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La risposta alla polarizzazione è il patto tra moderati. E Meloni e Frederiksen lo dimostrano. Parla Adornato

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Siamo in presenza di un modello da seguire anche al fine di contrastare la polarizzazione ideologica su qualsiasi cosa che, invece, non permetterebbe un governo equilibrato delle società occidentali. Su molti temi uno sforzo di dialogo, uno sforzo di comprensione e perfino una messa in campo di azioni comuni fra le parti moderate credo sia la strada maestra. Conversazione con Ferdinando Adornato, giornalista, saggista e già parlamentare

Lontani i tempi del Lingotto. Oggi la sinistra italiana è preda di antigiudaismo e antiamericanismo, dice a Formiche.net Ferdinando Adornato, giornalista, saggista e già parlamentare. Ma l’errore più grande, spiega, è quello di non capire che in Europa Giorgia Meloni è vista come la novità assoluta delle destre moderate, mentre le opposizioni giocano ancora la carta dell’antifascismo, come fatto a Marcinelle. “Sulla politica estera le contraddizioni ci sono in tutti gli schieramenti, però si ha la sensazione che mentre il centrodestra riesce a contenerle, la sinistra non è in grado di farlo per via di troppa diversità su altri aspetti concreti, come l’Ucraina, la questione mediorientale, l’antiamericanismo, l’antigiudaismo”,

Mette Frederiksen fa “propaganda”, accusa il Pd: è così?

Limitarsi a questo significa non capire che siamo di fronte a un problema enorme, un problema storico epocale. Ma ci arriviamo dopo, con calma. Adesso a me preme sottolineare come la premier danese sia un po’ controcorrente, perché esistono in generale in Europa due grandi partiti: io li chiamerei uno il partito dei valori e l’altro il partito dei diritti. Il primo in genere corrisponde alle forze di destra o di centrodestra e il secondo alle forze di sinistra o di centrosinistra. Viceversa la premier danese, con le posizioni che assume, rompe questo schema.

In che misura?

Anziché far propaganda, sta facendo un’azione politica seria, perché alla fine del ragionamento vedremo come la soluzione sta nel convergere delle parti moderate del partito dei valori con le parti moderate del partito dei diritti. È esattamente quello che Meloni da una parte e Frederikssen dall’altra stanno facendo. Ma per capirlo vediamo come sono composti questi partiti. La parola chiave del partito dei valori è identità. Si parte dal presupposto che gli sconvolgimenti mondiali degli ultimi decenni hanno creato un forte problema di identità, di genere, di identità nazionale, di identità culturale e di identità religiosa e quindi si propone di tornare a credere in un rapporto con la tradizione, che oramai sembra in Europa quasi sforbiciata. Di questa cultura fa parte anche la preoccupazione non sull’immigrazione in sé, ma sull’immigrazione non regolata, non governata e quindi di un’immigrazione che rischia di creare una crisi profonda nel tessuto sociale e culturale delle nazioni. In entrambi i partiti esistono una parte estremista e una parte moderata, e la prima è pericolosa. Meloni rappresenta la parte moderata e ad esempio, in Germania, AfD rappresenta la parte estremista. Da attenzionare in Francia l’evoluzione del partito della Le Pen: se si iscrivesse alla parte moderata di questo grande partito dei valori aiuterebbe, non poco, a creare una situazione più equilibrata. Di contro, il partito dei diritti ritiene che non ci siano più valori da difendere in omaggio alla teoria postmoderna, ma ci sono solo diritti, dunque non c’è nessun riferimento a un’etica pubblica, men che meno alle religioni tradizionali.

Con quale punto di caduta?

Semplicemente è il diritto individuale di fare quello che si può fare e che la tecnologia permette di fare, come dimostra la questione della vita, e che alla fine sposa, come diritto acquisito e non contrastabile, quello dell’accoglienza verso tutti. Ma anche nel partito dei diritti esiste una parte moderata e una parte estremista. Questa contrapposizione non ci porta lontano e perciò prima dicevo che la soluzione del problema è nel prevalere delle parti moderate: è esattamente ciò che a me sembra avvenire con il patto Meloni-Federikssen.

Perché è una soluzione?

