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Lipsia è solo un sintomo, così la disinformazione endemica plasma le società europee. La lettura del prof. Antinori

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Concentrarsi sul singolo attacco significa perdere di vista il quadro. Secondo Arije Antinori, docente di Criminologia all’Università La Sapienza di Roma e Senior Expert dell’EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation, la minaccia non passa più soltanto da sabotaggi e infrastrutture, ma da campagne diffuse che alimentano dubbio, frammentazione e insicurezza in società sempre più interdipendenti

Stiamo commettendo l’errore di soffermarci solo sull’attacco a Lipsia, o quello ad un ospedale o ad una singola linea elettrica. Non va bene, il ragionamento sugli attacchi ibridi va fatto complessivamente, alla luce delle interferenze nei singoli territori e nella consapevolezza che i Paesi sono ormai interconnessi, le economie legate, i prodotti industriali con una filiera. Parte da qui il professor Arije Antinori, docente di Criminologia all’Università La Sapienza di Roma e Senior Expert dell’EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation, per riflettere con Formiche.net su come sta cambiando il livello di contrapposizione in virtù di strumenti tecnologici del tutto nuovi.

Dopo gli episodi di Lipsia e gli allarmi sulle infrastrutture europee, si tende a leggere la minaccia ibrida attraverso il singolo evento. È una chiave di lettura corretta o il fenomeno va osservato diversamente? E cosa dovremmo attenderci di qui alle elezioni del 2027?

Per quanto mi riguarda, il discorso guerra ibrida riguarda più l’osservazione su quanto si sia ibridato l’intero contesto. Siamo abituati a vedere un punto d’attacco, una criticità, una frattura: il problema è che parliamo di campagne e modalità di condizionamento del comportamento, della postura, dell’interpretazione, della realtà in senso più ampio. Per cui è necessario distinguere tra guerra ibrida, tra ambito cinetico o non cinetico, tra droni o disinformazione strutturata. Mi riferisco a gruppi politici che sembrano strizzare l’occhio ad interessi di altri Paesi in un contesto in cui il dibattito è già polarizzante. Abbiamo già il conflitto in lungo termine in Ucraina, a cui si sommano altri fronti aperti. Quindi, in prima battuta, dobbiamo capire esattamente cosa osserviamo.

Quanto è rischioso ricondurre episodi molto diversi tra loro, dalla disinformazione ai sabotaggi, a un’unica grande regia strategica?

Cercare una grande strategia per cui tutto si collega dal mio punto di vista ci porterebbe fuori strada. Si parla di elezioni come una finestra di opportunità e la coltivazione dell’interesse militare costituisce un’altra opportunità di frattura, come lo sono i rapporti transmediterranei o lo scambio commerciale con la Cina: bisogna vedere se osserviamo una dimensione europea o dei singoli Stati membri e rispetto a quali attori. Quello che cerco di far capire da tempo è che il risultato si ottiene quando si ha un effetto scivolamento, non quando si ha un effetto accelerazione.

In che senso?

Parlavamo di disinformazione e Fimi (Foreign information manipulation and interference) fino a dieci anni fa, quando il contesto non era così fragile dal punto di vista delle relazioni internazionali, degli equilibri geopolitici e della percezione di insicurezza. Oggi ci troviamo in un contesto in cui devo far scivolare nel dubbio il cittadino se voglio condizionarlo, ma non lo devo iper polarizzare su un tema. Bensì devo disgregarlo dall’interno e riempirlo di dubbi per fargli sentire la fragilità del terreno sotto i piedi. Scordiamoci di cercare la linearità perché siamo su un numero di domini elevatissimo, fatti di migliaia di piccoli interventi su domini diversi. Quando osserviamo i droni negli aeroporti non ci troviamo sul fronte ibrido, ma siamo sul fronte di criticità strutturale, diciamo militare o pseudo militare che minano la sicurezza del volo, quindi non vedo quanto sia ibrido perché si costituisce un danno fattivo al sistema di sicurezza. Un po’ come tagliare una staccionata e aprirsi un varco.

Quanto il conflitto in Ucraina ha ampliato lo spazio operativo delle campagne di influenza e delle dinamiche di polarizzazione?

Quello dell’Ucraina è un tema lanciato in maniera preponderante per scalare l’intensità, quindi oltre l’azione militare visto che è stato aperto un fronte divisivo e polarizzante. Da lì è stata fatta una coltivazione sull’impatto energetico, sul tema delle relazioni internazionali, sulla questione di genere, sul reclutamento all’estero, sulle spese militari e sulle migrazioni. Tutti questi stream sono come dei vettori su cui chi investe lo fa per creare interesse, ma non “a bomba”, cioè in maniera forte perché insistere troppo sulla paura, sulla tensione e sull’insicurezza, provocherebbe la fuga del cittadino-elettore. Un elemento centrale che ora si inizia a comprendere soprattutto nell’Europa mediterranea è che ci troviamo ancora in un contesto post pandemico, per quanto riguarda lo sfilacciamento del tessuto sociale, dove convivono tematiche cospirazioniste che continuano ad alimentare fuochi con ossigeno di narrazioni ad hoc. Quell’effetto stordimento legato al dubbio porta un guadagno molto superiore rispetto a quello che potrebbe ipotizzare una campagna serrata che ha un costo elevatissimo, anche in termini di attestazione e di durata.

