L’Italia può essere un partner rilevante in alcuni nodi tecnologici ben definiti, a condizione di muoversi dentro una strategia europea più ampia e di continuare a rafforzare il proprio ecosistema di ricerca, formazione e capitali. Marco Gilli (Compagnia di San Paolo) analizza le dinamiche che portano le S&T al cuore della strategia statunitense e like-minded
Per Marco Gilli, sebbene la National Security Science & Technology Strategy (Nssts) si tratti di un documento in continuità con la strategia definita nel 2025, vi è una maggiore enfasi su due aspetti rilevanti che vanno considerati insieme: “Da un lato il superamento dell’idea di superiorità tecnologica in senso assoluto, dall’altro l’ambizione di contribuire a definire la governance globale delle tecnologie emergenti”.
La Nssts – spiega il presidente di Compagnia di San Paolo, già rettore del Politecnico di Torino, dove tuttora è professore – parte dal riconoscimento che “siamo in una fase di transizione tecnologica rapida e incerta e che gli Stati Uniti non possono, né devono, puntare a dominare tutto, ma a concentrare il vantaggio dove conta di più”. Per questo la strategia isola alcune tecnologie emergenti davvero trasformative (AI e sistemi autonomi, biotecnologie, tecnologie quantistiche, oltre a semiconduttori avanzati e spazio), in cui esiste già oggi una leadership Usa e dove Washington ritiene di poter essere determinante nell’evoluzione futura.
Questa conversazione con il professor Gilli è parte di un approfondimento che Formiche.net e Decode39 stanno curando – coprendo sfaccettature che vanno dall’ambito militare a quello biotecnologico e accademico – su uno dei documenti più profondamente strategici prodotti dall’amministrazione Trump.
La Nssts non descrive la competizione tecnologica semplicemente come una corsa alla superiorità: gli Stati Uniti puntano ad orientarla verso i settori nei quali dispongono di maggiori vantaggi e a influenzarne standard, regole, governance. Avendo osservato da Washington il rapporto tra scienza, tecnologia e politica estera americana, quanto è significativo questo passaggio?
Il documento prende atto che si tratta di tecnologie a diffusione globale. Di qui il secondo elemento cruciale: non basta essere tecnologicamente all’avanguardia, bisogna orientare standard, norme e meccanismi di governance. Questo, dal punto di vista di Washington, serve, da un lato, a “tenere gli avversari stranieri fuori” da infrastrutture e supply chain critiche e, dall’altro, a usare la politica tecnologica come strumento di politica estera, cioè di costruzione dell’ordine internazionale.
Si tratta di un approccio ambizioso che per essere attuato richiede due forme di partnership: una solida collaborazione pubblico‑privata, perché una parte decisiva dell’innovazione è nelle mani delle imprese, aspetto ben evidenziato nel documento; una coalizione di alleati e paesi like‑minded, non solo come sostegno politico, ma come vero e proprio “blocco tecnologico” che coordini standard, controlli all’export, investimenti e R&D, elemento che nella strategia resta più marginale.
Infine, il richiamo alla National Security Strategy 2025 – l’idea che “U.S. technology and U.S. innovators drive the world forward” – chiarisce che la competizione tecnologica, dal punto di vista degli Usa, non è più solo una corsa ingegneristica, ma una sfida geopolitica e geo‑economica. La Nssts formalizza proprio questo: la sicurezza nazionale dipende da come gli Stati Uniti riusciranno a progettare l’ecosistema globale di tecnologie critiche – standard, mercati, alleanze e regole – più che dal solo possesso di singole tecnologie avanzate
Nella strategia, gli alleati vengono definiti “force multiplier”: Washington vuole cooperare sulle tecnologie critiche, ma anche sulla sicurezza della ricerca, degli investimenti e delle supply chain. Che tipo di rapporto tecnologico emerge da questa impostazione? Parliamo ancora di cooperazione scientifica o di una forma più strutturata di integrazione strategica?
La rapida evoluzione delle nuove tecnologie ha ridisegnato le modalità stesse della cooperazione scientifica tra Stati. Se in passato la cooperazione era possibile, e persino auspicata, anche tra Paesi non like‑minded – basti pensare alla Guerra Fredda, quando ciò giustificava un ruolo forte della diplomazia scientifica – oggi il tempo che intercorre tra ricerca fondamentale e applicazioni tecnologiche sensibili si è drasticamente ridotto, soprattutto in alcuni ambiti. Per questa ragione, la cooperazione tra alleati non può più limitarsi alla dimensione scientifica tradizionale, ma deve necessariamente estendersi alle policy di sicurezza, agli investimenti e al cruciale tema delle supply chain.
