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Siamo alla vigilia della terza crisi energetica in cinque anni? Risponde Nicolazzi

exxonmobil

Covid, Ucraina e ora Iran: tre crisi che hanno impattato sull’energia e che vanno analizzate nelle loro peculiarità. Nel mezzo il ruolo delle infrastrutture esistenti (Tap e rigassificatori) e le dinamiche legate ai tempi dell’operazione Ruggito del leone. Il commento di Massimo Nicolazzi, economista, saggista e una lunghissima esperienza manageriale nel settore energetico

Dopo la pandemia del Covid e la guerra in Ucraina che hanno avuto fortissimi riflessi nel settore del petrolio e del gas si apre la possibilità di una terza crisi energetica in appena cinque anni? La premessa è strettamente numerica: secondo i Lloyd’s di Londra da 56 petroliere transitate da Hormuz venerdi scorso, si è già passati alle sole 7 di oggi. Dunque le petroliere evitano il canale e il traffico navale crolla, con anche un aumento dei premi assicurativi. Come potrà impattare l’operazione Ruggito del leone su petrolio e gas? Quel fazzoletto di terre e alleanze a cavallo tra Mediterraneo e Medio Oriente quali prospettive vedranno dopo la reazione di Teheran?

Prezzi e guerra

Dopo l’inizio dell’operazione “Ruggito del leone” i prezzi del petrolio sono aumentati vertiginosamente e i mercati azionari sono crollati: da un lato i future sul Brent accusano un’impennata del 7%, a causa del rischio-chiusura per lo Stretto di Hormuz, mentre i futures azionari calano al Dow Jones Industrial, all’S&P 500 e al Nasdaq. In rialzo invece le azioni delle società petrolifere, di trasporto marittimo e della difesa. Un ulteriore fattore di rischio è dato dai possibili attacchi iraniani contro le infrastrutture energetiche presenti nella regione, specialmente nel golfo. Di contro lo stretto in questione, pur non essendo ancora ufficialmente bloccato, vede un costante ammassarsi di petroliere su entrambi i lati dello stretto: probabilmente temono un attacco o sono al momento impossibilitate a stipulare un’assicurazione per il viaggio.

Troppe incognite secondo Nicolazzi

È troppo presto per fare previsioni su una possibile crisi energetica, spiega a Formiche.net Massimo Nicolazzi, economista, saggista e una lunghissima esperienza manageriale nel settore energetico, avendo ricoperto alte cariche in Agip/Eni e Lukoil per diversi anni. Ma al momento sono due gli elementi da mettere in risalto. “Primo: nessuno sa quanto durerà la guerra (e da lì dipenderà il destino delle petroliere). Secondo: esiste un piano legato alle conseguenze energetiche dell’operazione Ruggito del leone?”. Nessuno ha la sfera di cristallo, prosegue, “mi sembra che oggi la salita dei prezzi sia stata meno che smodata, quindi i prezzi aumentano, ma moderatamente”. Piuttosto il tema di fondo diventa quanto totale sarà il blocco e quanto durerà. “Siamo solo al primo giorno di tentata risposta, è un po’ presto per fare previsioni: il mercato è orientato a pensare che o non sarà totale o non sarà lunghissima questa crisi”. Quel che è certo è che non si tratta di “uno schizzo di petrolio, dal momento che da lì transita il 20% del petrolio trafficato via mare. Il problema principale dei mercati è per quanto tempo le forniture americane saranno interrotte e come reagiranno”.

Le due ipotesi in campo

Provando ad immaginare uno scenario, ecco che si presenta una doppia ipotesi, ovvero se il conflitto durerà quattro settimane, come annunciato a Trump, oppure se si prolungherà. Nel primo caso Nicolazzi sottolinea che “nel breve tempo i danni saranno limitati e i cosiddetti danni collaterali energetici saranno gestibili, in virtù di un picco che poi si affloscerà fisiologicamente”. Nel secondo caso le cose cambierebbero completamente, per via dell’altissimo numero di variabili. “Il tema inoltre sarebbe di riuscire a sapere e a capire se nel momento in cui è partito l’attacco, da qualche parte in un cassetto ci fosse un piano per garantire i transiti da Hormuz. Perché se nessuno ce l’aveva, basterebbe un drone ogni tre giorni per mantenere altissime le incertezze”.

I fattori esterni

Nel ragionamento complessivo su Hormuz vanno menzionati anche due Paesi come Cina e India, che per ipotesi potrebbero a questo punto avere interesse ad acquistare greggio non dal Golfo, ma da altri produttori (la Russia?). “La Cina opportunisticamente coi prezzi bassi ha fatto nel recente passato molte scorte – aggiunge Nicolazzi – nessuno ovviamente sa quante, però un cuscinetto se l’è assicurato. Potranno tornare a comprare greggio russo? Sicuramente possono pensarci, ma in quel caso ci sarebbero delle conseguenze dal punto di vista delle sanzioni. Al momento è francamente difficile da dire, nel senso che tutto dipende dalla reazione americana. Qualunque cosa facciamo noi è completamente ininfluente. Il Qatar è uno dei massimi esportatori di gnl e l’Europa dovrà in queste ore capire, in assenza dei qatarini, come far lavorare Rovigo”.

Guerra ed energia: quante crisi

Covid, invasione dell’Ucraina e crisi in Iran: tre fatti che hanno avuto implicazioni di carattere energetico e che devono essere messi in fila per un’analisi oggettiva. Cosa pensa di questa concomitanza in così pochi anni? Secondo Nicolazzi bisogna osservare non solo le crisi ma anche le capacità di cambiamento che i Paesi coinvolti hanno mostrato. “Noi siamo riusciti a divincolarci dal gas russo che è avvenuto per esplosione e non per sanzione: inizialmente siamo impazziti ma poi abbiamo trovato un equilibrio sostitutivo, per cui la crisi nera è durata solo un anno. Questa volta invece la crisi è caratterizzata da un fattore tempo che al momento è imponderabile e condiziona qualunque ragionamento”.

E il Mediterraneo come cambierà, anche alla luce del peso del gasdotto Tap e delle indagini che stanno effettuando in Grecia e Cipro colossi come Chevron e Exxon? “Sul Tap la mia idea è che sta funzionando, ma non sono sicurissimo che andranno all’ampliamento, perché quello europeo è un mercato del gas tendenzialmente in diminuzione, più o meno costante. Ci siamo dati a livello europeo degli obiettivi gas, per cui da qui al 2030 dovremo tagliare qualche miliardo di metri cubi, ma al contempo continuiamo a pontificare sulla necessità di nuove infrastrutture. Io ho l’impressione che rischiano di nascere già spente”. Chiaro il riferimento al gasdotto Eastmed (mai nato) o a quello tra Israele e Cipro che dovrebbe nascere entro l’anno. Secondo Nicolazzi gli equilibri energetici possono ancora cambiare: se da un lato si decide di non realizzare un gasdotto, dall’altro si può liquefare quello esistente per l’export. E conclude: “Vorrei richiamare l’attenzione però sulle previsioni di consumi di gas in declino. Il tubo vincola la destinazione, mentre con la liquefazione si può inviarlo dove si vuole”.


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