Nonostante le immense risorse nel sottosuolo, Caracas ha sempre esportato troppo poco greggio. Ma da quando Washington ha messo mano ai pozzi, le vendite hanno superato il milione di barili. E anche sui minerali l’apertura del mercato avrà i suoi benefici
Funziona. In Venezuela la manina degli Stati Uniti comincia a dare i suoi frutti. Tutto è partito ai primi di gennaio, quando Donald Trump ha deciso che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Paese sudamericano era finito. Da quel momento, l’industria petrolifera nazionale, potenzialmente la più redditizia del mondo, se non altro per il fatto che sotto il suolo di Caracas si annida il 17% delle riserve mondiali, è finita commissariata da Washington. La quale ha scardinato in queste settimana un mercato monopolizzato dalla compagnia di Stato Pdvsa, chiamando a raccolta le big oil globali, inclusa l’italiana Eni.
Obiettivo, restituire i pozzi del Venezuela al libero mercato e sfruttare un’industria che potrebbe benissimo fungere da baricentro alternativo ai Paesi del Golfo, ora che il greggio di quello scacchiere è ostaggio della guerra contro l’Iran. Trump ha comunque trovato terreno fertile in Maria Corina Machado, il presidente del Venezuela subentrato a Maduro e che ha posto fine a 25 anni di chavismo con un colpo di spugna: privatizzazione di Pdvsa e industria affidata alle compagnie occidentali. Tutto per rimettere in moto un settore che, nonostante le immense riserve nel sottosuolo, fino ai primi anni duemila sfornava 3 milioni di barili al giorno, per poi collassare sotto il milione.
Il gioco sembra aver funzionato. La produzione petrolifera del Venezuela è, infatti, tornata sopra la soglia di un milione di barili al giorno. Secondo i dati forniti dallo stesso governo venezuelano all’Opec, già nel mese di febbraio la produzione media ha raggiunto circa 1,02 milioni di barili giornalieri, con un incremento di circa 97mila barili al giorno rispetto a gennaio, pari a una crescita del 10,5%. Nel complesso, la produzione media del primo bimestre del 2026 si è attestata a circa 972.500 barili al giorno. E, di riflesso, anche le esportazioni hanno beneficiato di questa impennata della produzione. A marzo, le vendite mensili di greggio del paese hanno superato il milione di barili al giorno. La prima volta da settembre.
Il futuro del greggio venezuelano, poi, potrebbe essere ancora più roseo. Secondo analisti del settore, le prospettive indicano una possibile accelerazione nei prossimi mesi grazie all’apertura del settore energetico e al rilascio di nuove licenze a compagnie internazionali per operare nel Paese. Non è finita, oltre al petrolio, l’altro caposaldo della rinascita economica venezuelana sono le miniere. Anche qui il canovaccio è lo stesso visto con l’oro nero, con l’apertura delle riserve minerarie del Paese agli investimenti privati. Partendo da un presupposto: il Venezuela è ricco di oro e diamanti, nonché di bauxite e coltan, un minerale che contiene un metallo utilizzato nei telefoni cellulari, nei computer portatili e in altri dispositivi elettronici.
















