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Non divieti ma uso consapevole delle chatbot per gli adolescenti. La proposta di Pastorella

Un caso di cronaca accende i riflettori su un fenomeno ancora sottovalutato: il rapporto tra minori e chatbot. La deputata di Azione Giulia Pastorella propone una legge per introdurre tutele mirate, a partire dal limite alla memoria delle conversazioni emotive e dalla verifica dell’età. L’obiettivo è colmare il ritardo della politica su un terreno dove i giovani sono già avanti, aprendo anche un fronte di riflessione a livello europeo

Un caso di cronaca negli Stati Uniti, finito in tragedia, ha acceso un faro su un fenomeno ancora poco esplorato: il rapporto sempre più stretto tra adolescenti e chatbot. Non solo strumenti, ma interlocutori capaci di entrare nella sfera emotiva. Da qui prende le mosse la proposta di legge firmata da Giulia Pastorella, deputata di Azione, che prova a colmare un vuoto normativo mentre la politica, ancora concentrata sui social, fatica a stare al passo con l’evoluzione tecnologica.

Pastorella, da dove nasce questa iniziativa?

Nasce da un fatto di cronaca statunitense, un suicidio legato a una relazione degenerata con un chatbot. Da lì mi sono chiesta se fosse un caso isolato o un segnale più ampio. Approfondendo, ho visto che non era così: Fondazione Carolina, Save the Children e Scuola.net stavano già lavorando su dati che mostrano un uso crescente di questi strumenti anche per supporto emotivo. A quel punto ho capito che il tema non era ancora davvero entrato nel dibattito pubblico e politico.

La politica è in ritardo?

Sì, ed è evidente. Siamo ancora fermi ai social, che restano un tema importante ma non sufficiente. I giovani sono già oltre. I chatbot e l’intelligenza artificiale fanno parte della loro quotidianità in modo molto più profondo, anche sul piano personale e relazionale. È un tema generazionale che la politica deve iniziare ad affrontare seriamente.

Qual è l’obiettivo della proposta di legge, in definitiva?

Non è un approccio proibizionista. Non voglio limitare l’accesso dei giovani alla tecnologia, sarebbe sbagliato. L’obiettivo è introdurre tutele specifiche. Da un lato, rendere effettiva la verifica dell’età, dando attuazione a norme già esistenti e collegandoci anche alle iniziative europee, come l’app per l’age verification che in Italia sarà integrata nell’app IO. Dall’altro, capire che tipo di utenza abbiamo davanti, distinguendo chiaramente tra minori e maggiorenni.

Il cuore del provvedimento è il limite alla memoria delle conversazioni. Perché?

Perché è lì che si gioca la partita. Se un chatbot conserva a lungo conversazioni emotive, può arrivare a conoscere molto bene un ragazzo e sviluppare una relazione continuativa, quasi personale. Limitare la memoria a cinque giorni serve proprio a evitare questo: ridurre la possibilità che si crei un legame emotivo profondo e che il chatbot diventi troppo pervasivo nella vita di un minore. Parliamo solo della sfera emotiva, non dell’uso generale dello strumento.

Esistono già norme su contenuti pericolosi. Cosa manca?

È vero, l’istigazione al suicidio o all’autolesionismo sono già illegali. Ma qui siamo in una zona grigia: quella del coinvolgimento emotivo. Non sempre si tratta di contenuti esplicitamente vietati, ma di dinamiche relazionali che possono avere effetti importanti sulla fragilità dei ragazzi. È questo spazio che oggi non è regolato e che la proposta prova a intercettare.

I giovani sono consapevoli dei rischi?

In parte sì. Molti sanno che un uso eccessivo può avere effetti negativi sulle relazioni umane. Il punto è che non è più un’alternativa secca tra online e offline: il rischio è che il chatbot arrivi a sostituire l’interazione umana, soprattutto nei momenti di fragilità.

Che clima politico si aspetta attorno a questa proposta?

Mi aspetto qualcosa di simile a quanto visto sui social: in teoria tutti d’accordo, in pratica molta fatica a portare a casa risultati concreti. Ci sono proposte ferme da mesi. Tuttavia noto interesse trasversale: alla presentazione della proposta di legge alla Camera era presente anche un esponente della maggioranza, presidente della Commissione Trasporti e Digitale. Questo mi fa pensare in un interesse sul tema anche da parte della maggioranza. 

Serve un intervento europeo?

Assolutamente sì. Un’azione efficace deve essere almeno a livello europeo. Il tema è meno maturo rispetto a quello dei social, ma proprio per questo è importante iniziare a porlo anche nelle sedi Ue, intercettando una tendenza che riguarda diversi Paesi e spingendo verso un’armonizzazione delle regole. La pressione degli Stati membri può fare la differenza e spingere l’Ue in questa direzione. 


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