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Globalizzazione e disuguaglianze. Alla radice del disagio giovanile

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Le proteste che attraversano l’Europa, da Belgrado alle principali capitali europee, richiamano per molti aspetti le contestazioni del Sessantotto. Alla base del malessere emergono le fratture prodotte dalla globalizzazione, l’aumento delle disuguaglianze e il blocco dell’ascensore sociale che colpisce soprattutto le nuove generazioni. L’analisi di Gianfranco Polillo

Come avvenne durante il maggio francese del 1968, da Parigi le grandi manifestazioni di giovani (soprattutto studenti, ma non solo) si sono diffuse nei principali Paesi europei: Germania, Austria, Spagna, Grecia, Belgio, Portogallo ed Albania. In Italia, poi hanno assunto un’intensità particolare, coinvolgendo città diverse, spesso oggetto di una furia devastatrice. Mentre in Serbia, per la prima volta, il “la lista degli studenti” vince le elezioni, costringendo Aleksandar Vucic, da sempre legato alla Russia di Putin, ad abbandonare il potere dopo 14 anni di ininterrotto predominio.

Che la storia non si ripeta è quasi un fatto acquisito. Tuttavia le somiglianze sono impressionanti. Come pure i motivi di fondo che ne sono all’origine. Allora il “vecchio” aveva resistito a lungo, cercando di mantenere un equilibrio che non rispondeva più alla spinta della modernizzazione. Le élite allora al potere, per quanto possibile, avevano cercato di resistere. Salvo, alla fine, capitolare. Senza per altro riuscire a contrastare del tutto quanto di pericoloso – si pensi alle BR – quel fiume in piena portava con sé. La sconfitta dei benpensanti, alla fine, risultò comunque inevitabile. Troppo profondi erano stati i cambiamenti intervenuti: soprattutto nel modo di produrre. Che, a sua volta, aveva portato a mutamenti profondi nelle sovrastrutture della società: dai rapporti interpersonali, alla cultura; dalla religione alla concezione dello Stato. Alle scelte di vita e via dicendo.

“Americanismo e fordismo”: fu uno delle ultime fatiche di Antonio Gramsci. Il “Quaderno 22” dei suoi scritti dal carcere fu completato tra il 1932 ed il 1934. A pochi anni dalla morte. Un’elaborazione straordinaria che ancora oggi, sul piano metodologico, fa riflettere e fornisce risposte alla domanda del perché qualcosa si può rompere, all’improvvido, nel meccanismo dell’ordinarietà. Allora si trattò del “fordismo”, vale a dire di una diversa forma di organizzazione produttiva destinata a prendere il posto, seppure in ritardo (almeno in Europa), della vecchia manifattura. Per dettare i tempi di una trasformazione destinata ad incidere su tutte le rimanenti giunture sociali.

Siamo oggi di fronte ad un nuovo giro di boa? Rispondere, non è facile, ma gli indizi sono comunque numerosi. Tra questi anche un ribellismo di massa, che va ovviamente depurato dagli eccessi dei violenti – impediscono di capire – ma che non può essere sottovalutato. Quando un fenomeno assume la dimensione che abbiamo visto, non c’è alcuna teoria su presunti “cattivi maestri” che può tenere. Questi ultimi ci sono sempre stati, ma, in questo caso, non è stato certo il loro supposto carisma a trascinare le folle.

In un libro di qualche anno fa (The work of nations), Robert Reich (economista, nonché ministro del lavoro sotto Bill Clinton) aveva tentato una prima radiografia di quanto covava nei sotterranei delle società occidentali. Pure così avvertibili in quel processo – la globalizzazione – che stava per sconvolgere il mondo. Per molti quel fenomeno fu sottovalutato, nella speranza di ritrovare quanto prima una più tranquillizzante normalità. Com’era inevitabile si trattava di una vana illusione. Che tale è rimasta anche quando il mondo è passato da una fase di iperglobalizzazione a quella della slowbalisation (globalizzazione lenta) di cui ha parlato l’Economist.

