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Che Draghi non resti un profeta disarmato. L’analisi di Polillo

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Più che sospendere il Patto di stabilità, Mario Draghi chiede di riscriverlo. Un messaggio che interpella direttamente il governo italiano e l’Europa, chiamati a superare un modello fondato solo su export e rigore. Per l’Italia la sfida passa da crescita, salari, innovazione ed energia: dossier decisivi per recuperare competitività e peso politico in un continente sempre più fragile. L’analisi di Gianfranco Polillo 

Speriamo che Giancarlo Giorgetti voglia o possa, date le posizioni del suo partito, seguire le ultime indicazioni di Mario Draghi. Il problema italiano non è quello di chiedere una sospensione del “Patto di stabilità”, ma una sua profonda revisione.

Sempre che si condivida la diagnosi dell’ex Bce, di cui l’Italia dovrebbe seguire gli insegnamenti sul piano interno. Scelta che offrirebbe all’ex Presidente del consiglio una legittimazione ancora maggiore. Facendolo uscire dalla scomoda posizione di essere un semplice eretico pensatore. Ma fornendogli le necessarie gambe politiche. Non che ne abbia bisogno. Per cui a guadagnarci sarebbe soprattutto l’Italia. Che troverebbe così un ruolo di maggior protagonismo.

Esiste, infatti, un parallelismo tra la crisi europea, di fronte alle grandi trasformazioni degli equilibri internazionali, e le vicende più specifiche italiane che è difficile non vedere.

Il primo punto riguarda la crescita economica. Per l’Europa è indispensabile aumentare il suo tasso di sviluppo, se si vogliono trovare le risorse necessarie per far fronte ad un investimento pari ad oltre 1.000 miliardi l’anno.

Come più volte evocato. Per l’Italia, ultima ruota del carro fin dalla nascita dell’euro, la crescita economica è necessaria come l’aria, che si respira.

Che fare: allora? È necessario – prescrive Mario Draghi, nel suo intervento – superare quella concezione mercantilistica della politica economica che vede i singoli Paesi competere sull’estero, ma trascurare completamente le potenzialità del mercato unico. Di cui Germania, Francia, Italia e Spagna sono i principali stakeholder. Per l’ex Bce, nella Ue “dal 1999, il commercio in percentuale del Pil è salito dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, si è a malapena mosso.”

Questa sua maggiore esposizione, riflesso del fallimento intervenuto “nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo”, l’ha resa fragile e troppo esposta ai rapidi cambiamenti della congiuntura o del quadro geopolitico.

Se questo è vero, come è vero, che dire dell’Italia? Lo scorso anno la sua apertura al commercio internazionale è stata pari al 63%: ben 8 punti in più rispetto al massimo dei valori Ue. Mentre il suo mercato interno – si pensi alla dinamica salariale – languiva. E che dire poi della sua posizione patrimoniale netta nei confronti dell’estero? Crediti accordati per 348 miliardi di euro, pari ad oltre il 15% del Pil.

O dell’accumulo di riserve ufficiali più che raddoppiate in 5 anni. Pari, alla fine dello scorso anno al 19% del Pil per un valore superiore a 426 miliardi di euro. Di fronte a simili risultati patrimoniali, le azioni in borsa di una qualsiasi azienda sarebbero andate alle stelle. Le regole del “Patto di stabilità” hanno invece imposto all’Italia una “procedura d’infrazione” per aver “sforato” di 500 milioni o giù di lì il suo deficit di bilancio.

Non l’unica incongruenza. “Oggi, metà del capitale” europeo ”investito attraverso i fondi europei – ha continuato impietoso Draghi nel suo intervento – rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori.” Ci si sarebbe potuto aspettare, almeno, un pizzico di gratitudine.

Ed invece Donald Trump ed i suoi economisti di riferimento, come Stephen Miran, hanno considerato solo i flussi mercantili che li danneggiano: sotto forma di maggiori importazioni. Ma che sono più che compensati da

quel flusso di segno opposto, che ha contribuito a sostenere finanziariamente il grande sviluppo tecnologico del loro Paese.

Comunque sia: una sua parte consistente di quelle risorse proviene dall’Italia. Da quei 350 miliardi di cui si diceva in precedenza. Ed allora puntare sulle esportazioni va bene, ma non a condizione di comprimere i salari e rendere marginale il contributo della domanda interna alla crescita complessiva del Paese.