Perché viceversa si tratterebbe di uno scontro che, se polarizzato ideologicamente, potrebbe diventare molto pericoloso, in quanto non componibile. Questo secondo me è il volto dei due poli europei, che però non può essere descritto solo così, ma si rende necessario investigare sulle parti moderate e sulle parti estremiste di ciascuno dei due poli.

L’asse italo-danese potrebbe essere allargato metodologicamente ad altri dossier complessi, come ad esempio l’automotive e le materie critiche?

Sì, siamo in presenza di un modello da seguire anche al fine di contrastare la polarizzazione ideologica su qualsiasi cosa che, invece, non permetterebbe un governo equilibrato delle società occidentali. Il che non vuol dire che le differenze scompaiano o che non ci sia da difendere il bipolarismo o quel che rimane del bipolarismo nei diversi Paesi europei. Ma un bipolarismo segnato dagli estremismi non permette il governo delle società occidentali. Quindi su molti temi, sui temi più importanti, sui temi più profondi del nostro tempo storico è chiaro che uno sforzo di dialogo, uno sforzo di comprensione e perfino una messa in campo di azioni comuni fra le parti moderate dei due partiti, credo che sia la strada maestra.

L’estrema attenzione con cui il Ppe e Weber stanno guardando alle politiche europee di Giorgia Meloni come si inserisce nelle future dinamiche politiche dell’Ue?

Io credo che il Partito Popolare europeo sia un partito che sta esattamente all’incrocio tra il partito dei valori e il partito dei diritti. E credo che Giorgia Meloni faccia bene a intrecciare rapporti e discussioni strutturali con Partito Popolare. Del resto non è un mistero per nessuno che lei sia stata capace in questi anni di occupare il centro della vita politica italiana. Stupisce abbastanza, per chi si occupa di politica, che la sinistra italiana continui ad alzare la bandiera dell’antifascismo su qualsiasi aspetto contro Giorgia Meloni non capendo che, invece, nel panorama delle destre europee l’esperienza del premier italiano è un’esperienza da mettere in rilievo. Oggi l’opposizione la contrasta solo con lo scenario anacronistico dell’antifascismo, per questo sembra che viva in un altro mondo: si può contestare la politica del governo in qualsiasi maniera, ma non sotto questa bandiera, perché l’esperienza di Giorgia Meloni nel panorama europeo è innovativa.

Questo atteggiamento attuale del campo largo, come dimostrano anche i recenti episodi di Marcinelle, crede sia un passo indietro valoriale rispetto al Lingotto?

Sì, i primi a riconoscerlo sono i riformisti del Pd, quelli che l’hanno lasciato e quelli che ci stanno ancora dentro, contestandolo. Si tratta di un passo indietro abbastanza evidente, però devo dire che questa contraddizione c’è sempre stata nella sinistra italiana. In alcune circostanze è apparsa più rilevante, come in questi tempi, meno ai tempi del Lingotto. Ma ricordo sempre una contraddizione profonda tra un riformismo e radicalismo. Veltroni diceva di dover unire il riformismo e il radicalismo, ma non c’è riuscito e in qualche misura è impossibile, perché su tutti i temi della politica estera e di quella interna, le posizioni radicali sono posizioni polarizzate e contrapposte in modo quasi violento. Sulla politica estera le contraddizioni ci sono in tutti gli schieramenti, però si ha la sensazione che mentre il centrodestra riesce a contenerle, la sinistra non è in grado di farlo per via di troppa diversità su altri aspetti concreti, come l’Ucraina, la questione mediorientale, l’antiamericanismo, l’antigiudaismo. Certamente Trump agevola oggi qualsiasi cultura oppositiva agli Stati Uniti d’America, ma l’equilibrio del nostro Paese ci dovrebbe aiutare a ricordare che non si è amici di questo o di quel presidente, ma si è amici degli Stati Uniti, che hanno saputo superare situazioni gravissime. Penso al maccartismo o penso alle politiche di segregazione razziale. Per cui bisogna tenere la barra dritta, polemizzare come l’Italia ha fatto con Donald Trump quando è necessario polemizzare, ma sapendo anche che l’amicizia è basata sulla nostra identità comune.


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