Washington starebbe pensando di intervenire sui futures, i contratti che regolano e influenzano le negoziazioni di materie prime. Mentre dal Qatar arriva un monito che in realtà è un allarme rosso: se la guerra non finisce in tempi rapidi, barile a 150 dollari
La Cina lo ha fatto mesi fa, sui minerali critici, nichel e litio tra tutti. Oggi Gli Stati Uniti ripropongono l’operazione, ma sul petrolio e con scopi decisamente più utili alla collettività. Come a dire, poco calcolo e tanto pragmatismo. Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato misure volte a contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia a seguito del conflitto con l’Iran, tra cui un possibile intervento sul mercato dei futures (i contratti che influenzano l’andamento dei prezzi) sul petrolio. Un tentativo insolito da parte di Washington di influenzare i prezzi dell’energia attraverso i mercati finanziari, piuttosto che tramite le forniture fisiche di petrolio.
D’altronde i futures sul greggio statunitense sono aumentati di quasi il 21% da quando è iniziata la guerra con l’Iran, con il costo medio nazionale della benzina salito di 27 centesimi dalla scorsa settimana, raggiungendo 3,25 dollari al gallone. La chiusura dello stretto di Hormuz, poi, ha aggravato il tutto. L’idea di un intervento statunitense sul mercato dei futures avrebbe preso forma dal segretario al Tesoro Scott Bessent, ex gestore di hedge fund e investitore macro globale che ha trascorso decenni a negoziare valute, obbligazioni e materie prime prima di entrare nell’amministrazione Trump.
Di sicuro, non c’è un minuto da perdere. Il ministro dell’Energia del Qatar ha lanciato un monito più simile a un allarme rosso: se gli scontri Iran-Usa-Israele proseguono e il canale di Hormuz resta compromesso tutti i produttori dell’area finiranno per dover bloccare le operazioni e il barile di petrolio potrebbe raggiungere 150 dollari, “trascinando al ribasso le economie di tutto il mondo”. In una intervista al Financial Times, Saad al-Kaabi sostiene che anche se le ostilità si fermassero oggi ci vorrebbero “settimane se non mesi” per un ritorno alla normalità.
Invece con la durata del conflitto al centro di crescenti incertezze, secondo l’esponente qatariota altri produttori dovranno fare come il suo Paese, che ha già dichiarato di aver sospeso le operazioni per “causa di forza maggiore”, dopo un attacco iraniano ad un suo stabilimento. “Ci aspettiamo che tutti quelli che non hanno fatto ricorso a causa di forza maggiore lo facciano nei prossimi giorni, mentre tutto questo continua. Tutti gli esportatori del Golfo dovranno farlo. Se non lo fanno a un certo punto si ritroveranno a dover pagare il conto, se questa è la loro scelta”. Quasi certamente lo stop delle forniture dall’area “trascinerà giù le economie del mondo. Se la guerra continua per settimane. Il Pil mondiale ne subirà le ricadute. I prezzi dell’energia saliranno per tutti. Ci saranno penurie di alcuni prodotti e una reazione a catena per le fabbriche che non possono ricevere approvvigionamenti”.
















