan.

La Gran Bretagna, come molti altri Paesi, cerca di mantenere rapporti con la Cina perché costretta a trovare forme di intesa. Si tratta, a mio avviso, di una scelta dettata da necessità contingenti che vanno valutate con attenzione. Non la considero una scelta strategica, ma piuttosto una mossa tattica, simile a quella che molti Paesi sono costretti a compiere di fronte alla concorrenza cinese e alla necessità di approvvigionarsi di semiconduttori e altri componenti essenziali.

In questo contesto, quale può essere il ruolo dell’Italia?

Il ruolo dell’Italia può essere straordinario. In passato, insieme al motore franco tedesco, il nostro Paese è stato uno dei principali propulsori dell’integrazione europea. Credo che, oltre agli aspetti industriali, Roma dovrebbe compiere un ulteriore sforzo per promuovere quelle riforme istituzionali necessarie a rendere l’Unione più funzionale. L’attuale sistema dei veti rischia infatti di bloccare settori sensibili. L’Italia dovrebbe recuperare la sua tradizione europeista, sostenere l’integrazione e non restare ai margini delle cooperazioni rafforzate, nelle quali sarebbe auspicabile entrare. Sul piano industriale questo orientamento è già visibile; sul piano della politica estera, invece, la presidente Meloni cerca di mantenere una posizione di equidistanza tra i “volenterosi” e gli Stati Uniti, nella speranza — condivisa da tutti — che Washington possa ricondurre la propria politica nell’alveo della cooperazione europea e transatlantica. Tuttavia alla luce delle recenti evoluzioni della politica americana, a mio avviso non sarà più sufficiente mantenere l’equilibrio e una scelta più convintamente europeista sarà necessaria.


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