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Gaza è tritata. L’allarme del parroco Romanelli al Meeting

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Collegato da Gaza City, padre Gabriel Romanelli ha raccontato al Meeting di Rimini una città dove l’emergenza peggiora ogni giorno, mentre le risposte tardano ad arrivare. Accanto a lui il custode di Terra Santa Francesco Ielpo. Il racconto di Francesco Gnagni

L’immagine più evocativa ha deciso di prenderla in prestito dallo tsunami del 2004, al largo di Sumatra, nell’Oceano Indiano. Un evento a dir poco catastrofico che fece il giro del mondo e commosse tutti, all’unisono. Gaza è così, ha detto padre Gabriel Romanelli collegato in video dalla parrocchia latina della Sacra Famiglia, esattamente come le coste dei paesi limitrofi dopo quell’onda, ma con una differenza: “Gaza è tritata, io abitualmente uso un’immagine… è come se fosse dopo quello tsunami che nessuno vada in ausilio della popolazione”. Con un’ulteriore drammatica constatazione: “l’emergenza continua a essere ogni giorno peggio, perché se tu ti trovi in emergenza hai bisogno di una risposta immediata. Ogni giorno che si ritarda quella risposta, in emergenza diventa peggiore». La catastrofe insomma, finché non è terminata, si aggrava ogni giorno, anche dopo essere uscita dai titoli dei giornali: «la catastrofe è sparita dai titoli dei giornali, però non è sparita per niente”.

L’INCONTRO AL MEETING “AMARE LA TERRA SANTA”

L’incontro di apertura della terza giornata del Meeting si è intitolato “Amare la Terra Santa” ed è stato moderato da Alessandra Buzzetti, corrispondente di Tv2000. Da Gaza City, a pochi metri dalla linea gialla, collegato il parroco argentino che dal 2019 guida la piccolissima comunità cattolica della Striscia, mentre in Fiera fra Francesco Ielpo, dal giugno 2025 custode di Terra Santa, alla guida di oltre trecento frati tra Israele, Palestina, Giordania, Siria, Libano, Egitto e Cipro.

LA TESTIMONIANZA DI PADRE ROMANELLI

I numeri li ha dati Romanelli, snocciolandoli uno ad uno quasi a memoria. Nella Striscia vivono due milioni e trecentomila persone, e “hanno bisogno assolutamente di tutto”. I cristiani, cattolici e ortodossi insieme, sono oggi 541, mentre erano poco più di millecento prima del 7 ottobre 2023. “Sessanta sono morti durante la guerra, ventitré dei quali sono stati direttamente uccisi per azioni militari”; altri ventitré “sono morti per mancanza di cura”; quattordici “erano molto anziani, ma comunque i dottori dicono che potevano vivere di più”. Il resto, emigrati.

Poi c’è il tema della logistica, per padre Romanelli ben più urgente di qualsiasi discorso filosofico, e troppo spesso trascurata dai media. La chiesa della sua parrocchia fu costruita sopra una cisterna alimentata da una sorgente, “durante la guerra quella cisterna è stata miracolosa e ha dato da bere a migliaia e migliaia di famiglie in tutta questa zona, e continua ancora oggi”, rifornendo d’acqua oltre quattrocento famiglie del quartiere, quasi tutte musulmane, più chiunque si presenti alla porta. Ma per pompare serve corrente, e “la pompiamo a prezzo d’oro”: dei tre generatori uno, quello della casa delle suore di Madre Teresa, è stato bombardato, un altro “è morto”, e ad oggi resta solo il terzo, “al quale chiediamo al Signore che gli dia lunga vita”. Il diesel costa dieci euro al litro, “che non è il problema di Hormuz o Iran o Israele o Stati Uniti, è il problema della guerra”, e ogni ora di motore va divisa tra i rifugiati ospitati nel compound, la scuola, le due case delle Missionarie della Carità, l’acqua del quartiere e la clinica San Giuseppe aperta un mese fa dal patriarcato con l’Ordine di Malta. La scuola parrocchiale prima della guerra aveva duecentosettanta alunni, ma oggi le altre due scuole cattoliche della Striscia non ci sono più, così a settembre ne accoglierà circa mille: “mi pare che siamo messi nei guai”, commenta con il sorriso, un modo per esorcizzare il dramma.

LA DECISIONE DI RESTARE A GAZA

Sul perché siano rimasti, nonostante gli ordini di evacuazione e i testamenti scritti, Romanelli ha commentato togliendo di mezzo le due spiegazioni più immediate. “Non siamo degli eroi, e quindi delle volte crolliamo”. E “non è una sfida politica, per niente”. La ragione è presto detta: “ci è sembrata la risposta naturale, spiritualmente e umanamente parlando… il pastore deve essere con il suo gregge”. E poi: “noi siamo qua per Gesù Cristo, per preservare la presenza eucaristica; l’altare di questa chiesa è un altare di pace”. Insomma, “inghiottire le lacrime è un ufficio di chi ama”, sono le parole, sferzanti, del religioso.