In che senso osserva un contesto di ibridazione del dna?

Quando dico che il contesto si è ibridato, negli ultimi anni, voglio dire che non è più un discorso di guerra ibrida, ma un contesto di ibridazione del dna: porto l’esempio della strategia asimmetrica di un paese come gli Stati Uniti a livello di narrazione di disinformazione. Nell’ibridazione ovviamente si acquisiscono delle capacità e delle vulnerabilità. Al contempo però, si è nel gioco in questo modo, altrimenti se ne rimane fuori.

L’Ue ha i sufficienti anticorpi per combatterla? Il rischio interferenze esterne come si lega alla qualità delle informazioni?

Quello che sostengo è che innanzitutto dobbiamo toglierci dalla testa il discorso delle fake news. Siamo ormai molto al di là delle fake news, ci troviamo in quella che io chiamo disinformazione endemica. Ovvero lei immagini di vivere vicino a una grande metropoli, magari in una zona collinare come Frascati. Si sveglia la mattina, respira aria fresca e vede in lontananza su Roma una coltre grigiastra sopra la città. La disinformazione oggi è questa. Cioè noi viviamo in un contesto continuamente sollecitato disinformativamente e questo substrato consente degli agganci in termini narrativi importanti, che possono essere veicolati su FIMI, su fake, sull’esistenza di sistemi pseudo-media, con attività cyber più o meno di profondità, con interferenze, con scenari di guerra economica, con sabotaggi online o minacce alle infrastrutture. Ma non è tutto, perché dobbiamo prima capire se parliamo di Europa o di Ue.

Perché ritiene necessario distinguere tra Europa e Unione europea quando si analizzano le campagne di influenza e le interferenze esterne?

Mentre l’Unione europea ha una certa solidità, figlia di una certa aderenza degli Stati membri, uno dei Paesi più bersaglio è la Gran Bretagna dove c’è una macro attività disinformativa. La Gran Bretagna inoltre ha un ruolo centrale nell’acquisizione informatica e rappresenta un target specifico: per questo allo stesso modo è il soggetto che può trattare militarmente insieme all’Unione, nell’ottica degli scenari più rilevanti sul piano del conflitto come Ucraina e Iran. Stiamo però dimenticando altri scenari primari, come l’Indo Pacifico, il sistema dei Land, la questione di Ceuta e Melilla, Cipro, la Grecia e i rapporti con la Turchia. Insomma, ci sono una serie di criticità dove il quadro si sta evolvendo massicciamente. Pensare di impermeabilizzare il contesto europeo dell’Unione e più in generale europeo è veramente molto complicato. Come facciamo a renderci impermeabili quando abbiamo delle maglie che sono volutamente sbagliate e interconnesse?

Perché gli strumenti interpretativi ereditati dalla guerra fredda non bastano più a leggere il contesto attuale?

Nessuno strumento, temo, potremmo usare perché quello era un sistema fortemente dicotomico, quindi ci si schierava da una parte o dall’altra, alcuni Paesi facevano da cuscinetto e altri da martiri perché erano quelli in prima fila e quindi dovevano sacrificarsi per l’allineamento generale. In un sistema interconnesso si aveva una certa tutela in base a un equilibrio di sistema interno: adesso siamo in un sistema invece interdipendente, con le relazioni internazionali che spesso sono raccontate con l’iper semplificazione dell’esistente. Lo dimostra l’esempio della guerra, che viene presentata con un nemico, un liberatore e un antagonista. Ma la complessità dell’esistente non è così: non è economica perché è un sistema interdipendente. Se io alterassi l’equilibrio di una subregione, l’impatto lo avremmo tutti e lo abbiamo visto ad esempio con il sistema delle sanzioni che credevamo che avrebbe avuto conseguenze simili al periodo della guerra fredda. Ma di fatto l’economia degli Stati membri e gli equilibri interni ne hanno risentito negativamente.

Mi chiedo come si possa supportare degli alleati che fanno la guerra con degli attori con cui noi abbiamo una bilancia commerciale importante o con cui abbiamo supply chain consolidate. C’è poco da fare quindi, questo è un problema enorme che va però messo in risalto. Per cui stiamo commettendo l’errore di soffermarci solo sull’attacco a Lipsia, o quello ad un ospedale o ad una singola linea elettrica. Non va bene: il ragionamento sugli attacchi ibridi va fatto complessivamente, alla luce delle interferenze nei singoli territori e nella consapevolezza che i Paesi sono ormai interconnessi, le economie legate, i prodotti industriali con una filiera.


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