L’Italia cresce meno di tutti da oltre vent’anni, ma il nodo non è solo politico. Tra errori di impostazione europea, austerità e squilibri delle partite correnti, emerge la necessità di ripensare le regole fiscali dell’Unione. L’analisi di Gianfranco Polillo
Chiusa (malamente) la partita sulla giustizia, con il congelamento del “giusto processo”, ipotizzato dall’articolo 111 della Costituzione, l’attenzione si è spostata sui problemi economici e sociali dell’Italia. A suonare la sveglia è stato il recente editoriale di Francesco Giavazzi dalle pagine del Corriere della sera, il giorno stesso in cui l’Ocse presentava le sue previsioni sul futuro dell’economia dei principali Paesi occidentali. Italia all’ultimo posto, come tasso di crescita, sia per l’anno in corso che per quello successivo.
Un dato che ha fatto insorgere l’opposizione: pronta a condannare “senza se e senza ma” l’azione del Governo Meloni. Giudizio per la verità più che ingeneroso. Soprattutto labile nel ricordo. Secondo Eurostat, infatti, l’Italia ha occupato questa non invidiabile posizione fin dal 2001: epoca della nascita dell’euro. In questo quarto di secolo il suo risultato complessivo, in termini di crescita reale, è stato pari ad appena il 7,92%. Meno della Grecia, con il 10,31% e la Finlandia 22,49%. Paesi dalla stessa stazza come la Germania, che si è collocata al sedicesimo posto, hanno beneficiato di un incremento di reddito pari a 23,89%. La Francia, a sua volta, ha fatto leggermente meglio (più 29,34%). Mentre la Spagna (dodicesimo posto) ha goduto di un incremento pari al 37,72%.
Durante questo lungo periodo, l’Italia è stata governata dalle più diverse coalizioni. Governi di centro destra e di centro sinistra. Governi politici e tecnici. Governi presieduti da eminenti personalità. Nell’ordine: Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte, Mario Draghi ed infine Giorgia Meloni. Tutti incapaci? Nessuno all’altezza dei compiti che l’elettorato aveva loro affidato? Una sorta di maledizione e di sventura che ha colpito il Bel Paese? O non vi sono ragioni più di fondo che si possono individuare e comprendere?
Nel lontano 2002 era stato Romano Prodi, in una famosa intervista a Le Monde, a dire che il Patto di stabilità era stupido. Essendo allora Presidente della Commissione europea, ed avendo egli stesso firmato quegli accordi nel 1997, la cosa aveva fatto scalpore. Ma l’autocritica era più che giustificata. L’eccessiva rigidità del Patto impediva di cogliere le differenze fin da allora presenti nell’evoluzione dei singoli Paesi, ai quali imponeva un vestito a taglia unica, sia che si trattasse di economie robuste o di un fisico emaciato.
Ci sono voluti quasi 30 anni per giungere ad una sua revisione, intervenuta nel 2024. Allora Paolo Gentiloni era Commissario europeo per gli affari economici e monetari. Sua la responsabilità di proporre nuove regole di condotta. Che avevano il pregio di rompere con l’idea di voler prescrivere la stessa medicina a pazienti colpiti da malattie diverse. Per ovviare a questo inconveniente aveva proposto di effettuare degli screening mirati per giungere ad una diagnosi e quindi ad una possibile cura. Risultato che poteva essere ottenuto solo a seguito di un confronto serrato tra la Commissione ed i responsabili economici dei singoli Paesi, senza alcun pregiudizio. Più che logico.
Ad impedire lo svolgimento di quel tema era stato soprattutto Christian Lindner, ministro delle finanze tedesco, durante il governo del socialdemocratico Olaf Scholz. La sua preoccupazione, come presidente dei liberal-democratici, era soprattutto politica. Insidiato a destra da Afd (Alternative für Deutschland) aveva assunto una posizione iper rigorista, nella speranza (poi dimostratesi vana) di salvare lo spazio elettorale del suo partito. Ed allora via il dialogo tra Commissione e responsabili economici dei singoli Stati. Meglio tornare agli algoritmi del bel tempo andato, seppure con qualche modifica che non ne alterava, tuttavia, la logica più profonda.
Che una certa tipizzazione delle regole fosse necessaria, era fuori discussione. Il criterio di base doveva tuttavia riguardare l’intero quadro macroeconomico. Soprattutto distinguere tra Paesi formiche e Paesi cicala. Tra chi aveva la pretesa di vivere al di sopra delle proprie capacità e chi, invece, ne restava al di sotto. Elemento essenziale per certificarne il relativo status: l’andamento delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. In passivo (Paesi cicala), come la Grecia, i primi; in attivo, come la Germania, i secondi.
