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Green tech cinese, il faro resti l’interesse nazionale. La versione di Carlo Alberto Giusti

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L’Italia ha dimostrato in questi anni di saper salvaguardare l’interesse nazionale senza cadere nella trappola del protezionismo. Un modello che vale anche per il caso degli incentivi alla green economy di Transizione 5.0, tornato in questi giorni al centro del dibattito. Alle imprese che cercano tecnologia verde a basso costo bisogna spiegare che qualità e affidabilità di un prodotto sono importanti tanto o forse più del prezzo. Intervista al Rettore della Link Campus University Carlo Alberto Giusti

C’è il mercato, con le sue leggi non scritte. E poi c’è l’interesse nazionale. Da quando in Italia, con riflessi anche in Europa, è tornato in auge il dibattito sull’opportunità o meno di accogliere a braccia aperte la manifattura low cost made in China, ci si è chiesti ancora una volta: il prezzo di un bene è importante, ma se poi a rimetterci è la sovranità tecnologica e industriale? Il caso in questione è quello dei pannelli solari di cui il Dragone è un semi-monopolista a livello globale. Tutto nasce dal fatto che il piano italiano Transizione 5.0, il sistema di incentivi per la trasformazione digitale ed energetica delle imprese che una volta poggiava sui crediti di imposta e che oggi invece ruota intorno all’iperammortamento, starebbe funzionando ma fino a un certo punto. Gli investimenti incentivati sui macchinari tradizionali viaggiano a gonfie vele, quelli green claudicano.

Perché? Nella struttura degli incentivi, questa l’accusa montante di certa opinione pubblica, il governo ha posto come condizione per l’accesso alle agevolazioni l’acquisto da parte delle aziende di soli moduli solari prodotti in Europa, tra cui quelli forniti dalla 3Sun di Catania, fiore all’occhiello del fotovoltaico del gruppo Enel. Questo avrebbe di fatto frenato gli investimenti delle imprese, forse più attratte dai pannelli cinesi con tecnologia annessa, il cui costo è minore. Un dibattito che ha trovato particolare spazio sulla stampa economica, compreso Il Sole 24 Ore, tradizionalmente attenta alle ragioni del commercio e, per estensione, spesso all’apertura nei confronti di Pechino, e che in passato ha ospitato contenuti riconducibili anche alla più ampia diffusione delle narrazioni strategiche cinesi. Spazio sul quotidiano di Confindustria ulteriormente aumentato in queste ore da due interventi che vanno ancora nel segno del Dragone e che tirano in ballo anche il ruolo della Cina nella corsa all’Intelligenza Artificiale.

Insomma, la manifattura di Pechino costerà anche meno, ma di sicuro si porta dietro il seme della dipendenza, indebolendo ulteriormente l’alternativa industriale di cui l’Europa potrebbe avere bisogno nel momento in cui quella stessa dipendenza diventasse un problema. Ecco spiegata la pressione crescente, anche a mezzo stampa, per la riapertura degli incentivi di Transizione 5.0 alle tecnologie cinesi. Esiste però, dice a Formiche.net Carlo Alberto Giusti, professore ordinario di diritto privato comparato, rettore della Link Campus University di Roma e presidente di Ansaldo Energia, un punto di caduta che è anche una via d’uscita.

Professore, il tema della manifattura a basso costo cinese quale germe della dipendenza industriale torna ormai ciclicamente al centro del dibattito. Il caso degli incentivi alle tecnologie verdi poc’anzi menzionato lo dimostra. Lei che idea si è fatto?

Concetti come sana e leale concorrenza, reciprocità e trasparenza sono oggi tra loro ancora più imprescindibili di quanto non lo siano stati in passato. In questo senso i mercati possono e debbono continuare ad aprirsi, pur salvaguardando l’interesse di un Paese. Pensiamo alle più o meno recenti scelte dell’amministrazione Trump. Da una parte sono risultate mosse azzardate, che hanno portato a una contrazione nell’immediato del mercato. Poi però lo stesso mercato si è, diciamo così, autoregolamentato, assorbendo l’urto della decisione del governo americano. Per questo ripeto che apertura del mercato e tutela dell’interesse nazionale non sono due entità in collisione tra loro. Anzi, debbono continuare a convivere.

