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Nella crisi in Iran serve il pragmatismo di Erdogan e Meloni. Parla Politi

“Il drone contro Cipro? Non contro l’isola, ma contro due basi inglesi che per di più sono territorio sovrano britannico. A Teheran c’è un derby tra chi capisce che deve mantenere delle strade aperte e chi dice che bisogna andare allo scontro duro senza paura. L’articolo 5 è stato costruito con gli americani, i quali non avevano nessuna voglia di essere trascinati automaticamente in qualche guerra. Questo è un elemento importante da sottolineare”. Intervista al direttore della Nato Defense College Foundation, Alessandro Politi

Come testimonia l’operazione Valchiria ai tempi di Hitler, non è sufficiente cambiare regime ma occorre anche avere pronto un valido sostituto, spiega a Formiche.net Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, l’unico centro di ricerca non governativo affiliato direttamente all’alleanza. Il punto di partenza, a proposito dell’operazione “Ruggito del leone”, è l’attacco portato per ben due volte dall’Iran alla Turchia, suo alleato e anche membro della Nato. Circostanza che ha fatto emergere, per paradosso, gli accenti diversi di alcuni leader. “Ci troviamo in una situazione complicata per cui sarà essenziale mantenere il sangue freddo e la riduzione delle comunicazioni inutili. Questo Erdogan e Meloni lo sanno fare molto bene”, osserva.

Come giudica la risposta di Erdogan? Si rischia una reazione anche da parte dell’Alleanza atlantica sull’altare dell’articolo 5 del trattato?

Prima di invocare l’articolo 5 occorre discutere, come accaduto in occasione dell’attacco alle Torri Gemelle. Ricordo che all’inizio gli Stati Uniti non pensavano proprio di invocarlo per una questione mentale: erano sempre stati loro a correre in soccorso dell’Europa. E invece poi è emersa tra i Paesi europei l’idea che fosse opportuno invocarlo. Alla fine si è determinato che fosse un attacco esterno, lo era e quindi si è invocato di comune consenso. Quando noi ci lamentiamo che l’Europa è bloccata dal veto dobbiamo ricordarci che la Nato funziona per consenso su tutto. Quindi anche il Paese più piccolo può bloccare una decisione o comunque costringere a trovare delle posizioni comuni: è esattamente quello che è successo con la Spagna in occasione del 5% del Pil. L’articolo 5 è stato costruito con gli americani, i quali non avevano nessuna voglia di essere trascinati automaticamente in qualche guerra. Questo è un elemento importante da sottolineare. Che cosa fanno gli americani in questo momento è un altro paio di maniche. Ma l’articolo 5 funziona nei due sensi.

Questa la ragione alla base delle dichiarazioni prudenti di Erdogan?

Erdogan, molto probabilmente, ha scelto questa strada più ad uso interno e anche per rasserenare gli animi all’esterno: ha comunicato molto chiaramente all’Iran e ad altri Paesi musulmani dell’area che non è il momento di dividersi perché la situazione della guerra richiede piuttosto un dialogo che non una serie di attacchi che poi, come effetto, dividono i Paesi. Qui non si tratta di questioni di fede, questa è una questione squisitamente politica.

Come fu politica la questione delle vignette islamiche?

Esatto. Qui parliamo dell’Organizzazione della cooperazione islamica: è interessante che questa organizzazione abbia sempre raccolto insieme sunniti e sciiti a riprova che le divisioni non sono con una bandiera religiosa, ma sono politiche. Noto con interesse come la reazione di Erdogan sia stata molto più controllata di altri Paesi che, per molto meno, hanno evocato scenari di attacco.

Perché attaccare la Turchia che tra l’altro è un membro Nato e storico alleato dell’Iran?

Il messaggio inviato era di una parte che voleva mantenere una dimensione politica nella guerra, capendo benissimo che questi attacchi creavano degli enormi problemi con i vicini, faccio il caso dell’Arabia Saudita che aveva un accordo con l’Iran. Questa guerra di aggressione all’Iran ha creato dei problemi enormi ai Paesi del Golfo. Chi ospita sorgenti di minaccia sappia che è soggetto ad attacchi missilistici: questa la logica militare in voga a Teheran. Infatti anche l’attacco isolato del drone contro Cipro non era contro Cipro, come si è detto in varie occasioni, ma era contro due basi britanniche che per di più sono territorio sovrano britannico. E purtroppo il Regno Unito è fuori dall’Europa, per sua infelice scelta. E lo stesso Macron, davanti all’enormità di questa crisi, ha dovuto correggere il tiro politicamente. Quindi la risposta militare è chiarissima, ma il problema è che non c’è una risposta soltanto militarmente logica. Questa logica militare, se non si inquadra in una logica politica, rischia di portare all’escalation.

