Il conflitto in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno rallentando il traffico marittimo e aereo globale. Tra le filiere esposte c’è anche quella farmaceutica, che dipende anche da rotte logistiche e dalla produzione di principi attivi concentrata in Asia
Con il rallentamento del traffico nello Stretto di Hormuz e le difficoltà logistiche nell’area del Golfo, a essere colpite sono anche le catene di approvvigionamento globali che sostengono la produzione e la distribuzione di farmaci. L’escalation militare sta di fatto bloccato il movimento di numerose petroliere nello Stretto di Hormuz con effetti a catena sull’intero sistema logistico internazionale. Navi cargo ferme nei porti del Golfo o costrette a circumnavigare l’Africa, voli cargo sospesi e ritardi nelle rotte commerciali stanno rallentando il trasporto di un’ampia gamma di beni, dai semiconduttori ai fertilizzanti fino ai prodotti farmaceutici.
Così le rotte del Golfo coinvolgono anche la farmaceutica
Il Medio Oriente rappresenta infatti uno snodo logistico cruciale per il commercio globale. Attraverso questa regione transita circa il 20% del petrolio mondiale, ma anche numerosi prodotti derivati dal gas naturale utilizzati nelle filiere industriali. Tra le merci che percorrono queste rotte figurano anche i prodotti farmaceutici indiani – oltre il 75% dei principi attivi (Api) e circa il 60% dell’alluminio per il confezionamento arrivano da India e Cina – e componenti tecnologici come semiconduttori e batterie esportati dall’Asia verso altri mercati.
Gli effetti sulle supply chain potrebbero diventare più evidenti se il conflitto dovesse protrarsi. Patrick Penfield, professore di supply chain practice alla Syracuse University, ha riportato all’Associated press che l’interruzione dei traffici nel Golfo sta già producendo “impatti significativi sulle catene di approvvigionamento globali” e che, con il prolungarsi della crisi, potrebbero emergere carenze di prodotti e aumenti dei prezzi.
Uno snodo cruciale
I dati della società di analisi Clarksons Research indicano che circa 3.200 navi – pari a circa il 4% del tonnellaggio globale – risultano attualmente ferme all’interno del Golfo Persico. Altre centinaia sono in attesa nei porti degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman. Anche se la quota di traffico direttamente coinvolta appare limitata, l’effetto domino sulle rotte e sui porti internazionali può amplificare rapidamente le conseguenze logistiche.
Le aziende monitorano la crisi
Nel frattempo, le aziende farmaceutiche con presenza nella regione stanno monitorando attentamente la situazione. Negli ultimi giorni, diverse multinazionali – tra cui Boehringer Ingelheim, Roche, Bayer, Merck & Co., Novo Nordisk e Takeda – hanno confermato di aver attivato procedure per garantire la sicurezza dei dipendenti e la continuità delle forniture di medicinali nei Paesi coinvolti o limitrofi. Molte di queste imprese operano in Medio Oriente da anni e mantengono sedi regionali, uffici scientifici o reti di distribuzione che servono mercati in rapida crescita. L’Arabia Saudita, in particolare, sta cercando di attrarre investimenti nel settore biotech e farmaceutico con l’obiettivo di diventare un hub regionale entro il 2040.
Perché servono filiere più forti
La crisi in corso evidenzia però un punto più ampio che riguarda l’organizzazione delle catene del valore della salute. La dipendenza da principi attivi prodotti in Asia, la concentrazione geografica di alcune fasi produttive e la vulnerabilità delle rotte commerciali rappresentano fattori di rischio ormai riconosciuti. La crisi nel Golfo ricorda, dunque, quanto l’industria del farmaco sia intrecciata con la geografia del commercio globale. I medicinali vengono sviluppati nei laboratori, ma viaggiano su rotte marittime e aeree. Senza produzione di principi attivi, senza capacità manifatturiera e senza una base industriale solida, l’accesso ai farmaci diventa inevitabilmente vulnerabile agli shock geopolitici.
















