Sabotaggi a basso costo e ad alto impatto: colpire il segnalamento significa fermare i treni senza toccare i convogli. Per Roberto Setola, direttore del Master in Homeland Security dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, il metodo è quello classico dell’area anarchica, ma con possibili nuove saldature tra frange radicali. L’Italia dispone di un sistema di sicurezza solido; la sfida è prevenire coordinamenti e derive più strutturate
Il sabotaggio corre lungo i binari ma viaggia, soprattutto, sui cavi. Non serve colpire un convoglio: basta mettere fuori uso il segnalamento e la circolazione si ferma. È una strategia a basso costo e ad alto rendimento mediatico, già vista in passato e tornata d’attualità con i recenti danneggiamenti alla rete ferroviaria, a cui il governo ha contrapposto diverse iniziative in capo al Viminale. Per capire natura e prospettive del fenomeno cui stiamo assistendo da giorni che ha coinvolto diverse linee dell’alta velocità in particolare, Formiche.net ha parlato con il professor Roberto Setola, direttore del Master in Homeland Security dell’Università Campus Bio-Medico di Roma ed esperto di protezione delle infrastrutture critiche.
Professore, siamo di fronte a un’escalation o a una riproposizione di schemi già noti?
Direi la seconda. Il modus operandi è tipicamente anarchico. Non è una novità: nel 2019, ad esempio, ci fu un sabotaggio alla stazione di Firenze Rovezzano con modalità analoghe. Si interviene nei pozzetti che ospitano i cavi del segnalamento, si inserisce materiale infiammabile e si provoca un incendio. Non si tocca la linea di alimentazione del treno, ma il sistema che regola la circolazione. Senza segnalamento, per ragioni di sicurezza, i treni non possono viaggiare.
Colpire il segnalamento significa massimizzare l’effetto con il minimo rischio?
Esattamente. È un’azione relativamente semplice, che non richiede competenze sofisticate e consente di ottenere un impatto significativo sulla mobilità, con inevitabili ricadute mediatiche e politiche.
Ha colpito la contemporaneità di alcuni episodi. È un cambio di passo?
Questo è l’aspetto più interessante. Le cellule anarchiche sono tradizionalmente autonome, poco strutturate in senso gerarchico. Vedere azioni concomitanti in più punti della rete può indicare un livello di coordinamento maggiore o, quantomeno, un effetto emulativo organizzato. È uno schema che richiama quanto avvenuto in Francia durante le Olimpiadi, quando furono colpiti più tratti ferroviari in modo quasi simultaneo.
C’è un asse europeo tra gruppi anarchici?
Storicamente sì. Le realtà anarchiche francesi, italiane e greche hanno interagito e si sono sostenute. Italia e Francia condividono, ad esempio, l’opposizione alla linea Torino-Lione, che rappresenta un terreno comune di mobilitazione. Questi legami favoriscono scambi di narrazioni, esperienze e talvolta pratiche operative.
In Italia, però, l’impatto è stato più contenuto rispetto al caso francese. Perché?
Perché in Francia si colpì in prossimità di un evento globale come le Olimpiadi, con Parigi al centro dell’attenzione mondiale. In Italia gli attacchi hanno interessato nodi strategici – come Bologna – ma lontani da un palcoscenico di quella portata. Inoltre, negli anni, Ferrovie dello Stato ha costruito un sistema di sicurezza solido, con investimenti significativi nella protezione e nel monitoraggio della rete.
Quanto è complesso proteggere l’infrastruttura ferroviaria?
Molto. Parliamo di circa 17mila chilometri di tracciato. È evidente che non si può presidiare ogni metro. Si lavora su intelligence preventiva, sorveglianza tecnologica e rapidità di intervento. L’Italia ha maturato un know how importante nella protezione delle infrastrutture critiche.
Sta cambiando anche il profilo ideologico dei gruppi che colpiscono?
C’è uno spostamento tematico. Le azioni si intrecciano con istanze antimilitariste ed ecologiste, e su queste si innestano letture ideologiche legate al Medio Oriente. Si osserva un avvicinamento tra frange antagoniste e ambienti anarchici, con un’estremizzazione dei contenuti per recuperare visibilità. Alcuni gruppi ambientalisti radicali, in Europa, hanno adottato modalità di protesta più aggressive, avvicinandosi a logiche tipiche dell’area anarchica.
È un fenomeno destinato a crescere?
Dipenderà molto dalla capacità di prevenzione e dalla gestione del consenso intorno a queste sigle. Quando gruppi che hanno perso radicamento territoriale cercano visibilità, possono ricorrere ad azioni eclatanti. Ma la risposta dello Stato, sul piano investigativo e della sicurezza, è strutturata e consolidata.
Qual è la sfida principale oggi?
Intercettare i segnali deboli: capire quando l’emulazione si trasforma in coordinamento stabile. La protezione delle infrastrutture critiche non è solo una questione tecnica, ma anche di analisi dei fenomeni sociali e politici che possono generare minacce.
