Le viene in mente qualche esempio di buona convivenza?

Sì, penso alla Francia. Ma anche all’Italia, dove questo governo ha mantenuto una ammirevole linea di prudenza. Una linea che possiamo riassumere con una parola: de-risking. Vede, il modello che l’Italia ha plasmato, il mantenimento di un mercato libero e aperto pur proteggendo l’interesse nazionale, alla fine ha fatto un po’ scuola in tutta o quasi Europa. L’eliminazione cosciente del rischio pur senza pulsioni sovraniste o protezioniste. Il risultato di questa sintesi è che oggi l’Unione europea ha abbracciato una transizione solida, robusta, ma con forme di auto-protezione della sua stessa industria. Un percorso che porterà i suoi frutti nei prossimi mesi.

Volendo mettersi per un istante dalla parte dell’imprenditore, quello che costa meno in un miraggio puramente aziendale, spesso conviene o quanto meno è più attraente. Come trasmettere il messaggio che chiama in causa l’interesse nazionale al territorio?

Tanto per cominciare il mercato tende naturalmente ad autoregolamentarsi da solo. Un prodotto europeo con caratteristiche comunitarie risulta più affidabile rispetto a uno che invece costa molto meno. Questo l’industria lo sa, nel senso che è consapevole che la qualità di un prodotto ha la sua valenza. Per questo quello che deve fare l’Ue è impedire che le stesse aziende vadano incontro a un decremento economico frutto dei vincoli protettivi menzionati. Voglio dire, impedire alle aziende di acquistare prodotti a basso costo in favore di beni di qualità deve essere per loro un valore aggiunto e non una perdita.  Dall’altro però deve trovare il modo per incentivare l’industria continentale ad essere ancora più competitiva. Un traguardo che può essere raggiunto solo con gli incentivi.

Lei pensa che il sistema industriale riuscirà a incamerare e metabolizzare tale visione?

Io credo proprio di sì. Vede, il tema qui non è limitare i rapporti con la Cina, non è nemmeno un obiettivo dei governi europei. Pechino fa parte del mondo e del suo sistema economico, inutile ignorarlo. Quello che però dobbiamo augurarci è che la manifattura europea diventi ancora più competitiva del passato. Ma come lo facciamo? Lo facciamo investendo in innovazione tecnologica e formazione. Mi permetto di tirare in ballo ancora la Cina: lo scorso anno ho fatto parte di una delegazione che accompagnava il presidente della Repubblica e in occasione della quale abbiamo firmato numerosi accordi. Questo per dire che la collaborazione con Pechino non deve spaventare più di tanto. Semmai deve essere la leva per l’Ue non per chiudersi come ha fatto Trump, bensì per immaginare politiche che tutelino le imprese italiane, come sta facendo questo governo, lavorando al contempo sull’aumento della competitività. Insomma, non bisogna far saltare i ponti con la Cina ma salvaguardare le proprie aziende ed essere più forti sul mercato.

Il mondo corre e cambia volto sempre più velocemente. Se dovessimo guardare ai prossimi dieci anni?

I prossimi dieci anni segneranno la transizione verso un sistema multipolare meno prevedibile. Gli Stati Uniti resteranno il punto di riferimento culturale e tecnologico dell’Occidente, ma dovranno condividere la scena con una Cina sempre più assertiva e con un’Europa chiamata a fare i conti con la propria sovranità strategica. E il mix energetico avrà un ruolo crescente, partendo da una consapevolezza. L’Italia dispone di competenze industriali e scientifiche di alto livello che possono contribuire a questa transizione.


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