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Il lavoro sotto traccia che protegge la democrazia. Così Rizzi racconta la nostra intelligence 

La trasformazione dell’intelligence nell’era dell’informazione totale, tra minacce ibride, sovranità digitale e lavoro sottosoglia. Nell’intervista a speciale Tg5, il direttore del Dis Vittorio Rizzi racconta come cambiano sicurezza, democrazia e protezione del Paese in un mondo di ombre, dati e competizione tecnologica

Quando Vittorio Rizzi parla, lo fa dal cuore di un mondo invisibile, che pulsa dietro le mura di Palazzo Dante e si allunga fino a Forte Braschi, dove si custodisce la memoria e la protezione del Paese. “Negli ultimi dieci anni è cambiato tutto”, racconta il prefetto e direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) intervistato dal Tg5 nello Speciale dal titolo “Sotto traccia – Parlano gli 007”.

“Se si parte dalla considerazione che negli ultimi due anni sono stati prodotti 150 miliardi di Terabyte di dati, che rappresentano il 90 per cento dei dati prodotti in tutta la storia dell’umanità, considerato che un servizio di intelligence vive di informazioni, oggi l’informazione non è più uno strumento ma una dimensione nella quale siamo tutti calati”, racconta Rizzi definendo quella in atto una trasformazione antropologica, non è esclusivamente legata al mondo dell’intelligence. “Mentre dieci anni fa l’informazione era uno strumento, oggi è una dimensione e in questa dimensione l’intelligence deve distinguere il vero, il verosimile e il falso”.

Ma a cosa serve oggi l’intelligence? “Prima la minaccia era una minaccia lineare, c’erano confini da difendere, un nemico da individuare, una minaccia da respingere. Oggi tutto ciò non ha più questa evidenza, diventa tutto molto più ibrido, molto più difficile da distinguere”, chiarisce il prefetto alla guida del Dis da gennaio 2025. La minaccia è silente, cognitiva, perché “si attacca la capacità di libero arbitrio, la libertà di giudizio dell’uomo”, e si manifesta anche nella manipolazione dell’informazione: “Lo abbiamo visto nelle minacce recenti, nelle competizioni elettorali, dove il tema della disinformazione ha portato addirittura a ripetere in alcuni paesi dell’Ue le elezioni perché c’era stata una distorsione manipolativa dell’informazione”.

Ed è in questo scenario che la tecnologia diviene oggi centrale: “La componente tecnologica è la sfida di questo secolo. Con il passaggio dall’analogico al digitale il progresso tecnologico ha subito una prima accelerazione. Ma il digitale sta per terminare, siamo già nell’era quantum. Adesso l’accelerazione diventa fortissima perché la competitività sul mercato dal punto di vista tecnologico si misura in mesi mentre prima le grandi aziende e campioni nazionali misuravano la loro competitività sui mercati internazionali in anni”.

Per Rizzi c’è una sfida tecnologica in atto sulla quale si confronta la sovranità digitale dei Paesi. “Sovranità che non è un lusso – spiega il direttore del Dis – Avere capacità di calcolo, avere capacità di analisi e non dover dipendere da altri player mondiali che di fatto detengono questa capacità, parliamo delle grandi big tech statunitensi e cinesi, significa tutelare la sovranità del proprio Paese”.

Per Rizzi la sovranità digitale è parte integrante della sovranità nazionale: “Sovranità digitale è uguale a sovranità del proprio Paese, che è uguale a democrazia”.

L’evoluzione tecnologica  – aggiunge a Speciale Tg5 – porta a introdurre nuovi strumenti, il dibattito più diffuso è sull’IA dove si teme che le macchine possono sostituire l’uomo: “In realtà sappiamo tutti che non è così, ma la potenza di calcolo può fortemente cambiare le percezioni e può soprattutto essere veicolo della minaccia ibrida”.

Nei luoghi dei servizi, la vita operativa è silenziosa e concentrata. Ed è qui che si inserisce la testimonianza di Rizzi: “Io stesso vengo da una storia di Forza di polizia, ho indossato la divisa per quasi 40 anni, e quella divisa mi sembrava una corazza perché erano le effigi dello Stato. Qui devo vestire abiti anonimi, dell’anonimato devo fare il mio mestiere”, spiega Rizzi. E l’anonimato è essenziale: “Nel momento in cui un attore ostile ad esempio attacca una nostra infrastruttura di un ministero o la presidenza del Consiglio, e noi siamo in grado di intercettare l’attacco, disinnescarlo e di porre in essere una azione di resilienza. Tutto questo si chiude in quella che noi chiamiamo la guerra delle spie”.

