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Nell’Uk del dopo-Starmer rimane il nodo Brexit, la strada è la difesa comune. Parla Fabbrini

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La crisi che ha portato alle dimissioni di Keir Starmer è l’ultimo capitolo di una lunga instabilità iniziata con la Brexit. Per il politologo Sergio Fabbrini il Regno Unito resta un Paese diviso, chiamato a ridefinire il proprio rapporto (più stretto) con l’Unione europea, soprattutto sul terreno della difesa e della sicurezza comune

Non è soltanto la fine di un governo. La crisi che ha travolto Keir Starmer riporta il Regno Unito davanti ai fantasmi che lo accompagnano dal referendum del 2016: una leadership fragile, un sistema politico sempre più instabile e una Brexit che continua a produrre effetti ben oltre l’uscita dall’Unione europea. Se davvero, come appare probabile, la successione dovesse toccare ad Andy Burnham, il nuovo premier erediterà un Paese diviso e una questione irrisolta: ridefinire il rapporto con Bruxelles senza riaprire la guerra civile interna ai laburisti. Per Sergio Fabbrini, politologo e professore emerito di Scienza politica alla Luiss, la crisi britannica non riguarda soltanto Londra. Le conseguenze si riflettono anche sull’Europa, soprattutto in un momento in cui la costruzione di una difesa comune rende imprescindibile il coinvolgimento del Regno Unito.

Professore, la caduta di Starmer è soltanto una crisi di governo o racconta qualcosa di più profondo sul Regno Unito?

Racconta una crisi molto più profonda. La Brexit ha destabilizzato il sistema politico, economico e perfino culturale del Paese. Oggi disponiamo di dati che dimostrano come il Regno Unito sia stato penalizzato dall’uscita dall’Unione europea: il Pil cresce meno delle attese, l’immigrazione è aumentata invece di diminuire e il quadro politico è diventato estremamente instabile. Dal referendum del 2016 abbiamo assistito all’alternarsi di sei primi ministri e adesso arriverà il settimo. È il segnale di un Paese che continua a non sapere quale direzione prendere.

Il profilo di Starmer come ha influito nell’aggravarsi della crisi che l’ha portato alle dimissioni?

Starmer è una persona perbene, con una storia importante da avvocato e magistrato. Tuttavia non possiede il carisma né la statura del leader politico. Ha affrontato le questioni soprattutto dal punto di vista procedurale, mentre la politica richiede anche capacità di visione e soluzioni innovative. La sconfitta dei laburisti in territori tradizionalmente vicini al partito è stata un campanello d’allarme fortissimo. A questo si sono aggiunti errori politici significativi, come la gestione della nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti.

È ancora il vero nodo, quello della Brexit?

Assolutamente sì. Il peccato mortale di Starmer è stato quello di non riuscire ad affrontare il tema della Brexit. All’interno del Partito laburista convivono due anime profondamente diverse sul rapporto con l’Europa e lui non è riuscito a costruire una sintesi. Ha preferito aggirare il problema, ma quella frattura è rimasta lì e ha finito per logorare la sua leadership.

Andy Burnham sembra destinato a raccogliere l’eredità di Starmer. Può rappresentare davvero una svolta in questo senso?

Di lui si conosce ancora relativamente poco su questo piano. È considerato un europeista, ma bisogna ricordare che nel Regno Unito questa definizione ha un significato diverso rispetto al continente. Essere europeisti non implica necessariamente voler tornare nell’Unione europea. La vera domanda è se riuscirà a trovare una sintesi tra le diverse anime del Labour e a indicare una via d’uscita dalla trappola politica creata dalla Brexit. Oggi non possiamo dirlo.

Quali effetti produce questa instabilità sull’Europa?

Sono effetti molto rilevanti. Non è possibile immaginare una vera difesa europea senza il Regno Unito. Londra resta una potenza nucleare, dispone di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e possiede capacità militari che nessun progetto europeo può ignorare. Dobbiamo trovare un modo per costruire una cooperazione stabile in materia di difesa.

A Bruxelles permane una certa diffidenza verso Londra?

È inevitabile. La Brexit ha lasciato ferite profonde. Nelle istituzioni europee è diffusa la convinzione che il Regno Unito abbia utilizzato il mercato comune in maniera strumentale e che non sia stato un partner affidabile. Quel trauma del 2016 pesa ancora molto. Del resto, alcune delle principali politiche europee degli ultimi anni, come il Next Generation EU, sono state possibili anche perché Londra non faceva più parte dell’Unione.

Come si può uscire da questa impasse?

Il Regno Unito deve anzitutto fare i conti con la propria identità. Deve prendere atto di non essere più una potenza imperiale. Oggi è un Paese di dimensioni relativamente contenute rispetto a giganti come Stati Uniti, Cina e India. Da questa consapevolezza può nascere una nuova strategia.

Quale potrebbe essere?

A mio avviso la soluzione più realistica sarebbe un accordo simile a quello esistente tra l’Unione europea e la Norvegia: rientrare nel mercato comune mantenendo la sterlina e, parallelamente, costruire un legame strutturale con l’Unione della difesa europea. Immagino un gruppo d’avanguardia all’interno dei Ventisette che lavori sulla sovranità tecnologica e sulla difesa, con il Regno Unito strettamente associato. Naturalmente resta fondamentale anche il ruolo della Nato, che continua a rappresentare il principale quadro di cooperazione per la sicurezza euro-atlantica. Ma serve soprattutto un gesto politico reciproco: Londra deve dimostrare la volontà di collaborare e Bruxelles deve trovare il modo di superare, almeno in parte, il trauma lasciato dalla Brexit.


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