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Un problema chiamato veto. Orban blocca (ancora) le sanzioni a Putin

I massimi diplomatici europei sono “davvero sconvolti e frustrati” per l’ostruzionismo di Budapest. La conseguenza è non riuscire a ragionare a mente fredda sulle nuove sanzioni alla Russia e sul prestito a Kyiv. Tajani dice apertamente di non condividere lo strumento del veto, dal momento che, come è noto, Roma è favorevole al finanziamento di 90 miliardi e alla linea ultramaggioritaria all’interno dell’Unione europea. In vista conseguenze legali per Orban?

Un problema chiamato veto. Da un lato i membri dell’Ue sono scocciati dall’atteggiamento ungherese che ferma i provvedimenti contro la Russia e il prestito all’Ucraina. Dall’altro la cooperazione industriale tra Ue e Stati Uniti è la chiave di volta per rafforzare il legame transatlantico e intrecciare i destini dei minerali critici e della difesa. Il Consiglio Affari esteri a Bruxelles, a cui ha preso parte il ministro Antonio Tajani, ha posto sul tavolo una serie di temi (strategici e delicati) che necessitano di una risposta d’insieme, non fosse altro perché la partita della guerra in Ucraina non può essere letta se slegata dalle conseguenze dei dazi e delle strategie future tra Bruxelles e Washington.

I nodi del veto e come aggirarli

“Purtroppo non siamo riusciti a raggiungere un accordo sul ventesimo pacchetto di sanzioni”, ammette amaramente la responsabile europea per la politica estera Kaja Kallas, secondo si tratta di “una battuta d’arresto, ma il lavoro continua”. Tutti capiscono che la diplomazia è preferibile alla guerra, “aggiunge, eppure dopo un anno di colloqui non abbiamo ancora nemmeno un cessate il fuoco, questo è l’ostacolo alla pace”. Chiede alla Russia di cambiare il copione, passando dalla pressione sull’Ucraina affinché ceda il territorio a ciò che la Russia deve fare per soddisfare le condizioni fondamentali per una pace giusta e duratura. Ma il nodo resta il veto: in attesa che venga risolta la questione per il futuro, in questo specifico caso Orban potrebbe avere conseguenze legali. Come quelle invocate dal ministro polacco Radek Sikorski secondo cui l’Ungheria stava “violando il principio di solidarietà europea, a cui siamo vincolati dal Trattato di Lisbona”, mentre il lituano Kęstutis Budrys ha affermato che il Consiglio dell’Ue potrebbe invocare l’articolo 7 del trattato europeo e porre fine a questo problema”, sospendendo il diritto di voto dell’Ungheria. La Commissione europea potrebbe anche fare pressione sull’Ungheria con la “minaccia di altri finanziamenti.

Contro l’unanimità

I massimi diplomatici europei sono “davvero sconvolti e frustrati” per l’ostruzionismo di Budapest. Ovvero l’anticamera per ragionare a mente fredda sulle nuove sanzioni alla Russia e sul prestito a Kyiv. Tajani lo dice apertamente di non condividere lo strumento del veto, dal momento che, come è noto, Roma è favorevole al finanziamento di 90 miliardi e alla linea ultramaggioritaria all’interno dell’Unione europea. “Noi siamo dalla parte dell’Ucraina, continueremo a fare quello che abbiamo fatto, continueremo a sostenerli in tutti i modi possibili. Continuiamo a dire – ha aggiunto – che sbaglia chi non vuole fare delle scelte che spingano Mosca a venire a più miti consigli. Il nostro obiettivo è la pace, il nostro obiettivo è il confronto, è una soluzione, però deve essere una soluzione positiva che non può penalizzare l’Ucraina”.

Anche i colleghi di Tajani sono contrariati. Il tedesco Johann Wadephul si dice “sconcertato dalla posizione ungherese, non credo sia giusto che l’Ungheria usi la propria lotta per la libertà per tradire la sovranità europea”. Il lituano Kęstutis Budrys ha dichiarato di essere “davvero arrabbiato e frustrato”, mentre il polacco polacco Radosław Sikorski ha criticato Budapest per aver dimenticato cosa significa resistere a un’invasione russa, riferendosi ai fatti del 1956 e alle truppe sovietiche.

Come rafforzare l’atlantismo

Parola d’ordine, relazioni transatlantiche, passaggio che Tajani mette ampiamente in risalto quando assicura che assieme alla Germania l’Italia continuerà a promuovere una collaborazione transatlantica più forte, allargandola all’Africa nell’ambito del Piano Mattei, oltre che agli altri paesi partner dell’Asia e dell’America Latina. Si tratta di un punto cruciale, perché permette di ammortizzare dossier complicati, come quello sui dazi, e promuovere sfide cruciali come i materiali critici: l’approccio comune è il terreno su cui il governo di Roma ha da sempre investito con forza e lo si ritrova in tutte le occasioni. Per questa ragione, a proposito di terre rare, Tajani sottolinea una volta ancora che l’Italia sostiene l’iniziativa della Casa Bianca al fine di “creare un’alleanza politica e strategica in questo settore cruciale”, così come riporta le rassicurazioni americane verso i partner del G7 sul fatto che non intendono creare instabilità alle imprese degli alleati, dopo la decisione della Corte Suprema sui dazi: “È importante continuare a lavorare costruttivamente con Washington per una rapida transizione verso il nuovo sistema. Abbiamo un obiettivo comune su entrambe le sponde dell’Atlantico: prevedibilità per le nostre imprese, rafforzamento del partenariato economico e rinnovato impegno per la crescita”.


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