Il controspionaggio è oggi una leva essenziale per difendere il sistema-Paese dalle crescenti minacce di spionaggio, ingerenza e guerra ibrida alimentate da cyberspazio e intelligenza artificiale. Questi temi saranno al centro del convegno dell’Istituto Germani del 14 aprile 2026 e del corso di alta formazione sul controspionaggio in programma dal 22 al 24 aprile a Roma
Il controspionaggio/controingerenza è la branca dei servizi segreti che svolge la funzione di proteggere le informazioni riservate e strategiche di una nazione, e di prevenire, individuare e neutralizzare le attività ostili di spionaggio e ingerenza/influenza occulta condotte da servizi segreti stranieri.
Oggi il sistema-Italia deve fronteggiare una crescita costante delle minacce spionistiche, di ingerenza, influenza e guerra ibrida, rese più insidiose dal cyberspazio e dall’Intelligenza Artificiale. Per contrastare tali minacce occorre modernizzare e potenziare gli apparati di controintelligence, coinvolgendo tutti i settori istituzionali e la società civile negli sforzi di prevenzione e contrasto. Queste esigenze si scontrano, tuttavia, con la diffusa disattenzione e impreparazione in tema di intelligence e controintelligence presso l’opinione pubblica, il mondo mediatico, il sistema universitario e la stessa élite politica del nostro paese.
Una delle cause profonde di questo vuoto culturale – che rende il sistema-paese vulnerabile rispetto agli attuali rischi spionistici ed ibridi – va individuata nelle costanti campagne di delegittimazione e destabilizzazione che hanno investito i servizi di intelligence italiani all’epoca dello scontro bipolare Usa-Urss. In quella fase storica si è sempre più diffusa presso l’opinione pubblica una percezione dei servizi italiani – e specie delle loro branche dedicate al controspionaggio – come apparati eversivi e “deviati”, coinvolti in oscure trame antidemocratiche, come puntualmente osservato da Alessandro Corneli nel suo intervento allo storico convegno “L’intelligence nel XXI secolo”, promosso dall’Istituto Germani nel febbraio 2001.
Ricordiamo ad esempio che, a partire dalla fine degli anni ’60, si è venuta affermando in ampi settori della società italiana la tesi secondo cui i servizi segreti, o parti di essi, abbiano svolto un ruolo importante nella cosiddetta “strategia della tensione”, fornendo un sostegno occulto sia al terrorismo brigatista che alla destra stragista.
La cosiddetta teoria del “doppio Stato”, sostenuta all’epoca da molti politici, giornalisti, magistrati, storici, e politologi, offriva un’immagine falsa e mistificata della storia dell’Italia repubblicana e dei suoi apparati di intelligence. Secondo questa teoria (che continua a tutt’oggi a trovare favore presso alcuni ambienti intellettuali e mediatici perché fornisce una chiave onnicomprensiva per decifrare i cosiddetti “misteri d’Italia”), nel sistema politico-istituzionale italiano coesistevano due livelli: uno ufficiale e democratico, e l’altro occulto e “criminale”, di cui i servizi segreti “deviati” sarebbero stati una componente chiave. Questo deep state italiano – legato alla Cia e ad altri apparati d’intelligence occidentali – avrebbe svolto un ruolo nelle stragi, nei terrorismi rosso e nero, e nel sistema di potere mafioso.
Va ricordato che, negli anni della Guerra Fredda, l’apparato italiano di controspionaggio aveva il compito di individuare e neutralizzare le operazioni di spionaggio e ingerenza/influenza (le cosiddette “misure attive”) condotte in Italia dal Kgb e da altre agenzie di intelligence del blocco sovietico.