Grazie a questa distinzione basica, le politiche dovevano essere profondamente diverse. Deflazionistiche, all’insegna dell’austerity, per la prima tipologia di Paesi, onde evitare il possibile default. Si veda sempre la Grecia. Espansive, nel secondo caso, al fine di assorbire progressivamente il surplus elevato della bilancia dei pagamenti. Come nel caso della Germania. Questo mix di politiche di contenimento e di rilancio avrebbero consentito di accelerare il “processo di convergenza”, a livello europeo, offrendo ai Paesi più fragili la possibilità di accrescere il loro tasso di sviluppo per il traino di esportazioni da dirigere verso i Paesi formica.
Se si fossero applicati questi principi, la situazione italiana sarebbe oggi profondamente diversa. Nei primi anni dalla nascita dell’euro, l’Italia, come riconosciuto dallo stesso Governatore della Banca d’Italia, si era sviluppata ad un ritmo maggiore. Merito del maggior tiraggio di una domanda interna che era cresciuta ben oltre le capacità dell’offerta. Ed il risultato era stato un crescente deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. A quello squilibrio, divenuto permanente in quegli anni, si era fatto fronte ricorrendo a prestiti da parte dell’estero: necessari per acquistare l’eccesso di importazioni sulle esportazioni. Al punto che nel 2014 la posizione patrimoniale debitoria dell’Italia nei confronti dell’estero era risultata pari al 25,21% del Pil.
La svolta si ebbe nel 2011, quale riflesso dello shock esogeno derivato dal fallimento della Lehman Brothers e, successivamente, dalla crisi dei debiti sovrani. Furono le drastiche politiche deflazionistiche di Mario Monti a ristabilire l’equilibrio, comprimendo oltre misura la domanda interna con una politica di forte austerity. Politica che spinse le aziende a dirottare una quota crescente della propria produzione verso l’estero, grazie anche ad un costo del lavoro particolarmente (rispetto agli standard internazionali) basso. Ed i risultati non si fecero attendere.
Già nel 2013 le partite correnti della bilancia dei pagamenti (in rosso di circa il 3% del Pil in precedenza) mostravano un attivo dell’1% del Pil. Attivo che risulterà permanente con la sola esclusione degli anni del post-Covid. Di conseguenza cambiava radicalmente la posizione patrimoniale verso l’estero: da debitoria (-25,21%) a creditoria per un valore pari al 14,9% del Pil nel 2024. Ed una differenza di oltre 40 punti di Pil rispetto agli anni della grande crisi.
La storia più recente, che vale per l’Italia ma anche per le altre economie del Continente, dimostra quale sia l’errore concettuale rispetto alle regole del “Patto di stabilità”. L’isolare ed il contrapporre la logica di finanza pubblica dal restante quadro macroeconomico che caratterizza, nella loro unitarietà, l’andamento
del ciclo. Come se le entrate tributarie non dipendessero, in larga misura, dalla crescita dell’economia. E come se la tenuta della domanda interna (consumi ed investimenti), a sua volta, non fosse anche conseguenza della manovra di bilancio: variazione delle politiche fiscali o della spesa.
La verità è che questi due diversi aspetti sono, invece, tra loro fortemente integrati. E lo sono a maggior ragione nei sistemi economici più evoluti. Il vecchio liberismo, in altre parole, caro alla scuola di Manchester, pensava che le regole di mercato fossero qualcosa di naturale. Tali da legittimare il grido “laisser faire, laisser passer”. Ma erano suggestioni che riflettevano il contesto di una società ancora elementare, posta agli albori del processo di modernizzazione: oggi talmente avanzato da richiedere regole ben più sofisticate alle quali attenersi. Regole che il “Patto di stabilità” dovrebbe far proprie.
Non sarà facile. Purtroppo i mesi di quest’ultimo scorcio di legislatura sono troppo pochi per avventurarsi in una trattativa europea così complessa. Bisognerà, pertanto, prepararsi in vista della prossima. Cominciando, tuttavia, a lavorare fin da adesso per non risultare nuovamente impreparati. Intervenendo a Cernobbio, il Ministro Giorgetti non ha nascosto che la chiusura dello stretto di Hormuz possa alla fine indurre la Commissione europea ad abbassare la guardia. Ed in considerazione di queste “circostanze eccezionali” consentire di andare oltre le soglie di deficit previste. Sarebbe ineludibile, ma anche l’ulteriore dimostrazione che il “Patto di stabilità” regge sempre meno. Poteva funzionare (malamente) in una situazione di normalità. Non certo di fronte ad una geopolitica così difficile e imprevedibile.
