Va tuttavia sottolineato che il ruolo degli alleati, pur espressamente richiamato e pur essendo essenziale in questa prospettiva, non riceve grande enfasi nel documento. In particolare, vengono citati esplicitamente Nuova Zelanda e Regno Unito, ma non l’Unione Europea, né sono realmente valorizzate le relazioni transatlantiche, che sarebbero invece cruciali per assicurare una leadership autorevole, capace come detto nel documento “to drive the world forward” in questa fase di transizione tecnologica.
Dentro questa architettura dove può collocarsi l’Italia? In quali ambiti scientifici e tecnologici può essere un partner rilevante per gli Stati Uniti e quali limiti rischiano invece di ridurne il peso?
In questo quadro, a mio avviso, ha sempre meno senso parlare di singoli Paesi europei e sempre più di “Europa” come attore tecnologico. Il contesto è quello in cui la capitalizzazione di un’unica azienda come Nvidia è paragonabile al Pil della Germania e circa doppia rispetto a quello dell’Italia, e in cui player emergenti dell’AI come OpenAI o Anthropic avranno valutazioni molto rilevanti e comparabili con i PIL di molti paesi europei. La vera partita andrebbe giocata con l’Unione europea nel suo complesso (includendo il Regno Unito), e tutti auspichiamo che da entrambe le sponde dell’Atlantico maturi rapidamente la consapevolezza del valore strategico di una partnership Usa‑Europa in questa fase storica.
Detto questo, sul piano più concreto e riferendoci specificamente all’Italia, nel documento emergono alcuni elementi rilevanti. Se gli Stati Uniti scelgono di concentrarsi su un set selezionato di tecnologie critiche, a maggior ragione il nostro Paese deve evitare la frammentazione e focalizzare risorse umane, infrastrutturali e finanziarie sugli ambiti ritenuti strategici. In parte questo sta già avvenendo con i Centri Nazionali di eccellenza nati con il Pnrr; in parte è un processo che va attuato con determinazione, evitando di parcellizzare risorse che, anche per vincoli fiscali, restano necessariamente limitate. Con riferimento alla formazione le linee di attuazione della Nssts sono pienamente condivisibili e rilevanti anche per l’Italia: rafforzare l’educazione Stem nella scuola, la formazione dei docenti e valorizzare la formazione tecnica e professionale. A questo si aggiunge l’esigenza di una politica più ambiziosa di attrazione dei talenti, soprattutto nelle università, dove le carriere sono ancora in larga misura interne.
Anche guardando alle tecnologie trasformative individuate dalla Nssts, potrebbero esserci spazi concreti di collaborazione…
Nell’AI, l’evoluzione verso la cosiddetta Physical AI e la robotica autonoma può innestarsi sulle nostre capacità manifatturiere avanzate – in particolare il tessuto di Pmi innovative – complementari della leadership statunitense sul lato software. Le nostre scuole di Life Sciences, da sempre in stretta relazione con i migliori atenei Usa, e il Centro Nazionale sulle Terapie Geniche possono consolidare una partnership sulle biotecnologie emergenti. Nel quantum esiste già una cooperazione strutturata – i Fermilab sono un esempio significativo – e i Centri Nazionali su Intelligenza Artificiale (Torino), HPC/Big Data/Quantum Computing e semiconduttori (Pavia) possono diventare hub di riferimento per collaborazioni più sistematiche con gli Stati Uniti.
Quali sono i nostri limiti?
I limiti che pesano sull’Italia sono in larga misura gli stessi dell’Europa, come hanno ben messo in luce i report analitici di Mario Draghi ed Enrico Letta: l’assenza di un significativo mercato dei capitali e di fondi di venture capital di scala adeguata.
Va però riconosciuto che, su questo fronte, le condizioni stanno migliorando in modo significativo: in Italia, grazie anche agli investimenti di CDP in sinergia con le Fondazioni e altri fondi di VC; in Europa, con l’apporto delle principali banche e fondazioni – tra cui Intesa Sanpaolo, Compagnia di San Paolo e Cariplo – ad iniziative come lo Scale‑up Fund.
In sintesi, l’Italia può essere un partner rilevante in alcuni nodi tecnologici ben definiti, a condizione di muoversi dentro una strategia europea più ampia e di continuare a rafforzare il proprio ecosistema di ricerca, formazione e capitali.
















