Scontro Roma-Parigi sul caso Deranque e nuove tensioni tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. Per Stefano Candiani si tratta di una reazione sproporzionata, legata al nervosismo francese e al nuovo protagonismo internazionale dell’Italia. Sullo sfondo, un Trattato del Quirinale ancora troppo formale e poco sostanziale
Le parole volano sull’asse Roma-Parigi e diventano subito materia politica. Le tensioni degli ultimi giorni sul caso Quentin Deranque e il botta e risposta tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron riaccendono una frizione mai del tutto sopita tra Italia e Francia. Secondo Stefano Candiani, deputato della Lega e membro del gruppo parlamentare di amicizia Italia-Francia, lo scontro è sproporzionato e figlio di un clima politico più ampio. Una tensione che si intreccia con il protagonismo internazionale di Roma, dal Piano Mattei al rapporto con gli Usa, e con un Trattato del Quirinale che fatica a tradursi in cooperazione concreta.
Onorevole Candiani, come interpreta lo scontro di questi giorni tra Parigi e Roma?
È uno scontro sorprendente. Meloni ha espresso considerazioni di comprensione e preoccupazione che dovrebbero essere lette come un segnale di solidarietà, non di ingerenza. Ha richiamato un principio simile a quello che animò la solidarietà europea ai tempi di Charlie Hebdo. Non c’è stata alcuna interferenza negli affari francesi.
Macron ha reagito in modo eccessivo?
Non c’è proporzione tra le parole pronunciate da Meloni e la risposta dell’Eliseo. È probabile che Macron non abbia ricevuto informazioni corrette su quanto effettivamente detto dalla presidente del Consiglio. Ma resta una reazione sopra le righe.
Dietro questa tensione c’è anche una competizione politica più ampia?
C’è un fastidio di fondo. Macron tenta di recuperare un margine politico che oggi appare ridotto. Meloni si sta muovendo da protagonista sul piano internazionale, dal Piano Mattei in Africa ai nuovi equilibri europei. L’Africa è sempre stata considerata un terreno di influenza francese e oggi l’Italia rivendica un ruolo più attivo. Anche i rapporti con la Germania mostrano una dinamica diversa rispetto al passato, con un legame solidissimo fra Roma e Berlino.
Quanto pesa il dossier sulla difesa europea?
Quando Macron propone debito comune per finanziare un aereo prodotto in Francia e poi acquistato dai tedeschi, è evidente che si pongono questioni industriali e strategiche. L’Italia deve difendere i propri interessi senza subire scelte calate dall’alto.
Il Trattato del Quirinale può essere uno strumento di stabilizzazione?
Il Trattato del Quirinale è rimasto finora molto formale e poco sostanziale. Le occasioni di confronto non mancano, ma spesso restano rituali. A livello parlamentare l’attività è ridotta e non sempre incisiva. Serve uno scatto in avanti reale.
I rapporti tra i due Paesi rischiano una frattura strutturale?
No. I legami storici, economici e culturali sono solidi. Nei prossimi giorni è previsto un incontro con il presidente del Senato francese e i rapporti tra i parlamenti restano corretti. Le tensioni sono legate a un momento politico particolare, anche alla fase finale del mandato di Macron e al diverso posizionamento internazionale dell’Italia.
Incide anche il rapporto tra Meloni e Trump?
È un elemento che può pesare. Meloni ha scelto un profilo attivo in politica estera, muovendosi in linea con le dinamiche europee ma rivendicando un posizionamento filo-atlantico e di buon dialogo con l’amministrazione statunitense. Questo può aver alimentato irritazione a Parigi.
Qual è la via d’uscita?
Rilanciare il Trattato del Quirinale con maggiore impegno da entrambe le parti. Meno formalità e più contenuti concreti. Italia e Francia non possono permettersi di trasformare tensioni episodiche in incomprensioni permanenti.
