Che i ritmi, anche a causa di guerre e pandemie, siano diventati più lenti è fuori discussione. Che vi sia stato una sorta di salto all’indietro della storia è solo una pia illusione. Molte delle trasformazioni, che si sono verificate, appaiono, infatti, irreversibili. Un solo dato: nel 1990 (data di nascita della globalizzazione) il commercio internazionale era pari al 38% del Pil mondiale. Lo scorso anno questa percentuale aveva raggiunto il 68,5%. Cosa nasconde questa cifra? Una vera e propria rivoluzione. Oggi il mercato interno di un qualsiasi Paese conta relativamente poco. Si produce, in prevalenza, per il mercato mondiale. Che è l’unico in grado di assorbire grandi quantitativi di prodotti e di garantire adeguati livelli di profitto. Con quali conseguenze?

Reich le analizza dal punto di vista del mercato del lavoro, vedendo in esso una segmentazione difficile da eliminare. Lo strato più basso è costituito dai lavoratori delle produzioni di routine, che possono essere facilmente sostituiti da procedure automatizzate o le relative produzioni trasferite in Paesi con costi minori. Quello intermedio dai lavoratori che forniscono servizi alle persone, che richiedono un rapporto diretto con gli altri (assistenza, cura, ristorazione, ecc). Ed infine gli “analisti simbolici” che ne rappresentano l’élite. Lavoratori, altamente qualificati, che operano nei mercati internazionali: ricercatori, progettisti, manager e via dicendo.

Tra questi diversi livelli esiste una forte incomunicabilità. In generale da quei confini non si entra e non si esce. Non c’è ascensore sociale che tenga. Come avveniva, invece, in passato. Operai che diventavano prima artigiani e poi piccoli imprenditori. Fattorini che potevano fare il salto fino a divenire direttori di giornali. Il self made man della tradizione fordista degli Stati Uniti. Oggi i guadagni che sono legati alla relativa collocazione rimangono nel recinto di chi li ha prodotti e non vengono ripartiti (o lo sono in minima parte) al di fuori del segmento di appartenenza. Ed ecco allora il crescere delle disuguaglianze che è elemento caratteristico delle società contemporanee.

La stessa struttura dei profitti tende a divaricarsi. Un conto sono gli utili delle imprese (le più piccole che operano solo sul mercato interno), di ben altra portata quelli delle strutture oligopoliste che operano sui mercati internazionali. In questi ultimi casi, l’eccesso di profitto non distribuito, che ristagna nelle tesorerie dei grandi gruppi multinazionali, trova impiego sui mercati finanziari internazionali, dando luogo a movimenti erratici di capitali, che si muovono da un Paese all’altro, cercando di ottenere, una volta valutato il rischio, il massimo del rendimento possibile.

Si calcola che il mercato finanziario internazionale sia pari ad 1,2 volte il Pil mondiale, per il solo comparto azionario. Se si aggiungono le obbligazioni quella cifra cresce a 2,5 volte il Pil. Se poi si considerano i derivati e gli OTC (over the country, ossia “fuori il mercato regolamentato”) quel rapporto diventa pari ad otto volte il Pil mondiale. A fronte del quale tuttavia non è l’intero Prodotto lordo, bensì quella quota di ricchezza che rimane nelle mani dei grandi player internazionali, in una sproporzione evidente che consente di moltiplicare quasi all’infinito la ricchezza posseduta. Ed ecco allora una delle possibili spiegazioni del disagio giovanile. Colpa dei singoli Governi nazionali? Troppo facile da dire. Se la dimensione dei problemi corrisponde, anche in minima parte, alle precedenti considerazioni, c’è un lungo scavo da fare, prima di giungere ad una qualsivoglia conclusione. Che la polemica del momento può solo oscurare.


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