L’avanzata del Dragone sul terreno dell’auto è l’esempio più lampante di come la Cina sia stata capace di mascherare la concorrenza sleale da potenza industriale. Per questo l’Europa, più che lavorare di barriere commerciali, deve ripensare la propria filosofia manifatturiera. Ecco come
Scontro frontale o lavorare su se stessi? Per un’Europa in piena consapevolezza riguardo al problema cinese, è una bella domanda. La cronaca delle ultime ore racconta dell’ennesima avanzata delle auto prodotte in Cina in Europa. La combinazione, micidiale, è sempre la stessa: costano meno, competono sul piano tecnologico e se ne producono a un ritmo di gran lunga più veloce di quello dei costruttori del Vecchio continente. L’Ue, che da qualche mese ha finalmente preso coscienza della concorrenza industriale tossica del Dragone, ha davanti a sé due strade. O le barriere commerciali, vale a dire nuovi dazi per i veicoli made in China. O provare a farsi le spalle grosse, ripensando la propria filosofia industriale e manifatturiera.
Della seconda scelta sono più che convinti all’istituto Bruegel, tanto dall’averla messa nero su bianco in un policy brief dedicato alla questione delle quattro ruote. “L’industria automobilistica europea si trova ad affrontare sfide significative: l’elettrificazione, la concorrenza cinese e la stagnazione della domanda dei consumatori. Fino ad oggi, la risposta dell’Unione europea è stata quella di proporre misure di deregolamentazione e di difesa commerciale, ponendo dei dazi, finanziamenti a livello Ue e la potenziale introduzione di requisiti made in Europe“, spiega il Bruegel.
“Queste iniziative cercano di soddisfare simultaneamente tre obiettivi: mantenere gli obiettivi modificati per l’eliminazione graduale dei veicoli con motore a combustione interna, sia per ragioni di transizione climatica che di sicurezza energetica, proteggere le catene di approvvigionamento nazionali dalla concorrenza delle importazioni, con particolare attenzione alla Cina e mantenere i prezzi dei veicoli accessibili per i consumatori europei”. Ma c’è un problema. “Tuttavia, questi obiettivi sono in conflitto: i dazi e i requisiti di origine Ue per proteggere i produttori aumentano i prezzi al consumo, mentre la transizione verso i veicoli elettrici sta rimodellando le catene di approvvigionamento nazionali”. E allora?
“Piuttosto che concentrarsi principalmente sulla protezione dell’industria automobilistica, l’Ue dovrebbe perseguire una strategia equilibrata per sostenere la trasformazione in una fase critica della transizione climatica. I costi per i consumatori e i contribuenti dovrebbero essere proporzionati ai benefici derivanti dalla salvaguardia della capacità industriale e dei posti di lavoro, mantenendo al contempo un ritmo ambizioso di decarbonizzazione. Qualsiasi sostegno dovrebbe essere temporaneo e vincolato agli sforzi dell’industria per migliorare la competitività nella produzione di veicoli elettrici a prezzi accessibili”.
Insomma, “la struttura politica dell’Ue in materia di settore automobilistico dovrebbe essere semplificata. Le preoccupazioni relative alla sicurezza economica dovrebbero essere affrontate attraverso criteri di resilienza piuttosto che requisiti di contenuto locale, e dando priorità ai fattori strutturali che favoriscono la competitività. Gli investimenti in entrata devono essere considerati come un’opportunità di recupero. E, soprattutto, eventuali misure di protezione dovrebbero assumere la forma di salvaguardie temporanee o di accordi negoziati con la Cina che riguardino sia i veicoli elettrici che quelli ibridi”. Come a dire, meno muscoli più testa.