Secondo molti analisti e studiosi, il Pci, il partito comunista più forte dell’Occidente finanziato segretamente dall’Urss per decenni, rappresentava uno strumento molto importante a supporto delle attività sovietiche di spionaggio, guerra cognitiva e sovversione in Italia. Lo stesso Pci, inoltre, disponeva, secondo diversi studi, di un apparato paramilitare occulto addestrato, armato e finanziato dal Kgb, capace di mobilitare fino a 250 mila uomini. In questo contesto i servizi segreti italiani – e in particolare gli organismi di controspionaggio – avevano il compito precipuo di monitorare attentamente il Pci al fine di contrastare minacce reali alla sicurezza nazionale e all’ordinamento democratico. Peraltro, anche se negli anni il Pci aveva attenuato non poco il suo radicalismo, esso rimase un partito anti-sistema poiché, anziché sostenere le Istituzioni della Repubblica, tendeva a delegittimarle alimentando una sistematica diffidenza nei confronti della democrazia rappresentativa.
Le “misure attive” sovietiche (Активные мероприятия) comprendevano molteplici azioni sovversive tese ad acuire le divisioni all’interno delle società democratiche, delegittimare le Istituzioni dello Stato e indebolire la volontà dell’Occidente di contrastare l’espansionismo sovietico. Non a caso, molte campagne sovietiche di guerra cognitiva erano finalizzate a screditare e sovvertire i servizi di informazione e sicurezza dei paesi Nato, e specie quelli italiani, dal momento che il nostro Paese veniva visto dal Cremlino come l’anello debole della catena occidentale, il “ventre molle” dell’Alleanza Atlantica.
Ad esempio, come sostiene un importante studio curato da Francesco Bigazzi e Dario Fertilio, nel 1965 e in anni successivi una serie di campagne mediatiche promosse in Italia dal Kgb destabilizzarono profondamente il SIFAR, il Servizio Informazioni delle Forze Armate (considerato uno dei più efficienti apparati di controspionaggio in Europa), accusato di aver condotto schedature di massa e di avere progettato il “Piano Solo”: un ipotetico tentativo di colpo di Stato ordito nell’estate del 1964 dal Generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri.
Dopo il collasso del sistema sovietico nel 1991 diminuirono le campagne di delegittimazione dei servizi d’intelligence italiani condotte da attori politici e mediatici nazionali, cessando del tutto nel 1996, quando con il varo del Governo guidato da Romano Prodi l’ex Pci entrò nell’esecutivo. Tuttavia, gli attacchi ai servizi di intelligence italiani condotti per tre decenni dai servizi segreti del Patto di Varsavia – talvolta in sinergia con il Pci, con altri partiti e movimenti politici di sinistra e/o con ambienti intellettuali e giornalistici – hanno provocato conseguenze distruttive di lungo periodo sotto il profilo culturale, favorendo una diffusa ignoranza e diffidenza riguardo all’intelligence e al suo ruolo in una democrazia moderna.
Con il crollo del Muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’Urss scomparve la minaccia esistenziale che rappresentava la massima priorità per i servizi segreti occidentali. Negli anni ‘90 questi ultimi, comprese le agenzie italiane, cercarono di ridefinire il proprio ruolo, individuando le nuove minacce che stavano emergendo dopo la fine della Guerra Fredda: proliferazione di armi di distruzione di massa, terrorismo islamista, criminalità organizzata transnazionale, immigrazione clandestina, conflitti inter-etnici e inter-religiosi, crisi regionali. Nel mondo post-bipolare i governi occidentali, con qualche eccezione, ridimensionarono per alcuni anni il controspionaggio e la controingerenza, dedicando a questi settori minore attenzione e risorse. Questa tendenza si rafforzò dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, quando il contrasto al terrorismo jihadista globalizzato diventò la massima priorità per le comunità di intelligence occidentali, compresa quella italiana.