Il racconto prosegue. Il 7 luglio dell’anno scorso, quando un bombardamento uccise tre persone della comunità e ne ferì dodici, era sera ed erano tutti in chiesa. “Nessuno, nessuno, nessuno ha chiesto vendetta, ma nemmeno giustizia, che tutto sommato è una cosa giusta chiedere giustizia. Tutti hanno chiesto perdono, misericordia, pace per tutti”. Poi ci sono anche i giochi d’acqua, che ogni tanto organizzano tra bambini cristiani e musulmani approfittando del motore grande, con acqua non potabile e un po’ di detersivo pagato a prezzo d’oro: “delle volte puzza, ma non fa niente… facciamo giochi, e quindi tutti ridono, pure i grandi, pure io gioco con loro”. Una pazzia, in piena crisi idrica, «però la tristezza si vince con la gioia, e la gioia del Vangelo». Anche perché, ha concluso Romanelli, “noi siamo convinti che la pace è possibile e che la giusta pace è necessaria”, e bisogna “convincere il mondo che basta, basta, è sufficiente: le vittime innocenti, da una parte o dall’altra, è terribile”.

LE PAROLE DI PADRE IELPO

Padre Ielpo si è detto subito imbarazzato nel prendere la parola dopo padre Romanelli, ma la sua scelta, di restare lì, a un passo dalla tragedia, nei luoghi del dolore, non è poi così diversa. Un tempo, ha detto, avrebbe cominciato elencando le opere della Custodia, ma adesso no: «faccio più fatica a elencare le opere, perché mi accorgo sempre di più che innanzitutto c’è un’opera che è ciascuno di noi, che è il mio cuore, che continuamente va costruita”. Altrimenti, ha aggiunto, “saresti un’altra ONG tra le tante altre ONG che ci sono”, mentre «tutte le opere devono poter nascere da una fraternità vissuta”. Così a Betania, alle porte di Gerusalemme, tre frati giovanissimi appena ordinati hanno cominciato semplicemente a fare le cose insieme, “stimandosi, volendosi bene2, e ora la parrocchia non riesce nemmeno più a contenere i fedeli, che arrivano anche da fuori città. Una guida palestinese cristiana, che con la famiglia girava da una parrocchia all’altra, gli ha raccontato di aver trovato lì l’unica cosa di cui aveva davvero bisogno: “lì finalmente abbiamo trovato ciò di cui abbiamo veramente bisogno, una comunità”.

I cristiani della Cisgiordania, ha spiegato Ielpo, «la prima e più grande domanda che ti fanno non è un aiuto economico, ma di aiutarli ad avere un permesso di lavoro in Israele, che permetta di andare al di là del muro per lavorare anche solo pochi giorni alla settimana, per poter portare a casa il pane per i loro figli”. Leone XIV ha parlato di “emorragia cristiana” in quelle terre. Il custode ha in conclusione aggiunto un’avvertenza: «se noi sganciamo questa missione dal tema vocazionale, potremmo anche correre il rischio di fare violenza agli stessi cristiani che vivono lì”, limitandosi a dire loro «dovete rimanere a tutti i costi”. Vale anche per la Siria dei villaggi dell’Oronte, Knaye e Yacoubieh, dove a gennaio è stato il primo custode dopo Pizzaballa a rimettervi piede in quattordici anni, e per il Libano di Deir Mimas, dove centoventi famiglie hanno rifiutato di andarsene e i frati raggiungono la Messa in elicottero con i militari: “sappiamo che il buon senso direbbe di rimanere, ma l’amore per Cristo e per quel popolo ci spinge”.

TAYBEH CHIUSO AI GIORNALISTI, PADRE IELPO: “IL MOMENTO È DELICATO”

Al punto stampa, Ielpo ha risposto a una domanda su Taybeh, l’unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, che per proteggerlo è stato di fatto chiuso a stranieri e giornalisti. È davvero l’unica strada? “Credo che la risposta sia abbastanza scontata: non credo che sia l’unica via”. Bisogna piuttosto “trovare soluzioni realistiche, concrete, ma anche efficaci perché ci sia rispetto dei diritti fondamentali di ogni popolo”. Un momento, ha ammesso, “particolarmente teso, particolarmente delicato, dove ogni parola, ogni frase, ogni espressione può essere interpretata”. Ma “non possiamo, come spesso ci è stato ricordato, voltarci dall’altra parte”.

 


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