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Campo largo e Vannacci possono aiutare Meloni. Pombeni spiega perché

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La legge elettorale è solo il prologo di una partita molto più incerta: quella che si giocherà nelle urne, tra astensione, voto mobile e rapporti di forza ancora difficili da leggere. Il politologo Paolo Pombeni mette in fila le fragilità del campo largo, dal dossier Ucraina alle primarie, e il paradosso Vannacci: una destra radicale che può finire per offrire a Meloni lo spazio per accreditarsi come destra di governo

La legge elettorale corre verso il voto parlamentare mentre, sullo sfondo, il centrosinistra prova a costruire una coalizione che ancora fatica a trasformare le proprie differenze in una proposta politica. La partita, osserva lo storico e politologo Paolo Pombeni, non si esaurisce però nelle regole del gioco. Perché una volta approvata la riforma, il nodo sarà quello delle urne: partecipazione, consenso, radicamento territoriale e capacità di intercettare un elettorato sempre più mobile. E qui, secondo quanto Pombeni dice sulle colonne di Formiche.net, il vantaggio politico di Giorgia Meloni resta significativo (benché con l’incognita Vannacci), mentre il campo largo rischia di rimanere prigioniero delle proprie contraddizioni.

Professor Pombeni, partiamo dalla legge elettorale. Giorgia Meloni si sta giocando una partita decisiva?

Meloni sulla legge elettorale si gioca relativamente poco. Dubito molto che la sua maggioranza voglia far fallire il disegno di legge. Una volta approvata la legge, si andrà a elezioni. Il vero tema sarà come andranno.

E oggi è possibile prevederlo?

È molto difficile. L’elettorato è sensibile a cambiamenti pressoché quotidiani. Sul voto influirà soprattutto la situazione politica precedente alle elezioni, che è qualcosa che oggi non possiamo prevedere. Moltissimo dipenderà poi dalla partecipazione. Se sarà bassa, avremo una sorta di congelamento delle situazioni attuali. A quel punto c’è una forte probabilità che non vinca nessuno e che si torni, nella sostanza, a una logica da Prima Repubblica.

Quindi il vero fattore imprevedibile sarà l’affluenza?

Sarà uno dei fattori decisivi. Un elettorato che non si mobilita tende a cristallizzare i rapporti di forza esistenti. Ma non sappiamo quale sarà il clima politico, né quali saranno i temi capaci di mobilitare gli elettori.

Quanto sarebbe rischioso per la maggioranza un eventuale voto contrario o una serie di franchi tiratori sulla legge?

Se ci fossero franchi tiratori, significherebbe voler scherzare con il fuoco. Non conviene a nessuno. La maggioranza non ha interesse a trasformare la legge elettorale in un terreno di logoramento interno.

Il voto in Calabria, però, qualche indicazione l’ha fornita.

Ha mostrato soprattutto il congelamento della situazione. Il dato del 22% va letto considerando che il computo è stato fatto sul totale degli aventi diritto. Ci sono molte persone che non vivono più in Calabria e che, per una suppletiva, non si muovono dai luoghi in cui effettivamente abitano. In queste condizioni vincono i radicamenti territoriali.

E il risultato del candidato sostenuto da Roberto Vannacci?

Non sappiamo quanto ci sia stato realmente di Vannacci e quanto invece del candidato, che aveva già un suo patrimonio di preferenze. A spanne direi che Vannacci, da solo, ha portato circa il 5%. Dunque non ha mobilitato quell’elettorato astensionista che evidentemente pensava di poter intercettare. Potrebbe essere stata la prima doccia fredda per il generale.

Torniamo al campo largo. Lei vede una strada per uscire dal pantano?

Si sono messi in un pasticcio e temo che faranno molta fatica a uscirne. Sull’Ucraina si possono fare tutte le acrobazie verbali che si vogliono, ma se la si aiuta, la si aiuta a difendersi. E per farlo bisogna darle le armi. Non si può pensare di costruire una politica estera attraverso formule ambigue.

Poi c’è il nodo delle primarie e del voto online.

Se Schlein si arrende all’idea del voto online, si apre all’ipotesi di un grande pasticcio. Il problema è che non ci sono sufficienti garanzie su quello che accadrà dopo. Le primarie possono essere uno strumento politico, ma devono avere regole che rendano il risultato credibile e gestibile.

Il centrosinistra sembra così tornare a puntare soprattutto sulla contrapposizione a Meloni.

Purtroppo temo che l’unica arma che abbiano sia quella di dire che occorre costruire la diga antifascista. Ma è un’arma sempre più spuntata. Meloni, attraverso una politica fatta anche di piccoli favori e di interventi concreti, non corrisponde più all’immagine dei fascisti alle porte che una parte della sinistra continua a evocare.

E Vannacci, paradossalmente, può aiutare proprio la premier in questa chiave?

Sì. Vannacci tiene viva la storia del vessillo antifascista. È un fascista di cartone, ma è pur sempre un fascista. E questo dà a Meloni la possibilità di smarcarsi, di presentarsi come una destra responsabile rispetto a una destra più radicale.

Lei sostiene quindi che Meloni abbia costruito una posizione politica che va oltre il consenso sulle singole politiche?

Meloni ha dimostrato la stoffa di una donna politica, al di là del merito delle politiche che ha portato avanti. Anche dentro il centrodestra, oggi, non ha competitori. Per il centrodestra c’è Meloni o Meloni.

E dall’altra parte?

Dall’altra parte c’è Conte. Ma Conte è un personaggio divisivo e inaccettabile per una parte consistente dell’elettorato. Ha già governato e quell’esperienza ha mostrato tutti i suoi limiti politici. Il problema del centrosinistra è che non basta mettere insieme partiti diversi per costruire un’alternativa. Serve una leadership capace di tenere insieme posizioni che oggi, su questioni decisive, continuano a divergere.


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