Quando si parla del rapporto tra la poltica e la morale e, soprattutto, tra chi esercita e ricopre ruoli pubblici e la moralità privata/pubblica, è appena sufficiente attenersi e rispettare quasi dogmaticamente ciò che dice l’articolo 54 della nostra Costituzione. Senza moralismi fuori luogo, senza polemiche strumentali e, soprattutto, senza speculazioni di solo potere. L’opinione di Giorgio Merlo
Lo diceva Franco Marini a noi giovani democristiani nei vari corsi di formazione in tempi non sospetti. Ovvero, nella politica il vizio peggiore è quello del moralismo. Ancora di più del trasformismo e dell’opportunismo. Cioè parlo di tutti coloro che cavalcano il moralismo come arma politica fatale e decisiva per eliminare o, peggio ancora, sfregiare l’avversario/nemico. Certo, la storica definizione che riassume questo vizio e questa deriva l’aveva già evidenziato con parole di rara efficacia e chiarezza il leader socialista Pietro Nenni, “c’è sempre un puro più puro che ti epura”. Un vizio, questo, che ha visto storicamente un singolare incrocio tra la tradizione comunista e settori consistenti della stessa cultura cattolica. Sotto questo versante, i settori più integralisti e conservatori. Ma, tuttavia e al di là delle costanti storiche, è indubbio che cavalcare il moralismo come arma di contestazione/distruzione dell’avversario politico è un terreno molto scivoloso perchè legato al giudizio esclusivo e totalizzante – il più delle volte permaloso e pruriginoso – sulle persone.
E ogni qualvolta il giudizio si basa sulle persone, sui loro comportamenti concreti e sulle loro preferenze il dibattito esce dalla politica e incrocia dimensioni inesplorate e stravaganti. Ora, tutto ciò significa anche sorvolare sul comportamento che deve avere un politico, un uomo pubblico nell’esercizio delle sue funzioni? Assolutamente no, come recita giustamente la nostra stessa Costituzione e, per quanto riguarda noi cattolici, come ci hanno insegnato sin da ragazzi nei vari corsi di formazione i nostri maestri ed educatori. Seppur nel pieno rispetto della laicità dell’azione politica e dell’impegno nelle istituzioni.
Ma, come diceva sempre Sandro Fontana, storico cattolico nonchè intellettuale e politico di qualità della sinistra democristiana, va sempre fatta una distinzione netta fra i “moralisti” e i “moralizzatori”. Perché, di norma, sosteneva Fontana, i moralisti sono coloro che descrivono il male momentaneo e come unica soluzione per riportare l’intera situazione alla normalità e porvi rimedio individuano loro stessi. Ovvero, una pura e brutale operazione di potere. I moralizzatori, al contrario, risalgono alle cause di questa malapianta e cercano di porvi rimedio attraverso gli strumenti normativi e legislativi senza rifugiarsi nelle prediche o nella pura speculazione di potere.
Una differenza sottile ma fondamentale per dividere nettamente il campo tra quelli che pur di conquistare il potere sono disposti a cavalcare qualsiasi causa e chi, invece e al contrario, persegue il bene comune senza accanirsi però strumentalmente ed ipocritamente sulle persone.
Ecco perché quando si parla di “questione morale” occorre sempre drizzare le orecchie e prestare forte attenzione. Non solo perché si tratta, puntualmente, di raffinate operazioni di potere ma per la semplice ragione che chi cavalca una presunta e maldestra moralità, di norma, è anche perfettamente estraneo nel rispettare comportamenti cristallini e trasparenti. Dopodiché, e per non fare di tutta l’erba un fascio, quando si parla del rapporto tra la poltica e la morale e, soprattutto, tra chi esercita e ricopre ruoli pubblici e la moralità privata/pubblica, è appena sufficiente attenersi e rispettare quasi dogmaticamente ciò che dice l’articolo 54 della nostra Costituzione. Senza moralismi fuori luogo, senza polemiche strumentali e, soprattutto, senza speculazioni di solo potere.















