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Nessuna catastrofe, ma il petrolio resta centrale. Clò legge la crisi iraniana

“I prezzi del greggio? Non c’è stato nessun panico nel mercato. Il gas algerino? L’Italia ne trarrà beneficio. I consumi di gas sono nell’intera Europa tendenzialmente declinanti, anche a casa dell’aumento delle rinnovabili”. Conversazione con Alberto Clò, economista, ex ministro dell’industria nel governo Dini

Questa crisi ha evidenziato la centralità assoluta del petrolio: a fronte di rischi di scarsità di petrolio, non serve aumentare le pale eoliche o i pannelli solari perché certamente potranno contribuire, ma non in maniera cruciale. Le rinnovabili sono additive e non sostitutive del petrolio, quindi più rinnovabili servono ma non suppliscono alle eventuali scarsità di petrolio. Lo dice a Formiche.net uno dei maggiori esperti energetici italiani, Alberto Clò, economista, ex ministro dell’industria nel governo Dini e nel cda di varie società quotate (Eni, Finmeccanica, Italcementi, Iren e ASM Brescia, Atlantia, Snam) che analizza la crisi iraniana intrecciandola con il grande dibattito su gas e greggio. E indica la strada maestra: fare gli investimenti necessari per mantenere l’offerta adeguata rispetto a livelli di domanda.

Covid, Ucraina e ora Hormuz: tre crisi energetiche in cinque anni. Con quali conseguenze?

Le conseguenze sono evidentemente negative sul piano economico. Sul piano geopolitico però io sono abbastanza non catastrofista, ovvero questa crisi è la crisi in cui si è avuta sulla carta la maggior riduzione dell’offerta mondiale. Infatti si è parlato di un 20% che passa per Hormuz e quindi uno dei quantitativi maggiori di tutte le crisi passate: però, paradossalmente, a fronte di una maggiore riduzione dell’offerta si è avuto un minore aumento dei prezzi rispetto al passato. Basta ricordare che invece la crisi del 1973 comportò una riduzione di 4 milioni di barili al giorno, quindi meno della metà.

Vuole dire che i mercati stanno tenendo i nervi saldi?

Non c’è stato nessun panico nel mercato, quindi i prezzi sono aumentati sì ma al massimo il barile è salito a 110 o 112 dollari, poi tutto è rientrato appena Trump ha detto che si andava verso una soluzione positiva del conflitto. Quindi i mercati non hanno dato retta ai catastrofisti.

Anche la chiusura di Hormuz è meno grave di quel che sembra?

Non è un problema catastrofico per diverse ragioni, anche se non è chiaro quale sia la politica di dell’Iran rispetto ai flussi in transito verso l’Asia. Inoltre vi sono delle alternative di trasporto del greggio via oleodotto, quindi Hormuz è un problema, ma è meno grave di quel che potrebbe apparire.

L’Italia, grazie al Tap e all’Algeria, può essere serena a fronte dalla crisi del gas in Qatar?

Di sicuro non c’è niente, in generale, ma dall’Algeria i flussi dovrebbero essere costanti. Ma credo che bisognerà tener conto del fatto che i consumi di gas sono nell’intera Europa tendenzialmente declinanti, dovuto anche all’aumento delle rinnovabili. È vero, il gas rappresenta ancora la fonte maggioritaria nella generazione elettrica del nostro Paese e quindi l’impatto sul gas si trasla a sua volta sui prezzi dell’elettricità. Però io non ritengo che dipenda da diversi altri fattori: per ora non vedo enormi rischi sulle disponibilità a copertura dei consumi anche perché stiamo uscendo dalla fase climatica che massimizza i consumi di gas.

Crede che carbone e petrolio stiano tornando nel dibattito mondiale, alla luce anche di questo quadro mediorientale?

Quella in corso è la settima crisi negli ultimi 70 anni. Se noi risaliamo alle crisi, dal 1956 ad oggi, emerge un dato: ieri i consumi erano coperti dal petrolio per il 35%, oggi siamo al 34%. Significa che il petrolio resta centrale per il mondo occidentale. Dunque il problema è un altro.

Quale?

Fare gli investimenti necessari per mantenere l’offerta adeguata rispetto a livelli di domanda che tutte le previsioni portano a ritenere che la resteranno relativamente elevati. Ci potrà essere un calo, ma non verticale. Ci potrà essere un plateau? Diciamo no. Quindi il nodo è mettere in campo gli investimenti che sono resi oggi critici dall’instabilità mediorientale, mentre invece è necessario fare questo passo perché c’è un fattore che è stato evidenziato in numerosi studi recenti: i giacimenti annualmente osservano un declino naturale del 5- 7%. Per cui è necessario bilanciare tale riduzione della produzione naturale al fine di corrispondere a eventuali aumenti di domanda: questo è il punto più critico.

C’è una ostilità preconcetta nei confronti del petrolio?

Sì. E questa crisi ha evidenziato la centralità assoluta del petrolio: a fronte ai rischi di scarsità di petrolio, non serve aumentare le pale o i pannelli perché certamente potranno contribuire ma non in maniera cruciale. Le rinnovabili sono additive e non sostitutive del petrolio, quindi più rinnovabili servono ma non suppliscono alle eventuali scarsità di petrolio.


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