Canberra ha ordinato a un gruppo di azionisti riferibili a investitori cinesi di vendere le proprie partecipazioni nel gruppo Northern Minerals, impegnato in particolare in progetti per la produzione di disprosio e terbio utilizzati nei magneti. Mentre si fa sempre più robusta la tela di accordi con Giappone ed Europa
L’Australia mette alla porta il Dragone, reo di aver allungato un po’ troppo le mani sulle terre rare nazionali. E si sa, di minerali critici il Paese dei canguri è ricco. E così, Canberra ha ordinato a un gruppo di azionisti riferibili a investitori cinesi di vendere le proprie partecipazioni nel gruppo Northern Minerals, impegnato in particolare in progetti per la produzione di disprosio e terbio utilizzati nei magneti. Negli ultimi anni Northern Minerals è entrata nel mirino di alcuni investitori asiatici e già nel 2024 il governo australiano era intervenuto per costringere altri gruppi a cedere le proprie quote. Il pressing aveva dato i suoi frutti, al punto che lo scorso anno la stessa società mineraria, nel timore di essere oggetto di un tentativo di take over da parte dello Stato, ovvero una nazionalizzazione, si era sottoposta all’esame della commissione competente per la valutazione degli investimenti esteri.
Nel mirino questa volta ci sono sei soci, tre registrati in Cina, due a Hong Kong e uno nelle Isole Vergini Britanniche e tra questi ci sono Vastness Investment Group e Qogir Trading and Service Company che detengono rispettivamente il 6% circa e il 5% circa. “Applichiamo un quadro normativo rigoroso e non discriminatorio per gli investimenti esteri e adotteremo ulteriori misure, se necessario, per tutelare il nostro interesse nazionale in questa vicenda”, ha dichiarato in un comunicato il ministro del Tesoro australiano, Jim Chalmers.
E che l’Australia sia diventata ormai allergica alla presenza cinese nelle sue industrie, specialmente strategiche, lo dimostrano anche i recenti accordi che vanno esattamente in una direzione opposta agli interessi del Dragone. Pochi giorni fa, infatti, il governo di Canberra aveva sottoscritto con il Giappone un’intesa volta a intensificare la collaborazione per garantire forniture stabili di minerali critici, energia e altri beni essenziali, nel contesto del predominio cinese nelle terre rare e del conflitto in Medio Oriente.
Durante l’incontro, la premier giapponese Sanae Takaichi e il suo omologo australiano Anthony Albanese hanno pubblicato cinque documenti conclusivi, tra cui una dichiarazione congiunta sulla sicurezza economica, e hanno inoltre ribadito l’intenzione dei due Paesi di promuovere ulteriormente la cooperazione in materia di difesa e sicurezza informatica. Poche settimane era arrivata la sponda europea con Ursula von der Leyen volata Canberra per siglare nuove intese strategiche. Il risultato più importante, frutto di quasi otto anni di negoziati, è stato l’intesa con la quale eliminare la maggior parte dei dazi doganali che le due parti si erano imposte reciprocamente e consentire all’Ue un maggiore accesso alle forniture di minerali critici provenienti dall’Australia. Insomma, la Cina è lontana. Almeno per l’Australia.
