Come correggere dunque quella logica per evitare il peggio?

Parlo di logica politica all’interno del dibattito tra forze politiche dell’élite iraniana. C’è chi capisce che deve mantenere delle strade aperte e chi dice che bisogna andare allo scontro duro senza paura. In modo semplificato, i Pasdaran appaiono l’ala dura, il che è anche abbastanza consono al loro carattere. Però molto probabilmente questo dibattito è più trasversale di quello che si vuole lasciar trapelare nell’opinione pubblica. Anche Erdogan dice molto chiaramente di avere capito la situazione, ma di non poter accettare di essere sotto attacco. Si tratta dello stesso dibattito che la Nato ha avuto al suo interno quando si è fatta la campagna di bombardamento sulla Serbia: c’erano degli alleati che non volevano bombardare i ponti sul Danubio e gli americani erano furibondi perché gli alleati davano il 10% delle forze aeree. La risposta americana è stata: d’accordo, noi non li bombardiamo con missioni Nato, mandiamo una missione nazionale. Con grande gioia di tutti i Paesi rivieraschi del Danubio. Quindi è veramente una dialettica tra politica e operazioni militari.

Come valutare le mosse (anche future) di Ankara?

La Turchia si pone in questo modo: da un lato è consapevole di essere stata attaccata, dall’altro non intende farne un grande affare e la risposta di Erdogan è stata giocata sul piano nazionale senza mettere di mezzo l’alleanza.

Rutte è rimasto in silenzio…

Credo sia comprensibile che, davanti a una materia così delicata, dove probabilmente non c’è il consenso degli alleati, il Segretario generale abbia ritenuto opportuno non fare dichiarazioni che peraltro non rappresentano l’alleanza intera, perché l’alleanza si rappresenta attraverso soprattutto le dichiarazioni finali delle ministeriali e soprattutto dei vertici. Domani ci sarà il consiglio e vedremo la posizione dell’alleanza.

Giorni fa c’è stato un avvertimento strategico alla Turchia di un leader iraniano, Fatih Erbakan, che è del Partito del benessere, il quale annunciava quello che è poi accaduto: ha sostenuto che la base aerea di Incirlik e la base radar di Kürecik “rappresentavano una minaccia per la sicurezza nella regione”. Tutto come previsto dunque?

Si tratta di un esponente politico e, come noi italiani sappiamo benissimo che, quando un esponente politico parla, non sempre seguono i fatti. Succede anche in Russia, ma della Russia mi preoccupano sempre i silenzi. Il problema è un altro: come abbiamo scoperto anche dalla congiura dei generali di Hitler nell’operazione Valchiria, non basta decapitare il regime ma ci vuole una soluzione di ricambio a fondo. E questa i generali tedeschi non ce l’avevano e nemmeno gli eventuali congiurati iraniani. Lascerei perdere curdi o i giovani che vengono mandati come carne da macello, sappiamo benissimo che non sono in cima ai pensieri di nessuno. Non credo che la dichiarazione dell’uomo politico sia oggettiva nei termini iraniani. Effettivamente quella base e quel radar per loro sono un problema, è ovvio dal punto di vista militare: si è trattato di una scelta politica che probabilmente è stata presa anche tenendo conto proprio del fatto che i comandi sono stati decentrati. L’eliminazione della Guida suprema è stata una scelta infelice perché abbiamo capito qual è la logica israeliana riguardo alla leadership iraniana: eliminare sistematicamente le parti dialoganti e la catena di comando. Col risultato che adesso il decentramento rende più difficile il controllo sui missili anche a danno di chi ha scelto la guerra. Ci troviamo in una situazione complicata per cui sarà essenziale mantenere il sangue freddo e la riduzione delle comunicazioni inutili. Questo Erdogan e Meloni lo sanno fare molto bene.


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