Una review italiana propone di leggere l’esitazione vaccinale del post-Covid come una più ampia crisi di fiducia nelle istituzioni che sviluppano, valutano e raccomandano i vaccini. La sfida riguarda l’intero sistema e il ruolo degli interlocutori più vicini ai cittadini
Il Covid ci ha lasciato molte lezioni. Ha mostrato quanto rapidamente ricerca, industria e istituzioni possano reagire di fronte a un’emergenza globale, ma ha anche prodotto una fatica più difficile da misurare, che riguarda il rapporto tra cittadini, scienza e autorità pubbliche. Una coda lunga della pandemia che continua a incidere sulle campagne vaccinali, comprese quelle che non hanno nulla a che fare con il coronavirus.
Come si può leggere, allora, la vaccine hesitancy emersa durante il Covid e rimasta, almeno in parte, anche dopo la fine dell’emergenza? È ancora soprattutto una questione di percezione del rischio, conoscenze insufficienti e timori legati alla sicurezza dei vaccini, oppure il fenomeno va collocato all’interno di una più ampia trasformazione della fiducia verso le istituzioni che li sviluppano, li valutano e li raccomandano?
Lo studio italiano
A questa domanda prova a rispondere una review italiana pubblicata il 16 luglio sulla rivista scientifica Vaccines, firmata da Francesco De Maria e Alessandro Russo, dell’Unità di Malattie infettive e tropicali dell’Azienda ospedaliero-universitaria “Renato Dulbecco” di Catanzaro; Francesco Branda e Massimo Ciccozzi, dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma; Giancarlo Ceccarelli, del Dipartimento di Sanità pubblica e Malattie infettive della Sapienza Università di Roma e del Policlinico Umberto I; e Fabio Scarpa, del Dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Sassari.
Gli autori propongono il concetto di institutional hesitancy, una chiave di lettura che non sostituisce le interpretazioni tradizionali dell’esitazione vaccinale, bensì le amplia. La decisione di vaccinarsi, secondo la review, dipende sempre più anche dalla credibilità riconosciuta al sistema che produce le evidenze scientifiche, autorizza i prodotti e traduce le conoscenze disponibili in raccomandazioni di sanità pubblica. La domanda, in altre parole, non riguarda più soltanto la fiducia nel singolo vaccino, ma anche quella riposta nelle istituzioni che lo accompagnano fino ai cittadini.
Il cambio di prospettiva non cancella i modelli con cui la mancanza di fiducia è stata interpretata finora. Infatti, fattori quali la percezione del rischio, la fiducia nella sicurezza e nell’efficacia dei vaccini, la facilità di accesso ai servizi e il senso di responsabilità collettiva continuano a incidere sulle scelte individuali. La review suggerisce però di riconsiderarne il peso relativo: la fiducia istituzionale non sarebbe semplicemente una variabile da aggiungere alle altre, ma il filtro attraverso il quale informazioni, raccomandazioni e margini di incertezza vengono letti dai cittadini.
Una questione di sistema
La review non attribuisce questa trasformazione a un singolo soggetto. Il sistema preso in considerazione comprende istituzioni scientifiche, autorità sanitarie e regolatorie, governi, servizi sanitari, aziende farmaceutiche e professionisti della salute. L’idea di fondo è che la fiducia nel vaccino si costruisca lungo tutta la catena che va dalla ricerca alla produzione, dalla valutazione scientifica alla raccomandazione, fino al confronto con il cittadino. Anche la disinformazione, in questa prospettiva, non agirebbe sempre su un terreno neutro, ma troverebbe maggiore spazio quando incontra una diffidenza già presente. Correggere dati falsi o inesatti resta quindi necessario, sebbene possa non bastare quando a essere messa in discussione è l’autorevolezza stessa di chi interviene per farlo. Da qui il rilievo attribuito agli interlocutori più vicini alle persone. Medici, pediatri, farmacisti e operatori sanitari possono conservare una credibilità elevata anche quando si indebolisce quella riconosciuta alle istituzioni più distanti.
La pubblicazione definisce questa dinamica trust by proxy: le istituzioni possono raggiungere più efficacemente i cittadini sostenendo soggetti che dispongono già di una relazione fiduciaria con le comunità. La risposta alla vaccine hesitancy non passa dunque dalla qualità dei messaggi, ma dalla capacità dell’intero sistema di renderli trasparenti e riconoscibili lungo il percorso che conduce il vaccino fino alla persona, diventando una manifestazione particolare di una crisi più generale del rapporto tra cittadini e istituzioni.
















