Dopo l’Australia, la Francia potrebbe essere il secondo Paese ad adottare una legge che bandisce le piattaforme agli under 16. Restano però tanti dubbi. Aggirare i limiti è molto facile, oltre che pericoloso. E in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, vietarla forse non è il modo migliore per affrontare le prossime sfide
Anche la Francia si interroga sul senso di vietare l’uso dei social network ai minori. Martedì il Parlamento transalpino ha affrontato la questione per decidere se sia o meno il caso di toglierli perlomeno agli under 15. “L’idea è quella di poter obbligare le piattaforme ad implementare un sistema di verifica dell’età affidabile, robusto, e che tuteli i dati personali”, spiega la deputata Laure Miller, autrice del disegno di legge. “È evidente che i giovani hanno accesso agli smartphone in età sempre più precoce. Questo – aggiunge – ha un impatto significativo sul loro sviluppo, sia personale che cognitivo”. Dalla proposta sono escluse le app di messaggistica, come Snapchat e Instagram, sebbene i contenuti vengano oscurati. L’obiettivo del presidente Emmanuel Macron è però di trasformare l’iniziativa in legge entro settembre, in concomitanza con l’inizio del nuovo anno scolastico. Non sarà così semplice. La Camera bassa ha già dato il suo assenso, mentre al Senato possono sorgere più problemi. Alcuni senatori sono convinti che vietare totalmente l’utilizzo dei social non sia la strada più giusta da seguire. Piuttosto meglio concentrarsi sul bando di quelle piattaforme più dannose, da stilare con un apposito decreto, per cui dovrebbe essere richiesta l’autorizzazione a chi detiene la potestà genitoriale.
Nel caso adottasse la legge, la Francia sarebbe il secondo Paese al mondo dopo l’Australia a vietare i social ai minori. Il governo di Canberra ha fatto da apripista, bandendoli agli under 16. Da quel momento tutti si sono chiesti se fosse il caso di prendere spunto. La discussione si è accesa anche in Europa, soprattutto dopo la storica sentenza della California che ha stabilito che i prodotti di Google, YouTube e Meta sono costruiti per creare dipendenza. I divieti, tuttavia, non sono sempre la panacea di tutti i mali.
Ad ammetterlo è la stessa Miller. “Questo divieto non è perfetto, non è la soluzione ideale. Ma è l’unica che abbiamo per cercare di proteggere i nostri giovani”. Non solo. Di solito, quando si impone un divieto, ci si ingegna per trovare altre scappatoie. Niente di più facile su Internet. E niente di più preoccupante. Spesso per cercare di rimanere connessi si finisce per scaricare app meno sicure di quelle tradizionali, aggirando i limiti attraverso la Vpn. Ne è perfettamente al corrente anche Miller, consapevole che i minori possano anche utilizzare un documento falso per bypassare il sistema di verifica dell’età, oppure possono spostarsi sui chatbot, per nulla sinonimo di sicurezza.
C’è chi vuole prima testare e poi decidere. Come nel caso del Regno Unito, pronto a far partire un progetto pilota in 300 case per vedere gli effetti dei divieti.
Tutto questo deve servire da monito anche all’Unione europea. Le istituzioni competenti stanno studiando dei metodi per cercare di prevenire ogni impatto negativo sui minori derivanti dai social network. Qualche mese fa il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per affermare la “forte preoccupazione per la salute fisica e mentale dei bambini che navigano online”. Inoltre chiedeva “garanzie contro le strategie manipolative che possono aumentare la dipendenza e influire negativamente sulla capacità dei minori di concentrarsi e interagire in modo sano con i contenuti digitali”. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha invece convocato per la prima volta un gruppo di esperti per discutere dell’argomento.
Bruxelles ha già dato dimostrazione di saper regolamentare strumenti tecnologici. Stavolta però è più complesso. Come osserva la vicepresidente esecutiva per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, ogni paese membro ha il suo approccio. E quindi la sua visione Ma nove Stati su dieci richiedono interventi urgenti. Anzitutto nel definire il limite minimo di età per stare sui social, un nodo spinoso.
C’è però un dato da cui è impossibile fuggire e che non può essere esentato dal dibattito. Secondo l’Università Niccolò Cusano, il 94% dei bambini in età compresa tra gli 8 e i 16 anni usa uno smartphone, condizionando la sua quotidianità – anche negativamente, ovvio. Il mondo di domani sarà sempre più tecnologico. Insegnare a governare gli strumenti, piuttosto che vietarli, può essere il giusto modo per affrontarlo senza paura.
















