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Gli effetti di Hormuz, si accelera su Yamal e EastMed?

Il punto di partenza per i futuri ragionamenti passa da una considerazione di fondo: il Mediterraneo orientale si trova al centro di una grande trasformazione energetica su scala globale, che se fosse stata sufficientemente programmata avrebbe potuto (come fatto dal Tap durante la crisi ucraina) limitare i danni della crisi a Hormuz. Di contro l’Artico è centro gravitazionale delle (non troppo) future scelte

L’energia è, sempre più spesso, la molla che fa scattare mosse politiche, economiche e militari. La crisi a Hormuz di fatto allarga lo spettro delle alternative relative all’approvvigionamento, sia nel medio che nel lungo periodo e coinvolge ovviamente gli interessi prospettici dei super player. Potrebbero, dunque, da un lato riprendere i negoziati sul progetto del gasdotto Power of Siberia-2, che porterebbe il gas dalla penisola di Yamal, nella Russia settentrionale, alla Cina attraverso la Mongolia orientale (proprio mentre Pechino riflette sulla sua dipendenza dall’energia trasportata via mare). Dall’altro “consigliare” a Israele e Ue di ripensare il gasdotto Eastmed, accantonato per gli elevati costi e per il no turco, che porterebbe il gas scoperto a Cipro e Israele dal Mediterraneo orientale al Salento (quindi in Ue), al netto delle problematiche politiche con la Turchia. In sostanza due infrastrutture che sarebbero agevolate dalla strozzatura dello stretto.

Yamal, una direttrice sull’asse Cina-Russia-Ue

Ad oggi l’Ue resta il principale consumatore di gnl proveniente dal progetto artico russo Yamal, nonostante la svolta di Bruxelles abbia portato a siglare su documenti ufficiali la parola fine alle importazioni di combustibili fossili russi entro la fine di quest’anno (con alcune voci, però, che si stanno mostrando scettiche, come il ceo di Eni). I dati lo confermano: secondo il gruppo ambientalista Urgewald sulla base dei dati Kpler, negli ultimi quattro anni l’Europa ha speso almeno 230 miliardi di dollari per le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, per cui sebbene Mosca punti ad attrarre acquirenti asiatici per il suo gnl, la dipendenza dell’Europa da questo gas resta elevatissima.

Ma Yamal non incarna solo il presente, bensì un’area dove il tema energetico è declinato anche al futuro, riguardo ai nuovi progetti. Entro il 2030, infatti, dovrebbe vedere la luce Power of Siberia-2, il mega-gasdotto che dovrebbe attraversare la Mongolia per fornire fino a 50 miliardi di metri cubi di metano russo in Cina ogni anno. Se realizzato, sarebbe il mezzo con cui entrambi i Paesi rispondono alle crescenti tensioni con l’Occidente e, anche, alle conseguenze della crisi a Hormuz. Il gasdotto Power Siberia 2 e il gasdotto Soyuz Vosotok sono stati menzionati nel Rapporto annuale 2024 di Gazprom come “prospettive rotte di esportazione del gas”.

Già dallo scorso autunno l’aumento delle tensioni in Medio Oriente aveva indotto la Cina a riconsiderare la costruzione del gasdotto che, di fatto, rappresenta un’alternativa terrestre sicura alle consegne di gnl, attualmente esposte ai rischi nello Stretto. Ma anche se non sono stati firmati i contratti e il tracciato resta ancora indeterminato, le opzioni non mancano come l’alternativa dettata dal Kazakistan. La crisi iraniana, dunque, può fungere da acceleratore.

EastMed, progetto accantonato ma…

Stesso ragionamento può essere applicato, anche se con le dovute differenze, al capitolo EastMed, il mega gasdotto che era stato immaginato cinque anni fa per collegare le sponde di Israele e Italia (via Cipro e Grecia) e così sfruttare al meglio i copiosi giacimenti presenti nel Mediterraneo orientale. In quei fondali c’è moltissimo gas, ma fino ad oggi non è stato fatto alcun passo operativo per lo sfruttamento pratico. Tra l’altro poco prima degli attacchi del 7 ottobre contro Israele, si era tenuta una riunione operativa tra i leader di Israele, Grecia e Cipro (con il favore di Washington) per imprimere una svolta al progetto: se l’Ue avesse continuato a sollevare dubbi circa i costi elevati, allora Israele e Cipro avrebbero iniziato a costruirsi un mini gasdotto tra Tel Aviv e Nicosia, per poi immaginare una fase successiva di collegamento.

Per cui il punto di partenza per i futuri ragionamenti passa da una considerazione di fondo: il Mediterraneo orientale si trova al centro di una grande trasformazione energetica che se fosse stata sufficientemente programmata avrebbe potuto (come fatto dal Tap durante la crisi ucraina) limitare i danni della crisi a Hormuz.

Prima dell’attacco americano all’Iran, si riteneva verosimile che i capitali del Golfo avrebbero potuto contribuire a trasformare il Mediterraneo orientale in un sistema di approvvigionamento sostenibile, con effetti concreti su tutti i Paesi membri, e ciò a maggior ragione dopo i fatti relativi al Nord Stream 2. La certezza al momento è che se le problematiche politiche fossero state risolte anni fa, adesso oltre al Tap ci sarebbe stata anche un’altra opzione nel mare nostrum.


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