Il prefetto descrive un lavoro che richiede equilibrio, sensibilità e coraggio: “Spesso si opera in teatri esteri, teatri assolutamente ostili, dove gli attori che minacciano il nostro Paese lo fanno in maniera insidiosa, la minaccia ostile non ha mai un nome e cognome. Ci muoviamo in un mondo di ombre, dove la minaccia non è lineare, e in questo mondo di ombre dobbiamo essere ombre con maggiore lucidità e velocità per intercettare una minaccia e disinnescarla”.

La legge 124 del 2007 ha cambiato l’assetto dei servizi, ma l’intelligence esiste da sempre: “Noi lo facciamo risalire al 1925, ma che l’intelligence ci sia sempre stata nella storia dell’umanità è un fatto”.

Nei corridoi di Palazzo Dante e nelle sale operative di Forte Braschi, convergono competenze diverse e sempre in evoluzione: “Ci sono 5 diversi profili professionali che vanno dell’esperto di lingue rare, all’esperto di geopolitica in un determinato quadrante, all’esperto del protecting engineered, a quella che è la figura che si occupa dell’infrastruttura, della logistica, della sicurezza. Le nostre procedure di arruolamento sono trasparenti, arruoliamo infatti sul sito del governo dove ciascuno può mandare il proprio curriculum”, racconta Rizzi aggiungendo quanto importante sia in questo momento l’attenzione rivolta alla ricerca in ambito Stem: “Il progresso tecnologico richiede professionalità che non sono molto presenti sul mercato del lavoro e noi dobbiamo prepararci per questo mondo che cambia e che richiede professionalità sempre più verticali”, sottolinea Rizzi.

Poi pone l’accento su uomini e donne che mettono la loro professionalità a servizio del Paese: “Io sono entrato in questo mondo un anno fa, e non lo conoscevo, ed è giusto fosse così, perché questo mondo non è conoscibile. Ho trovato delle professionalità straordinarie. Io non mi sento tranquillo in quanto direttore del Dis, io mi sento tranquillo come cittadino italiano, perché so che a proteggere il nostro Paese ci sono donne e uomini straordinari”.

Ma come sta messa l’Italia rispetto ai servizi di altri Paesi? “Abbiamo servizi di intelligence straordinari in tanti Paesi. Alcuni sono celebrati nelle serie tv e nelle narrazioni. Chi non conosce James Bond, il Mossad, e la Cia? Sono intelligence che hanno una storia e grandi professionalità. Ma l’Italia non ha nulla da invidiare a questi professionisti con cui tra l’altro mantiene una collaborazione trasversale. Ci sono minacce comuni in tutto il mondo, la minaccia Daesh per esempio unisce gran parte delle intelligence”, sottolinea Rizzi.

Ma qualcosa fa di noi un modello: “L’Italia è uno dei Paesi nei quali non registriamo gli attentati che si registrano in altri contesti territoriali, dove probabilmente il training di anni di sofferenza fatto dai nostri servizi di intelligence e dalle forze di polizia hanno fortificato sia le nostre istituzioni che l’intelligence. Il riferimento di Rizzi è alla minaccia terroristica negli anni delle brigate rosse, all’estremismo di destra e alla mafia. “Questi caduti, questa sofferenza, ci portano ad essere un modello, uno dei più performanti del mondo”, afferma orgogliosamente il direttore del Dis.

Infine, il prefetto chiarisce il senso della comunicazione: “Tra i compiti che la legge 124 affida proprio al Dis c’è quello di realizzare quella comunicazione che è necessaria, noi siamo al servizio dei cittadini. Lo facciamo alla nostra maniera, non possiamo raccontare in conferenze stampa quello che facciamo perché altrimenti creeremmo un pregiudizio alla sicurezza del nostro Paese. A volte dobbiamo subire narrazioni ostili e rimanere comunque in silenzio mantenendo dignità, compostezza e senso dello Stato”.

Palazzo Dante e Forte Braschi rimangono così custodi silenziosi, corridoi e sale operative che respirano dati e sicurezza, ma soprattutto fedeltà allo Stato. In questo mondo di ombre e tecnologie, di anonimato e coraggio, l’Italia trova la sua protezione, invisibile ma reale: “È in quel lavoro sottosoglia che si protegge la libertà e la democrazia”, conclude Rizzi.

 


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