La Legge 124 del 2007 di riforma dei servizi segreti – un tentativo di modernizzare il sistema di intelligence italiano e adeguarlo al nuovo scenario di minacce emerso dopo la fine della Guerra Fredda – operò una radicale revisione della funzione di controspionaggio. Prima della riforma, esso era assegnato in via esclusiva al Sismi, che lo svolgeva sia all’interno che all’esterno del territorio italiano. Dopo la riforma del 2007 le attività di controspionaggio sono condotte dall’Aisi sul territorio nazionale, mentre l’Aise si occupa del controspionaggio fuori i confini italiani. L’Aisi si trovò a dover affrontare il difficile compito di creare un apparato di controspionaggio e controingerenza malgrado la sua limitata esperienza nel settore e senza poter disporre degli archivi e banche-dati in materia che erano stati sviluppati negli anni dal Sismi e dai suoi predecessori: una sfida non indifferente, visto che nel periodo immediatamente successivo alla riforma l’Aisi dovette fronteggiare l’attivismo crescente dell’intelligence russa, cinese, e iraniana, molto agguerrite nel ricorso a operazioni cyber per carpire informazioni sensibili da organismi governativi e imprese strategiche, nonché nell’uso di tecniche offensive Humint.
Nell’ultimo decennio gli apparati di controspionaggio italiani si sono impegnati sistematicamente, spesso in collaborazione con i servizi segreti “collegati” di paesi dell’area euro-atlantica, nel contrasto alle attività spionistiche e “ibride” (ossia influenza, ingerenza e disinformazione) condotte dai servizi segreti russi e cinesi contro gli interessi nazionali.
A partire dal 2015-2016 le comunità di intelligence europee assegnarono alla minaccia ibrida russa una priorità pari a quella della minaccia terroristica di matrice jihadista. Vennero pertanto intensificate le attività di contrasto svolte dagli apparati europei di controintelligence nei confronti delle agenzie russe (in particolare il Gru o Gu, ossia l’intelligence militare, ma anche l’Fsb e l’Svr).
In quegli anni i servizi russi stavano assumendo un ruolo-chiave nella strategia di guerra ibrida di Mosca, che mirava a erodere progressivamente la stabilità delle democrazie occidentali tramite svariate metodologie sovversive: disinformazione; cyber-attacchi; sostegno a forze politiche populiste ed estremiste; interferenze elettorali; assassini di defezionisti con armi non-convenzionali; reclutamento di “agenti di influenza” filo-Cremlino nel mondo politico e mediatico; promozione di flussi migratori irregolari; “corruzione strategica” di esponenti delle élite politiche ed economiche. Negli ultimi due-tre anni si sono moltiplicate in Europa azioni violente riconducibili all’intelligence militare russa: sabotaggi contro infrastrutture critiche, incendi dolosi, manomissioni alle linee ferroviarie, attacchi a depositi logistici e magazzini collegati alle forniture di armi destinate all’Ucraina.
La minaccia ibrida russa è diventata così sempre più complessa e multiforme, e per essere adeguatamente affrontata richiederà una crescente collaborazione tra organismi di controspionaggio/controingerenza, altri apparati istituzionali di difesa e sicurezza, il settore privato e il mondo accademico e della ricerca scientifica. Analogo approccio olistico è necessario per contrastare la minaccia ibrida cinese, altro settore della massima priorità per la controintelligence italiana. A differenza della minaccia ibrida russa, quella cinese non punta alla destabilizzazione politica diretta ma alla lenta e progressiva penetrazione dell’economia e della società italiane, realizzata tramite molteplici azioni: spionaggio economico-industriale e sottrazione di know-how scientifico-tecnologico; investimenti in infrastrutture critiche e imprese strategiche; infiltrazione di istituzioni universitarie e centri di ricerca; condizionamento del sistema mediatico tramite finanziamenti e accordi con giornali, agenzie stampa e gruppi televisivi; cooptazione di esponenti politici come agenti di influenza o lobbisti per interessi cinesi; uso della diaspora cinese in Italia per le attività di ricerca informativa e di influenza promosse dall’intelligence di Pechino.
