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Meloni, Modi, Takaichi. Indo-Med e Indo-Pacifico si uniscono a Vivekananda rock

C’è un filo che unisce il discorso di Shinzo Abe del 2007 alla nascita dell’Indo-Pacifico come spazio strategico, mostrando come l’India sia tornata al centro della scena attraverso alleanze con Giappone, Emirati, Israele ed Europa. Oggi, con Takaichi a Tokyo e Meloni a Roma, si consolida un asse India-Giappone-Italia che salda Indo-Pacifico e Indo-Mediterraneo in una nuova “confluenza di mari” fondata su democrazie, sicurezza marittima e cooperazione strategica

Sette anni prima che Narendra Modi arrivasse al potere, in un piovoso giorno dell’agosto 2007, Shinzo Abe si presentò davanti al Parlamento indiano evocando l’ultima grande opera di Dara Shukoh, Majma-ul-Bahrain, la Confluenza dei Due Mari. Citò Swami Vivekananda, figura che ha ispirato tanto Modi quanto ampie correnti dell’India contemporanea.

Shukoh, principe ereditario e figlio di Shah Jahan, pagò con la vita la sua audacia intellettuale. Il tentativo di avvicinare Islam e Induismo, di unire oceani spirituali, gli costò l’esecuzione per mano del fratello Aurangzeb. Anche Abe sarebbe stato assassinato anni dopo. Si potrebbe sostenere che pure lui pagò il prezzo dell’audacia, quella di voler saldare non religioni ma geografie, fondendo Pacifico e Oceano Indiano in un unico spazio strategico.

Se il libro di Shukoh ha inciso nell’immaginario morale dell’India, il regno di Aurangzeb ne consolidò la potenza imperiale. Il discorso di Abe compì un gesto analogo nella geopolitica moderna. Restituì l’India al centro della scena asiatica e diede forma linguistica a ciò che sarebbe diventato l’Indo-Pacifico.

La storia indiana appare spesso ciclica. Le fratture si aprono, gli equilibri si rompono, ma gli schemi ritornano in nuove configurazioni. Nonostante le turbolenze prodotte dal secondo mandato di Donald Trump, Nuova Delhi ha continuato a rafforzare le proprie alleanze sia verso ovest sia verso est. Gli accordi con Israele e con gli Emirati Arabi Uniti hanno dato profondità a formati come l’I2U2, mentre i rapporti con Giappone e Australia sono maturati fino a diventare pilastri della stabilità regionale.

Il cerchio tracciato da Abe oggi sembra richiudersi.

Con l’ascesa di Sanae Takaichi alla guida del Giappone, prima donna a ricoprire l’incarico dopo la sua vittoria elettorale, la continuità con la visione di Abe è evidente. Modi è stato tra i primi leader a congratularsi, sottolineando che il partenariato tra India e Giappone svolge un ruolo decisivo per la pace, la stabilità e la prosperità globali, ed esprimendo fiducia che le relazioni raggiungeranno traguardi ancora più ambiziosi.

La risposta di Takaichi è stata immediata e politicamente esplicita. Ha ribadito la volontà di rafforzare ulteriormente la Special Strategic and Global Partnership e di cooperare per la realizzazione di un Indo-Pacifico libero e aperto. Non era una formula di cortesia. Era la riaffermazione della centralità dell’India nella strategia di lungo periodo di Tokyo, dalla difesa alle catene di approvvigionamento, dall’innovazione alla mobilità dei talenti. L’architettura di Abe rimane.

Una dinamica parallela si è sviluppata anche in Europa.

Giorgia Meloni ha raccolto un’eredità complessa da Mario Draghi. Eppure la prima donna alla guida del governo italiano non solo ha superato le aspettative, ma ha restituito a Roma una centralità e un rispetto internazionale che molti ritenevano attenuati. Sotto la sua leadership l’Italia ha progressivamente ridotto la dipendenza dalla Cina e ha investito capitale politico in una relazione strutturata con l’India. La sintonia personale tra Meloni e Modi è diventata quasi un simbolo, condensato nell’hashtag Melodi, che racconta un rapporto ancora in fase di consolidamento istituzionale ma già dotato di peso strategico.

Non meno rilevante è il rapporto tra Meloni e Takaichi. Due leader donne di Paesi del G7 che si incontrano, coordinano priorità, spingono dossier comuni dal GCAP alla resilienza delle filiere. La dimensione personale rafforza l’allineamento istituzionale e accelera processi che altrimenti rischierebbero lentezze burocratiche.

Il trilaterale India-Giappone-Italia nato negli anni di Draghi esiste ancora, ma rischia di essere superato da una geometria più dinamica. L’asse Meloni-Modi-Takaichi sta disegnando una nuova confluenza di mari, dal Mediterraneo al Pacifico, fondata su identità democratiche, interessi marittimi e una comune attenzione alla voce del sud globale.

In questa visione, Indo-Mediterraneo e Indo-Pacifico non sono mappe concorrenti. Sono parti della stessa continuità strategica.

All’estremità meridionale della penisola indiana, vicino allo scoglio legato alla meditazione di Vivekananda, il Mare Arabico incontra l’oceano più vasto. Abe ricordò quell’immagine nel 2007 citando le parole del monaco. Correnti nate in luoghi diversi finiscono per unire le proprie acque.

Quasi vent’anni dopo, quella metafora è diventata politica.


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