Che deve, invece, insieme all’Ue, recuperare almeno parte di quelle risorse, oggi dirottate, con tanta facilità, verso l’estero. Certo tutto ciò richiederà una serie di interventi, a partire da una riforma del mercato dei capitali. Ma la necessaria accelerazione sul fronte riformatore si potrà vedere solo se aumenterà la consapevolezza che è prioritario chiudere le porte ai vecchi modelli del passato.

Su dove investire, in modo alternativo, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma certo è che l’energia non può che rappresentare un settore privilegiato. “Se avessimo adottato le misure necessarie per integrare la nostra economia – ricorda ancora Draghi – i mercati dei capitali avrebbero incanalato una quota maggiore dei risparmi europei verso il rischio produttivo interno. L’energia si sposterebbe più liberamente attraverso i confini, supportata da reti, interconnettori e stoccaggi.

La decarbonizzazione sarebbe più alla nostra portata, e le nostre economie meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori.”

Specie a sinistra si esalta il modello spagnolo ed il suo mix di energia: 60% rinnovabili, 20% nucleare. Una scelta corrispondente all’economia di un Paese con più servizi e meno manifattura, rispetto all’Italia. Dove, in attesa di riprendere il sentiero del nucleare, non si può che puntare sulle rinnovabili. Ma ostacoli di varia natura (amministrativi, ambientalisti, paesaggistici e via dicendo) impediscono di accogliere le numerose domande che pure sono state già presentate.

La resistenza delle amministrazioni locali è anche comprensibile. Non è bello vedere pannelli solari che coprono grandi estensioni di terreno, né pale eoliche che deturpano l’orizzonte. Ma l’ambiente potrà tornare ad essere come prima quando le prime centrali nucleari entreranno in funzione. Nel frattempo dovremo, invece, accontentarci di soluzioni meno sostenibili, per sopperire a bisogni sempre più stringenti.

“La terza debolezza, e forse la più importante, – continua Draghi – è il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio. Dal 2019, il divario di produttività oraria tra l’Europa e gli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti.” Anche in un campo così delicato, l’Italia non eccelle.

Anzi: occupa quasi stabilmente le ultime posizioni. Il successo ottenuto in campo internazionale, misurato dal suo attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, che dura ininterrottamente dal 2014, si deve solo alla mancata crescita dei salari, che riduce il costo del lavoro per unità prodotta. Consentendo di essere competitivi.

A sinistra si chiede al Governo di intervenire. Di operare per far crescere i salari. Come se questo fosse il compito dello Stato. Quando invece, in un economia di mercato, sono le organizzazioni sindacali che, con la loro lotta, (rileggere Keynes, please) devono contribuire ad una diversa redistribuzione del surplus accumulato.

Azione che, dagli anni ‘70 in poi, costrinse il padronato italiano a quelle “innovazioni di processo” che ancora oggi caratterizzano i punti più alti della manifattura italiana.

Per puntare su una ripresa del mercato interno, come suggerisce Draghi per l’Europa, caratterizzato da più produttività e maggiori salari, in Italia è necessario pertanto ripercorrere la strada di quell’unità sindacale che, negli anni passati, fece del sindacato uno dei protagonisti più importanti della vita politica nazionale.

Quindi bando ai massimalismi. Che il sindacato torni ad essere tutela e rappresentanza dei lavoratori, lasciando ad altri il compito della rappresentanza politica.

Soprattutto riprenda la strada della contrattazione, contrastando chi vorrebbe affidare alcuni elementi tipici del contratto, come il salario minimo, ad una semplice leggina.

Queste, quindi, le cose che servono all’Italia. Non solo per riconvertire un’economia che, da tempo, si è allontanata dal sentiero dello sviluppo e della crescita economica.

Ma per consentirle di presentarsi in Europa con un volto nuovo. Che renderebbe più stringente il progetto tratteggiato da Mario Draghi, dando all’Europa stessa una diversa prospettiva. Ad un Europa la cui sopravvivenza è sempre più minacciata da un mondo profondamente cambiato.

Dove le vecchie regole non hanno più corso legale. E le nuove richiedono qualcosa che la sua vecchia struttura non è più in grado di offrire.


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