Se da un lato il controspionaggio italiano è impegnato da anni sul fronte del contrasto alla minaccia ibrida e spionistica, dall’altro, tuttavia, la consapevolezza di questa minaccia presso l’opinione pubblica e il mondo politico rimane gravemente insufficiente. L’intelligence nazionale, d’altronde, spesso ha preferito evitare di affrontare il tema del controspionaggio e della controingerenza nella sua comunicazione istituzionale, perché ritiene questo settore altamente sensibile sotto il profilo politico. Non a caso, fino a pochi anni fa, l’intelligence non segnalava all’opinione pubblica l’esistenza della minaccia ibrida russa e cinese, limitandosi a svolgere campagne di sensibilizzazione al rischio spionaggio e ingerenza presso aziende strategiche ed alcuni enti pubblici e privati.
In effetti, fino al 2022 le Relazioni Annuali sull’Intelligence trattavano in modo alquanto superficiale la minaccia ibrida, omettendo di specificarne la matrice statale russa, cinese o iraniana. La Russia e la Cina come attori della minaccia ibrida vennero menzionate esplicitamente per la prima volta nella Relazione Annuale sull’Intelligence relativa al 2022, pubblicata nel 2023. Questa innovazione, con tutta probabilità, fu voluta da Mario Draghi, che arrivò a Palazzo Chigi nel febbraio del 2021. Draghi si adoperò per riaffermare l’orientamento atlantista ed europeista dell’Italia dopo la “stagione geopolitica opaca” (per dirla con Jacopo Iacoboni e Gianluca Paolucci) dei governi del premier populista Giuseppe Conte, sotto i quali, secondo alcuni osservatori, vi fu un sensibile calo di attenzione da parte dei vertici politico-istituzionali alle segnalazioni operative del nostro controspionaggio circa attività informative e di influenza poste in essere da diversi servizi di intelligence stranieri, tra cui quelli russi, cinesi, iraniani e turchi.
Appare pertanto chiaro che oggi è più che mai necessario non solo potenziare e modernizzare gli apparati nazionali di controintelligence, ma anche incrementare sempre di più la consapevolezza presso l’opinione pubblica e il mondo politico delle minacce ibrida e spionistica. La comunicazione istituzionale su tali minacce dovrebbe, pertanto, essere più diretta e aperta. Inoltre, è della massima importanza promuovere la cultura dell’intelligence, della controintelligence e della sicurezza nazionale nella società civile, specie nel settore privato, nelle università e nel sistema mediatico.
Il Dis, al quale la legge 124/2007 assegna la funzione di curare “le attività di promozione e diffusione della cultura della sicurezza”, dovrebbe moltiplicare i suoi sforzi in questo ambito, in collaborazione con università, istituti culturali e think tank. Occorre, infine, promuovere la ricerca accademica sull’evoluzione dei servizi segreti italiani durante e dopo la Guerra Fredda, al fine di ristabilire la verità storica, superando le narrazioni cospirazioniste che in passato sono state scientemente divulgate per delegittimare e indebolire gli apparati nazionali di informazione e sicurezza, narrazioni che esercitano a tutt’oggi una certa influenza culturale e mediatica.
Un convegno e un corso di formazione per approfondire
Il Convegno promosso dall’Istituto Germani “Spiare le spie: il controspionaggio italiano dalla Guerra Fredda al nuovo disordine mondiale”, si terrà a Roma il 14 aprile 2026 . L’evento è aperto al pubblico ed è a titolo gratuito. Per richieste di partecipazione in presenza si prega di contattare: convegnoistitutogermani@gmail.com Il convegno sarà anche trasmesso in diretta su YouTube nel canale ufficiale dell’Istituto Germani
Il corso di alta formazione “Controspionaggio: profili strategici e operativi per la protezione del sistema-paese”, si svolgerà a Roma (in presenza e in live streaming) il 22-23-24 aprile 2026, nell’ambito della Scuola di Formazione in Intelligence e Analisi Strategica dell’Istituto Germani. Le iscrizioni al corso sono ancora aperte, posti in aula disponibili.




Un convegno e un corso di formazione per approfondire










