Il voto israeliano ridisegna gli equilibri politici e mette Netanyahu davanti a una nuova partita: resta centrale, ma non è più autosufficiente. Per Maurizio Molinari, l’unità nazionale con Gadi Eisenkot può diventare la chiave per tenere insieme sicurezza, rapporti con Washington e scenari mediorientali. Mentre cresce il peso degli elettori arabi, si apre una fase che può cambiare anche il dossier Gaza e le prospettive diplomatiche con l’Europa. Sullo sfondo, la pressione americana e la minaccia iraniana rendono la partita israeliana decisiva ben oltre i confini dello Stato ebraico
La democrazia israeliana è in trasformazione, dalle elezioni sono usciti più vincitori, il presidente Isaac Herzog lavora all’unità nazionale e i cambiamenti in corso possono avere impatto non solo in Medio Oriente: questa la lettura del voto nello Stato ebraico da parte di Maurizio Molinari, giornalista e scrittore, già corrispondente de La Stampa da Gerusalemme-Ramallah prima di diventare direttore de La Stampa, di Repubblica e, ora, direttore editoriale del gruppo SAE. Nel suo ultimo libro “Le mappe per capire il potere” (edito da Rizzoli) c’è un’attenta analisi dei cambiamenti in corso in Medio Oriente che aiutano a comprendere anche ciò che sta avvenendo in questi giorni.
Israele senza maggioranza: è la fine dell’era Netanyahu o la prova che resta il leader più abile nel gestire la frammentazione?
La chiave di lettura di questo voto è che hanno vinto in tre. Ha vinto Benjamin Netanyahu, perché il Likud resta il primo partito con 26 seggi e il suo blocco, 53 seggi, è il più numeroso. Ha vinto Gadi Eisenkot, perché Yashar, al debutto, è subito il secondo partito con 21 seggi e lui è il leader indiscusso del fronte del cambiamento. Hanno vinto i partiti arabi, che con 19 seggi ottengono un risultato storico, quasi il doppio della legislatura uscente. Non siamo davanti alla fine dell’era Netanyahu. Siamo davanti alla fine dell’era in cui Netanyahu poteva governare da solo con la destra radicale e i partiti religiosi. Il premier resta indispensabile ma non è più autosufficiente. Ed è proprio questo equilibrio tra vincitori, nessuno dei quali può governare da solo, a rendere l’unità nazionale l’esito più probabile.
Quali scenari di governo sono realistici? E cosa rischia Netanyahu, politicamente e giudiziariamente?
L’ipotesi più probabile, anche se la più difficile, è un governo di unità nazionale tra Likud e Yashar. I motivi sono cinque. L’aritmetica: Likud e Yashar insieme hanno 47 seggi e possono agilmente raggiungere la maggioranza di 61 con alleati di centro e di destra, senza dipendere né dagli arabi né dall’estrema destra. I veti incrociati che bloccano le alternative: Netanyahu esclude i partiti arabi, Liberman rifiuta un governo di minoranza o con arabi e haredi. Liberman, anzi, punta proprio su un’intesa Eisenkot-Netanyahu. L’inchiesta sulle interferenze straniere: è stata aperta un’indagine sul sospetto che Qatar e Turchia abbiano inviato ingenti fondi in Israele per mobilitare l’elettorato arabo e rendere il Parlamento ingovernabile. Il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, ha ordinato allo Shin Bet di indagare sul sospetto che entità straniere abbiano finanziato la mobilitazione degli elettori arabi. È un passo senza precedenti nella storia elettorale israeliana. Il sospetto riguarda fondi provenienti da Paesi vicini ai Fratelli Musulmani e la polizia ha già arrestato quattro persone nel sud per presunta corruzione elettorale. Finché l’indagine è aperta, un governo dell’opposizione con l’appoggio esterno arabo diventa politicamente ancora più costoso. Il costo del ritorno alle urne: nuove elezioni indebolirebbero un Paese ancora alle prese con Hamas a Gaza e la minaccia iraniana. Senza contare che molti in Israele ritengono che le cinque elezioni successive, fra il 2019 e il 2022, furono il momento nel quale Hamas maturò che c’erano le condizioni migliori per lanciare l’attacco del 7 ottobre. La pressione di Washington. È un fattore cruciale perché Trump ha bisogno di avere in Israele un alleato stabile in vista della ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.
Quali sono gli ostacoli maggiori sull’unità nazionale?
L’ostacolo maggiore resta il rifiuto di Eisenkot di servire sotto Netanyahu, anche a rotazione. Ma in Israele le promesse elettorali sono assai spesso posizioni negoziali ed Eisenkot ha già fatto parte del gabinetto d’emergenza dopo il 7 ottobre. La trattativa ruoterà su tre nodi: chi guida per primo, la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la leva degli ultraortodossi.
Sul piano giudiziario, l’unità nazionale offrirebbe a Netanyahu una via d’uscita. Herzog vuole un accordo tra le parti prima di valutare la grazia, e non esiste un precedente di grazia a processo in corso. Un patteggiamento legato a un passo indietro concordato potrebbe diventare parte dell’intesa di governo.
Dopo la riforma della giustizia, il 7 ottobre e la guerra, questo voto segna un cambiamento politico o un cambiamento della società?
Il voto descrive un cambiamento profondo della società e il segnale più forte arriva dagli arabi israeliani. L’affluenza nazionale ha toccato il 77,7%, la più alta dal 1999, e quella araba ha sfiorato l’80%. Per la prima volta, secondo le stime preliminari, gli arabi hanno votato in proporzione più degli ebrei.
Il dato più simbolico viene da Gerusalemme Est. Oltre 10.000 palestinesi con cittadinanza israeliana hanno votato, triplicando il dato precedente e rompendo un boicottaggio che durava dal 1967. Questo significa che sta cadendo, tra gli arabi, il tabù dello Stato sionista. Votare per la Knesset vuol dire riconoscere le istituzioni d’Israele come il luogo in cui difendere i propri diritti. È la smentita più netta della narrativa di Hamas e dell’Iran, che descrivono Israele come un’entità da cancellare.
Qui serve una distinzione netta fra il sospetto di ingerenze straniere e il voto popolare. Un conto sono gli eventuali finanziatori stranieri, che vanno perseguiti con rigore. Un altro sono gli elettori arabi, che hanno esercitato un diritto. La polizia ha respinto le accuse del Likud di elezioni “rubate”, affermando che non ci sono prove a sostegno. Eisenkot chiede di indagare a fondo ma avverte di non usare l’inchiesta per ritardare l’insediamento della Knesset. Se Doha e Ankara hanno cercato di sfruttare il voto arabo, è proprio perché quel voto ormai conta. La partecipazione resta una vittoria della democrazia israeliana; l’eventuale interferenza è un attacco contro di essa. Accanto agli arabi, gli altri due vincitori rappresentano Israele che chiede forza contro l’Iran, con Netanyahu, e quello che chiede responsabilità dopo il 7 ottobre, con Eisenkot. Nessuna delle tre identità può governare contro le altre, e l’unità nazionale può essere la risposta politica migliore.
Iran e Hezbollah: un nuovo governo può cambiare strategia senza apparire debole? Discontinuità politica o svolta militare?
Un governo di unità sarebbe la risposta più forte ai nemici di Israele. A Teheran e ai suoi alleati arriverebbe un messaggio chiaro: il Paese è diviso sulla politica, non sulla sicurezza. L’Iran esce dal conflitto iniziato con i raid israelo-americani del 28 febbraio, Hezbollah resta armato a nord e Hamas dentro Gaza. Con l’unità nazionale Netanyahu può incassare la continuità strategica e rafforzare il rapporto con Washington. Eisenkot, ex capo di stato maggiore e autore della dottrina della deterrenza contro Hezbollah, può invece rafforzare una credibilità militare che nessuno mette in dubbio. La dottrina della prevenzione non cambierebbe. Può invece cambiare il metodo: decisioni condivise con gli apparati di sicurezza, invece che dettate dalle esigenze di sopravvivenza di una coalizione. La discontinuità sarebbe politica, non militare.
Senza Netanyahu, Washington perderebbe un alleato privilegiato o guadagnerebbe spazio diplomatico?
Trump è il potenziale regista dell’unità nazionale. Ha sostenuto Netanyahu in campagna elettorale ma fonti a lui vicine riferiscono che vuole escludere Ben-Gvir, e probabilmente Smotrich, dal prossimo governo. Il motivo è strategico: i due hanno votato contro il suo accordo su Gaza e si oppongono alla sua linea sulla Cisgiordania, dove Trump ha detto che non permetterà l’annessione. Un governo con Eisenkot e senza l’estrema destra può servire a tre obiettivi americani: stabilizzare Gaza, allargare gli Accordi di Abramo e aprire la strada alla normalizzazione con l’Arabia Saudita. Nell’entourage di Trump si ipotizza perfino una rotazione con Netanyahu premier per primo ed Eisenkot a seguire. Anche l’ambasciatore israeliano a Washington ha detto che Netanyahu preferisce l’unità nazionale.
La Casa Bianca, ufficialmente, frena: definisce prematuri i resoconti su una preferenza per una specifica coalizione. E Netanyahu ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich. Ma è il gioco delle parti di ogni trattativa. Washington punta su un Netanyahu liberato dagli alleati più scomodi.
Gaza, insediamenti, partner arabi: un nuovo governo può cambiare rotta o il consenso sulla sicurezza lo impedisce?
Qui le novità del voto si incontrano. Un governo di unità senza Ben-Gvir e Smotrich può liberare Israele dal veto dell’estrema destra. E la partecipazione araba, compresa quella di Gerusalemme Est, porta nel sistema politico israeliano una voce che nessun governo potrà ignorare. Ra’am di Mansour Abbas ha accettato Israele come Stato ebraico e democratico, e rappresenta un ponte possibile. Non ci sarà uno Stato palestinese a breve, perché sulla sicurezza il consenso è trasversale e il 7 ottobre ha allontanato di molto nel tempo l’idea della convivenza fra due Stati e due popoli su cui si basavano gli Accordi di Oslo. Ma un governo di unità potrebbe agire in tre nuove direzioni: frenare gli insediamenti non autorizzati, attuare il piano americano per Gaza con Egitto, Giordania e Paesi del Golfo, tornare a dialogare con un’Autorità palestinese riformata.
Il nuovo quadro apre spazio all’Europa o Bruxelles resterà marginale rispetto agli Stati Uniti?
Un governo di unità nazionale può offrire all’Europa la migliore occasione degli ultimi anni. Bruxelles avrebbe di fronte un esecutivo meno ideologico, senza l’estrema destra e più disposto a discutere di Gaza e della Cisgiordania. Ma l’Europa deve prima superare le sue profonde divisioni sul Medio Oriente. Vi sono governi, partiti e leader per i quali le sanzioni contro Israele contano più della condanna del terrorismo di Hamas.
Per contare, l’Ue ha bisogno di strumenti concreti: fondi per la ricostruzione di Gaza, unanimità contro il terrorismo, sostegno alle riforme dell’Autorità palestinese e all’estensione dei Patti di Abramo, investimenti sul corridoio di infrastrutture Imec dall’India all’Europa. E serve riconoscere il valore della partecipazione arabo-israeliana come investimento sulla democrazia d’Israele. Senza coesione Ue, Israele guarderà sempre più a Washington e al Golfo.







